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Miu Miu Women’s Tales 2019 – Donne e cinema a Venezia76

Miu Miu Women’s Tales 2019 – Donne e cinema a Venezia76

Se c’è un evento che tutti gli anni durante la Mostra del Cinema di Venezia si aspetta sempre con trepidazione è quello delle conversazioni organizzate da Miu Miu. Le Miu Miu Women’s Tales, infatti, portano ogni anno al Lido attrici e registe per discutere ed indagare sul ruolo della donna nel mondo del cinema.

Più in generale, però, le Women’s Tales nascono come una serie di cortometraggi, commissionati appunto da Miu Miu, che raccontano mondi affascinanti, particolari abitati da fantasie tipicamente femminili. A oggi sono stati creati 18 corti, i cui ultimi due “Shako Mako” di Hailey Gates e “Brigitte” di Lynne Ramsay sono stati presentati proprio quest’anno a Venezia76 durante le Giornate degli Autori, ponendosi di base una stessa domanda: come la donna vede se stessa e come la vedono le altre donne?

I corti e le conversazioni di Miu Miu invitano registe e attrici ad indagare su come deve essere la donna oggi, abbracciando le infinite complessità e contraddizioni delle donne per farle riflettere ed emozionare. Ovviamente nei cortometraggi, così come nella passerella di attrici, gli abiti di Miu Miu hanno un ruolo da co-protagonista, contrapponendosi, nelle storie raccontate, al dramma narrativo.

A movimentare le discussioni sul ruolo della donna, oltre le già citate Gates e Ramsey accompagnate da Alia Shawkat protagonista di Shako Mako, hanno partecipato anche Margaret Qualley, Hunter Schafer, Diana Silvers, Tessa Thompson, Lucy Boynton e Brit Marling. Donne diverse, con esperienze cinematografiche diverse, in grado di tenere alta la conversazione sul ruolo della donna, con tutte le sue sfaccettature, nel mondo cinematografico e non solo.

«Non mi piace che mi chiedano sempre un’opinione sulle donne di colore – ha affermato la Thompson – dovremmo smetterla di incasellarci in categorie» concorde con l’affermazione dell’attrice famosa per il suo ruolo in Westworld e nella saga di Thor anche la giovanissima Hunter Schafer, una delle hit girl del momento, transgender e protagonista della serie tv Euphoria (dal 26 settembre su Sky Atlantic) «La visibilità aiuta, perché si può dare voce a qualcuno, ma anche io sono stanca di dover parlare sempre della mia transizione. Da piccolo non sapevo nemmeno come si svolgessero le dinamiche queer, invece ora grazie al linguaggio visivo si può innescare un cambiamento concreto. In un mondo ideale, ogni persona dovrebbe essere libera di essere quello che vuole, di stare con chi vuole ed avere pari diritti. Il mio personaggio in Euphoria permettere di fare un passo avanti proprio in questa direzione».

Pensate che, come ha sottolineato la Thompson solo il il 4% dei registi di un blockbuster è rappresentato dalle donne, nonostante le registe siano il 28% del panorama generale. Ma ora le cose stanno cambiando e anche alle stesse attrici non viene più offerto solo il ruolo di spalla.

«Se uno dei nostri film – dice Diana Silvers – può aiutare anche solo una persona a sentirsi meglio o ad emozionarsi, allora tutti i sacrifici saranno valsi la pena e bisognerà insistere per continuare a farne».

Se c’è una cosa che accomuna queste ragazze la cui carriera sta procedendo a gonfie vele è il desiderio di lavorare con registe donne e se mentre Lucy Boynton sogna proprio di lavorare con Brit Marling «i prodotti che hai scritto come The OA o Sound of Voice li ho amati così tanto, hai una sensibilità particolare e vorrei davvero collaborare in futuro con te», la stessa Marling rivela che il suo desiderio più grande sarebbe quello di lavorare con «Jane Campion, una grande femminista che non si fa umiliare o abbattere».

Un gruppo di donne che ha ricevuto moltissimi complimenti e affetto in questi giorni al Lido di Venezia e che faranno, siamo certe, sempre più parlare di sé e dei loro lavori.

Sara Prian

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MADAMINE6 VIRGINIA GROZIO

Madamine6 – Etica ed estetica si fondono negli abiti

Madamine6 – Etica ed estetica si fondono negli abiti

Passione, talento e tanta creatività da esprimere. Questo è ciò che si scorge nello sguardo di Isabella, la fondatrice del brand Madamine6. Un progetto che vuol farsi portatore di una visione sostenibile della moda, tramite la creazione di abiti realizzati a mano con tessuti sostenibili e scampoli.

Il viaggio verso la moda e la sostenibilità nasce cinque anni fa, quando Isabella decide di rendere concreto il sogno di vedere indossate le sue creazioni.
Il suo approccio alla moda emerge inizialmente dall’esigenza di creare abiti per lei stessa, a fronte della difficoltà riscontrata nel trovare capi adatti al suo stile e alla sua fisicità.

Dopo una vita passata a dedicarsi a lavori più amministrativi e alla famiglia, decide quindi di iscriversi a una scuola di cucito.
Mano che gli abiti vengono conosciuti online, sui canali social e tramite il passaparola, Isabella si appassiona sempre di più. Inizia la sua ricerca avvicinandosi a uno stile raffinato, dal sapore orientale. I suoi abiti diventano opere d’arte che richiamano immagini di terre lontane, tra eleganza e raffinatezza.

Il tutto accompagnato da versatilità e semplicità. I capi si adattano e si trasformano in base alle diverse esigenze adattandosi sia per look più casual, sia per outfit più raffinati.
Il capo diventa così qualcosa che può essere utilizzato più volte senza perdere mai stile. Secondo diversi studi, un capo dovrebbe essere acquistato solo se si ha la certezza di metterlo almeno trenta volte. “Meno ma meglio” è la filosofia alla base del progetto. Visione fondamentale e sempre più necessaria, a fronte dell’impatto dell’industria della moda, una delle più inquinanti a livello globale.

Con il dominio del fast fashion, e il suo ritmi veloci che impongono acquisti continui e compulsivi, esempi virtuosi come questo sono la prospettiva e la certezza che un cambiamento è in atto. Che il cambio di mentalità della moda si muova verso una maggiore consapevolezza e lentezza per far sì che l’armadio di più persone possibili diventi sempre più sostenibile. Questo per far bene al pianeta, alle persone e a se stessi.

Se compreremo meno ma meglio, potremmo davvero scegliere quello che esprime il nostro gusto e differenziarci dai modelli omologati proposti dall’industria dell’abbigliamento.

Il More di Madamine6 è proprio quello di offrire una moda che coniughi bellezza, stile e sostenibilità. E’ quello di proporre capi dal design innovativo, di farsi esempio di una moda slow bella, di diffondere questi valori e ogni giorno impegnarsi in questo percorso.

Virginia Grozio

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Aurora Prestige Venezia: qualità, attenzione e sostenibilità per un brand Made in Italy al 100%

Aurora Prestige Venezia: qualità, attenzione e sostenibilità per un brand Made in Italy al 100%

Oggi vi portiamo a Mestrino, in provincia di Padova, dove ha sede Evol Fashion Group, una giovane start-up italiana che crea, produce e distribuisce borse dal 2014 e con la quale abbiamo parlato del suo marchio principale: Aurora Prestige Venezia.

«Nel corso di questi pochi anni da piccolo laboratorio artiginale siamo passati ad una distribuzione in più paesi del mondo come: Italia, Austria, Belgio, Olanda, Regno Unito, Giappone. – ci raccontano – Evol Fashion Group srl, disegna e produce due marchi propri: Aurora Prestige Venezia e Giulio Guerra.

Entrambi marchi di borse in pelle Made in Italy, risultato della migliore tradizione manifatturiera italiana. Aurora Prestige Venezia è la collezione principale per l’azienda, la quale offre un prodotto artigianale di grande qualità, realizzato con pelli delle migliori concerie venete. Esattamente come per Giulio Guerra, ultimo nato in casa Evol Fashion Group, il quale è alla sua seconda stagione. Al momento distribuito nel solo mercato giapponese. Progettazione e cucito sono realizzati internamente e con attenzione ai minimi dettagli, al fine di creare un prodotto versatile, funzionale e di lunga durata. Evol Fashion Group controlla rigorosamente la qualità di tutte le materie prime e degli accessori in ogni singola fase del processo produttivo».

Ad averci colpito sono state proprio le borse di Aurora Prestige Venezia, dove il Made in Italy assume un ruolo centrale: il prodotto è, infatti, interamente italiano dal momento in cui viene pensato, disegnato e progettato, fino al momento in cui viene realizzato. «E se il Made in Italy è sinonimo di notevole qualità di realizzazione, cura dei dettagli, fantasia del disegno e durevolezza, allora il marchio Aurora Prestige Venezia e Giulio Guerra si può definire senza ombra di dubbio un marchio Made in Italy».

Ma com’è nata questa idea? «Aurora Prestige nasce dal desiderio di offrire un prodotto contemporaneo e versatile, che possa assecondare e sottolineare la naturale bellezza di chi lo indossa, nella vita di tutti i giorni così come nelle occasioni speciali – proseguono – Aurora Prestige è sinonimo di semplicità e autenticità che, unite alla qualità delle pelli e all’attenta ricerca, costruiscono un prodotto contemporaneo, funzionale e ricco di stile».

Il brand è anche fortemente radicato nel territorio e Venezia svolge un ruolo importante, come ci hanno rivelato. «L’importanza della scelta del leone e della dicitura Venezia nel nostro marchio è legata al simbolo della nostra regione. Penso che Vincenzo, il titolare quando si è trovato a decidere per un nome-brand per le sue collezioni ha scelto quello che piu sottolineasse la bellezza e la forza del nostro capoluogo di regione, nel mondo, un qualcosa che aiutasse anche a sottolineare la grandezza del territorio in cui ha scelto di vivere e che lo rende fiero. Una cosa in piu per sottolineare il suo voler creare prodotti Made in Italy».

Quanto è importante per un’azienda come Evol essere presente sui social? «I canali social al giorno d’oggi, ci rendiamo conto che fanno parte sempre di piu della nostra quotidinanità. Soprattutto per un brand in crescita come il nostro, esserci su tutte le piattaforme social è essenziale».

E se parliamo di futuro ci dicono: «Nel futuro di Aurora Prestige Venezia c’è sicuramente la continua ricerca e miglioramento nel prodotto.
L’ampliamento dei nostri mercati e un avvicinamento a quelle che sono le nuove regole di sostenibilità, imperative ormai per poter guardare avanti».

Immancabile, per concludere, chiedere il MORE «L’impegno di Aurora Prestige è dedicato all’ideazione e alla creazione di un prodotto autentico, di qualità e dal design contemporaneo. Un lavoro diretto a impersonare i valori più profondi della cultura Made in Italy e della tradizione dell’artigianalità italiana. L’obiettivo di Aurora Prestige è rivolto ad anticipare le tendenze di mercato e a tradurre la ricerca estetica, l’attenzione ai dettagli, la qualità delle pelli, in design contemporanei, linee essenziali e prodotti unici.»

Sara Prian

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La moda gentile di Poethica

La moda gentile di Poethica

Etica ed estetica, benessere e bellezza. A segnare la nascita di Poethica, brand di abbigliamento eco-sostenibile, è il desiderio di creare un approccio gentile alla moda. Un approccio che offra un’alternativa alle insostenibili pratiche produttive adottate dall’industria dell’abbigliamento, che risulta essere la seconda più inquinante a livello globale.
Un brand che si fa manifesto di una rivoluzione, mettendo al centro l’attenzione per il pianeta e per le persone. Una rivoluzione che riguarda il lungo processo produttivo che porta alla creazione di un capo d’abbigliamento, dove l’utilizzo di fibre tessili naturali e il rispetto delle risorse umane coinvolte diventano imprescindibili.

É dalla sensibilità per queste tematiche che prende vita Poethica. L’idea è di un team di giovani creativi. José Luis Toniutti, Art Director e designer, Naomi Enetomhe, designer e modellista, e Rebeca Dùran, modellista e prototipista, hanno unito il loro talento e la loro esperienza nel settore della moda per lanciare la start-up, mossi dal desiderio di produrre capi ricorrendo a filati ecosostenibili, fibre organiche e materiali cruelty free. L’obiettivo è quello di creare un esempio virtuoso di moda capace di far incontrare la sostenibilità con il gusto e una bellezza senza tempo dove è il fascino della diversità ad essere indossato.

In una quotidianità fatta di frenesia, eccesso al consumo e acquisto omologato, Poethica vuole dare voce ai valori di individualità e unicità. Per farlo si ispira alla cultura romantica, all’arte, alla bellezza della natura, alla resilienza femminile, guardando a esempi attuali e passati.
Da questa visione derivano abiti e accessori dove tecniche di lavorazioni provenienti dalla tradizione antica si uniscono a soluzioni innovative e high tech. I capi vengono creati mediante una “Made Kindly Philosophy” secondo la quale, nei processi produttivi, l’uso di agenti chimici deve essere eliminato, sostituito grazie all’adozione degli standard previsti dalle certificazioni in materie di fibre naturali, organiche e ricorrendo a tessuti e materiali riciclati. Il tutto unito all’utilizzo di packaging in cartone riciclato e materiali da imballaggio biodegradabili.

Operativo da un anno, Poethica è presente con l’e-commerce online e sui social, dove racconta la sua filosofia e i suoi prodotti. Il team sta già lavorando al design dei nuovi capi in aggiunta alle sue linee principali Ahimsa, Natural Fibers e Accessori.
Nell’ottica di divulgare e diffondere una visione positiva della moda, Poethica ama le collaborazioni. Con l’artista RoRò ha realizzato una capsule collection di bracciali in legno e carta. Ritagliando parole e frasi dalle pagine di romanzi e libri di poesie, attraverso la tecnica del collage su ogni bracciale è stata ricreata una storia. Altra recente collaborazione è quella con l’Accademia di Belle Arti e Media Europea di Milano. Con le studentesse Venanzia di Paoli, Marta Cerreta, Giulia Metta, Erika Villa e Francesca Consonni, sotto la supervisione del docente e fotografo di moda Raul Rodriguez, è stato realizzato un progetto editoriale fotografico dove i capi della collezione 2019 sono stati interpretati nella suggestiva location di una villa padronale nei pressi del Lago di Como.

In preparazione alla prossima edizione del Green Fashion Carpet a cui sarà presente, tra sinergie e obiettivi futuri, Poethica sta inoltre progettando le linee basic, intimo e swimsuit in fibre naturali.

Quale sia il MORE in più di questo virtuoso progetto ce lo dice il suo art director Jose’ Luis Toniuttii:

«A seguito dell’esperienza maturata nel mondo della moda, dopo aver seguito la progettazione e l’implementazione di nuove collezioni sia per pop-brand che per luxury-brand, ho approfondito una ricerca sul piano delle materie prime e sui processi produttivi esistenti legati alla produzione tessile per l’abbigliamento e l’interior design sul piano mondiale, Ho constatato sempre maggiormente come in molte, troppe situazioni, l’interesse economico abbia deformato oltre ogni limite le dinamiche socio-ambientali imponendo ritmi intollerabili per il pianeta e per le forme di vita che lo abitano.
Nonostante l’innegabile responsabilità, che comporta effetti distruttivi sull’eco-sistema, da parte dei piani produttivi adottati da molti brand che hanno contribuito all’esplosione del recente fenomeno del fast-fashion, è spesso minimizzato il ruolo delle medio-grandi produzioni del luxury o di piccoli marchi storici che non sono estranei a tali modalità. Spesso per incrementare il loro margine di profitto scelgono di avvalersi di una supply-chain messa in ginocchio da numeri e dinamiche imposte da un B2B frenetico con un senso etico volubile, che risponde alle necessità di marketing atte ad azioni strategiche di Brand Awerness.
Il nostro MORE come start-up è certamente quello di partire da zero e potendo scegliere un obiettivo, è quello di tornare a zero! Ovvero, di contribuire a creare prodotti esteticamente appaganti, ma realizzati in una modalità che possa essere realmente sostenibile

Virginia Grozio

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Tango Philosophy di Giulia Rosmarini: la t-shirt che abbiamo provato per voi

Tango Philosophy di Giulia Rosmarini: la t-shirt che abbiamo provato per voi

Oggi vi voglio parlare di un brand che avete già avuto modo di conoscere qualche settimana fa sul nostro blog: Tango Philosophy.
Ringrazio ancora molto la sua creatrice, Giulia Rosmarini, per avermi dato la possibilità di avere ed indossare una delle t-shirts di cotone 100% biologico filato e pettinato, da lei tinte con prodotti non tossici.
A me la scelta, però! E allora ho optato per una delle splendide magliette con stampato un animale: alla fine ho deciso per la T-Shirt Wassily, che sulla parte sinistra ha raffigurato un dolce asinello, una foglia di quadrifoglio, sul colletto un cuore e nel retro altri tre cuori.

Artigianalità, semplicità e genuinità, queste le caratteristiche con cui si presenta la t-shirt, custodita come fosse un oggetto prezioso, in un sacchetto anch’esso di cotone, con stampato il simbolo che più rappresenta Tango Philosophy: il pesce, simbolo di mare, estate e libertà.

Lavorare con i timbri non è cosa facile, ci aveva detto Giulia. «Prima creo a mano il disegno che vorrei imprimere sulle mie t-shirt, parei o sciarpe, poi lo trasformo in digitale e lo affido ad un laboratorio artigianale, che attraverso macchine laser, lavora il legno.
Ho scelto la via forse più difficile, ma mi piace molto di più; è stata una scelta dettata dal mio gusto personale, non amo la perfezione e l’artigianalità, è l’antitesi. Sul mio sito web si possono ordinare le mie creazioni, ma ogni t-shirt, sarà sempre diversa, non precisa precisa a quella che si vede online».

Sono proprio questi dettagli imprecisi a fare la differenza: rendono questa t-shirt originale. Dai dettagli, nascono le impressioni, le suggestioni, le emozioni che imprimono luoghi, persone e, perché no, capi d’abbigliamento, nei nostri ricordi. Parole sante, Giulia!

Novità di giugno! Da ieri 3 giugno, fino al 9 giugno, Giulia Rosmarini vi accoglierà a Milano nel pop-up store di Via San Giovanni sul Muro, 9.
Potrete trovare parei, sciarpe e tantissime novità, oltre a spolverini, gilet, top e camicie, della stagione primavera/estate 2019. Che aspettate?

Alice Bianco

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Simone Tessadori – Moda, sostenibilità e la sua Dolce Vita

Simone Tessadori – Moda, sostenibilità e la sua Dolce Vita

Attenzione alla scelta dei tessuti, al fatto a mano, alla qualità e al Made in Italy, questo ciò a cui tiene Simone Tessadori, 26enne, fashion designer di origini bresciane che ama le donne e crea per loro abiti eleganti, sinonimo di bellezza.
Diplomatosi al Politecnico di Milano, Simone è riuscito a creare il suo atelier proprio a Ponte San Marco, in provincia di Brescia; si è fatto strada nel mondo della moda con Galvan Sposa e creando una piccola capsule per camicie da uomo per Hugo Boss, che hanno sfilato poi alla Fashion Week di New York. Dopo essere apparso in numerose riviste tra cui Vogue, oggi si è racconta a WearMore.

Simone Tessadori crede che la sua passione per la moda non abbia una data di inizio. «Credo piuttosto sia sempre stata insita in me. Un dono che mi accompagna da quando ne ho memoria. L’ho sempre sentita come una vocazione».

Siamo curiose però di capire come un giovane come lui abbia cominciato a muovere i primi passi. «Ho sempre amato studiare, leggere, osservare. E così ho fatto: riviste, film, documentari fin da quando ero praticamente un bimbo. Poi è iniziato il percorso universitario che ha consolidato e rafforzato il tutto.
Le esperienze lavorative poi mi hanno riportato con i piedi per terra, facendomi sviluppare ulteriormente un forte senso critico verso quello che è il sistema moda oggigiorno».

Metterci anima e corpo, questo consiglia Simone ai coetanei che vogliono intraprendere la sua strada. «I giovani si devono togliere dalla testa che questo lavoro sia fatto solo di riviste patinate e snobismo: ci vuole dedizione, spirito di sacrificio e soprattutto abnegazione».

Simone ci ha poi parlato del suo stile e soprattutto della sua nuova collezione: Dolce Vita. «Questa collezione è per me molto importante perché è quella che finora mi rappresenta di più. Vuole essere un inno alla leggerezza, alla semplicità e all’eleganza più autentica, quella spontanea. Tessuti ricercatissimi incontrano i volumi che oramai mi contraddistinguono, con l’obiettivo finale di fotografare la Bellezza, quella vera, che non sente lo scorrere del tempo».

Bellezza, Made in Italy ed artigianato. Abbiamo chiesto proprio a Simone come pensa possano essere valorizzati maggiormente qui in Italia. «Tutto parte dalla cultura delle persone. Nell’epoca in cui tutto sembra possibile e facilmente arrivabile, non si riesce più ad apprezzare la storia, l’umanità e la tradizione che sta dieto ad un oggetto o per meglio dire un manufatto, fatto con le mani. Ripeto però, questa è una forma di cultura, di saper apprezzare il prossimo e soprattutto una questione di umanità nel senso migliore del termine».

Umanità fa rima con sostenibilità. Che ne pensa Simone Tessidori? «Penso sia e debba essere l’unica moda che dovrebbe esistere. Sostenibilità è un concetto di cui tutti abusano oggi come oggi senza tornare alla radice. Sostenibile in primis significa che possa essere appunto sostenuto. Da chi? Dal pianeta, dal passare del tempo, dal lavoro degli artigiani. Il vero Made in Italy è il miglior sinonimo di sostenibilità».

Ed infine il More. Abbiamo chiesto anche a Simone, qual è il valore aggiunto del suo #stiletessadori. «Per me è questo: in ogni mia collezione si può respirare una nota del mio essere e del mio vivere. In ogni capo si trova nascosto e impercettibile, l’abbraccio di chi lavora con me e ne è artefice. Ogni singolo capo è realizzato a mano dalla A alla Z. Non è mai un semplice vestito, quanto un racconto personale. Se dovessi riassumerlo in una parola, direi Emozione».

Alice Bianco

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Ribbon Clothing – Il founder Alfred Nastro tra sostenibilità ed artigianato

Ribbon Clothing – Il founder Alfred Nastro tra sostenibilità ed artigianato

Oggi vi vogliamo parlare di una giovane realtà veneta: Ribbon Clothing. Nata tra Venezia e Treviso nel 2011 grazie al suo founder, Alfred Nastro, questa azienda si occupa di abbigliamento maschile, esclusivamente Made in Italy ed artigianale. Tutti i prodotti targati Ribbon Clothing sono creati, tagliati e confezionati da esperti artigiani, usando i migliori materiali e tessuti ecologici e naturali.

In questa chiacchierata con Alfred, abbiamo parlato di Ribbon Clothing, sostenibilità, imprenditorialità e ad artigianato. Scoprite qui sotto cosa ne pensa.

Alfred è originario di Padova, ma ha sempre vissuto a Treviso, terra di grandi imprenditori e aziende familiari, che con il tempo si sono affacciate al mondo con visione globale.
«Sono convinto che in questo territorio ci sia un’esperienza importante delle persone che debba ancora essere valorizzata al meglio. I nostri prodotti Ribbon Clothing infatti, sono cuciti da una piccola realtà familiare con una grande esperienza nel settore.»

«I nostri capi – ci racconta – sono il frutto di tanta passione, dedizione al proprio lavoro e innovazione.
Da sempre sono un appassionato del mondo heritage, che spazia dal ben vestire di un tempo, passando per i miti quali Paul Newman, Steve Mcqueen, alle auto d’epoca. I nostri capi racchiudono tutto questo e ambiscono a far rivivere quello stile di vita che tanto ci ha fatto sognare.»

Artigianalità, qualità ed attenzione alla moda sostenibile: queste le caratteristiche del brand. «Il concetto di ecosostenibilità per la nostra azienda è fondamentale. Da sempre usiamo solo tessuti ecologici e naturali quali cotone, lino, lane etc; il tutto rigorosamente italiano e di prima qualità. Penso che il mondo stia cambiando, le popolazioni siano sempre più numerose, quindi ognuno di noi debba dare il proprio contributo in questa unica direzione possibile: l’eco sostenibilità affinchè la nostra generazione e le prossime, possano vivere al meglio ed in salute.»

C’è però un capo particolare che caratterizza e si fa simbolo di Ribbon Clothing: il pantalone R92. «Un pantalone da uomo tipico dei gentlemen con la pince per dare comodità nei movimenti, vestibilità slim moderna e dei dettagli sartoriali quali il bottone a gambo lungo martellato inserito a mano, ormai diventato un’icona dei nostri pantaloni.»

Entrando nello specifico nel tema artigianato, Alfred ci ha dato la sua ”ricetta” per riuscire a valorizzare maggiormente il nostro Made in Italy artigianale. «Io penso che, in un mondo dove siamo bombardati di offerta ogni giorno, ci sia voglia di artigianalità: meno prodotto ma di qualità, realizzato con passione e massima cura per il dettaglio. In tal senso, penso che l’Italia sia un territorio di piccole e medie realtà a conduzione familiare che debba essere ancora valorizzato al meglio: il mondo ha bisogno del prodotto italiano. Lo Stato dovrebbe capire e supportare le varie realtà, per esempio nel concreto con spazi nelle fiere globali più importanti, sostenendo il vero Made in Italy, dove ogni eccellenza artigiana possa esprimere il proprio talento, supportata da visibilità e strumenti professionali, il tutto per far aumentare credibilità e mercato internazionale.»

Rivolgendosi ai più giovani, agli aspiranti fashion designer, Alfred ha raccontato: «Io ho semplicemente seguito la mia passione, volevo creare un brand unico che avesse qualcosa da raccontare. Ho cominciato nel 2011 a creare le prime collezioni, molto semplici rispetto a ciò che facciamo oggi, ma per raggiungere un buon livello c’è voluta tanta costanza e determinazione.
Tra le tante soddisfazioni, ci sono stati anche momenti non facili, ma grazie anche alla mia famiglia, dove da sempre si respira un’aria imprenditoriale, sono riuscito ad andare avanti forte e cosciente del fatto che, se fai le cose fatte bene, prima o poi il successo arriverà!».

Indovinate un po’ qual è stata l’ultima domanda rivolta ad Alfred? Bravi, il MORE, anzi, Ribbon Clothing ha due valori aggiunti. «La cura del dettaglio e la ricerca costante di materiali per stare sempre al passo con i tempi pur rispettando la nostra anima heritage. Seconda, l’assistenza ai rivenditori: puntualità del servizio cercando di accontentare il nostro cliente al massimo e seguirlo man mano dall’acquisto dei nostri capi, alla vendita al cliente finale, supportandolo grazie a campagne di marketing e di branding finalizzate alla vendita retail.

Alice Bianco

fashion designer e artigiani italiani WearMore

I numeri della moda italiana – Cresce il fatturato, ma gli stipendi no

 

I numeri della moda italiana – Cresce il fatturato, ma gli stipendi no

 

Sono usciti qualche giorno fa i dati di Confindustria Moda che riguardano il fatturato di questo settore per l’anno 2018. Volete sapere a quanto ammonta?

 

Se andiamo a cercare la definizione, uscirà qualcosa del genere: Ricavi stimati per 95, 7 miliardi di euro (+0,9% rispetto al 2017) ed export a 63,4 miliardi (+2,6% rispetto al 2017).

 

Come fa notare però, il Sole 24 Ore, volete sapere qual è il colmo?

 

Gli stipendi delle oltre 400mila persone operanti nel settore, sono fermi.

 

Il fashion è l’industria italiana tra le prime a fatturare maggiormente, questo perché all’estero il Made in Italy (anche se poi molti marchi delocalizzano la produzione) è molto apprezzato. La moda italiana ce la fa, nonostante alcune difficoltà politiche internazionali (sanzioni della Russia e l’ombra incombente della Cina) e quindi, mentre gli italiani si impoveriscono, dobbiamo tutto all’export.

Secondo i dati, l’Italia è la seconda nazione al mondo come esportazioni di tessile, moda ed accessori (dietro a metallurgia e Food&Beverage). Chi gode però dei nostri stupendi prodotti di artigianalità?

 

In Europa: la Francia (+2,4%), in Germania (+ 0,9%), Regno Unito (+6,5%).
Fuori dall’Europa: Svizzera (+14,2%), USA (+1,3%) la Cina (+13,6%), la Corea del Sud (+11,3%)

 

Artigianalità ed una filiera produttiva da preservare: questo il valore aggiunto (il More) della moda nostrana. Ebbene, la parte più importante la giocano coloro che sono parte attiva nella produzione e cioè gli operai del settore. È da sottolineare però, che (secondo le stime del Sole 24 Ore) «negli ultimi 4 anni, solo per i quadri (le cariche più alte e vicine alla dirigenza), si è avuta una dinamica retributiva in crescita, mentre sulle altre qualifiche della filiera i trend sono al ribasso o in stagnazione.» A soffrire di più è il reparto del tessile (abbigliamento ed accessori), dove gli stipendi medi sono del -5% rispetto alla media nazionale.


Mentre volete sapere quali retribuzioni crescono? Quelle dei dirigenti, ovviamente! Circa il doppio di quelle dei loro vice, il triplo rispetto a quelle degli impiegati e il quadruplo degli operai.
Nel 2016 gli stipendi erano aumentati, su base annua, del 2,1% c’è quindi una domanda da porsi: stiamo tornando indietro?

C’è poi da distinguere tra il lavorare in una grande azienda con una produzione grande, non luxury e fast e il lavoro negli atelier artigianali, dove sarte/i ed operai, realizzando pochi capi, di lusso e con la qualità del Made in Italy e della tradizione, debbano impiegare più tempo e precisione.

Ci sono casi in cui poi, come ha dimostrato il servizo di Report (Rai 3) di un mese fa, (sulla produzione delle grandi case di moda e non solo), in cui a prevalere è la delocalizzazione, preferita per i costi troppo alti del lavoro qui in Italia. E siccome perché venga considerato Made In Italy, un capo basta sia fatto per il 10% da noi, il gioco è semplice: è facile apporre un’etichetta e guadagnarci molto di più di quanto effettivamente è stato speso per produrre.

C’è quindi da rivalutare prima, l’intera gamma di requisiti, affinché il Made in Italy venga considerato tale. Soprattutto servirebbero delle leggi diverse, che garantissero condizioni di lavoro migliori per i lavoratori, in generale. E la salvaguardia della vita lavorativa di questi operai/operaie: si sa che senza di essi, specializzati in questo settore, i prodotti non verrebbero nemmeno confezionati e messi in commercio.
Bisognerebbe rivedere tutto in un’ottica meno da ”catena di montaggio”, più rispettando il lavoro di nicchia e specializzato che queste persone svolgono (soprattutto nel luxury).

Che ne pensate?

Alice Bianco

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Il ministro Bonisoli istituisce la Commissione moda italiana

 

Il ministro Bonisoli istituisce la Commissione moda italiana

 

Come rendere la moda patrimonio culturale italiano, in un Paese come il nostro, dove il fatturato del comparto per l’anno 2017 è stato stimato 87 miliardi di euro?
Ci sta pensando il Ministro dei Beni Culturali, Alberto Bonisoli, già direttore del NABA (Nuova Accademia di Belle Arti di Milano), che con il suo dicastero ha stabilito la creazione di una Commissione di studio per politiche pubbliche a favore della moda italiana, valorizza.

commissione moda italianaLa Commissione sarà presieduta da Barbara Trebitsch, direttore dei programmi accademici dell’Accademia di Costume e Moda di Roma, e sarà composta, oltre che da rappresentanti del Ministero dello Sviluppo Economico, da: Sara Sozzani Maino, vice direttore di Vogue Italia e responsabile di Vouge Talents, Maria Luisa Frisa, curatore e professore ordinario all’Iuav di Venezia, Antonio Mancinelli, caporedattore di Marie Claire Italia, Angelo Flaccavento, Fashion Writer e Critico per testate italiane e internazionali, Margherita Rosina, professore di Storia della Moda all’Università Iulm di Milano, Rita Airaghi, direttore della Fondazione Gianfranco Ferrè, Stefania Ricci, direttrice del Museo e della Fondazione Salvatore Ferragamo, Lapo Cianchi, vice direttore generale e direttore Comunicazione Eventi di Pitti Immagine, Raffaele Curi, direttore artistico della Fondazione Alda Fendi, Alberto Cavalli, co-direttore esecutivo della Michelangelo Foundation for Creativity and Craftsmanship, Daniela Tisi, consigliere del ministro ed esperta museale, e Paolo Ferrarini, titolare del corso di Fashion and Industrial Design all’Università di Bologna.

Tutti lavoreranno mettendo in campo la loro esperienza e competenza tecnica (non percependo stipendio), studiando progetti, informazioni, esperienze, prodotti, eventi e pubblicazioni specifiche del settore moda. La Commissione concluderà i suoi lavori entro il prossimo 30 maggio 2019.

Secondo quanto detto dal ministro Alberto Bonisoli, la Commissione sarà probabilmente divisa in due tavoli di lavoro: il primo riguarderà, secondo quanto affermato dal ministro, «il patrimonio culturale della moda italiana, si occuperà di tutelarlo, proteggerlo, valorizzarlo», il secondo invece, si occuperà della formazione.

Alice Bianco

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