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Fer Project – Il design unico e artigianale che nasce dagli scarti

Fer Project – Il design unico e artigianale che nasce dagli scarti

Minimalismo e design moderno. Scarti che diventano protagonisti, che si trasformano in accessori artigianali grazie alla collaborazione con fabbri e orafi. Creatività che passa di mente in mente, di mano in mano dando vita al brand Fer. Sentite cosa ci hanno raccontato le ideatrici del progetto: Cristina Rossi e Giulia Loviselli.

«L’idea dei nostri anelli nasce da uno “scarto” di ferro – ci racconta Cristina, designer e fondatrice di Fer – Durante un periodo di lavoro come assistente da un fabbro ho visto tra gli scarti alcuni pezzi di tubo triangolari. Subito ho pensato alla possibilità di farci un anello, ho chiesto al mio collega di limarlo per togliere le bave e l’ho regalato a Giulia la mia compagna. Dal momento in cui lo ha iniziato ad indossare subito ha riscosso successo, così questo ci ha spinto a produrne diversi modelli. Un po’ alla volta abbiamo iniziato anche con l’aiuto di Alessandra e Roberta (due care amiche grafiche) a creare social, sito e pubblicare foto, accorgendoci presto di quanto in effetti gli anelli piacessero. Da lì poi una bella opportunità è stata quella di tenere con loro un corso di design creativo all’Appartamento Lago durante il Fuorisalone.
Successivamente abbiamo suscitato anche l’interesse di British Vogue che ci ha contattato per una possibile comparsa dei nostri anelli sulla Copertina di gennaio 2019. Anche se alla fine non è andata in porto perché è cambiato lo stile della copertina è stata comunque una bella soddisfazione»

Un’attenzione la loro anche per le altre culture, con una visione aperta alle contaminazioni tanto che la collezione che le rappresenta maggiormente è quella chiamata Kintsugi. «Il Kintsugi è un’antica tecnica giapponese per cui alla rottura di un vaso le crepe venivano aggiustate con l’oro, il significato metaforico di questa arte nipponica sta nell’idea che dall’imperfezione e da una ferita possa nascere una forma di bellezza e di perfezione estetica ancora maggiore, la bellezza di abbracciare il danno e amare le proprie ferite.
Tradotto nel design dei nostri anelli si è trattato di creare dei tagli, quindi delle incisioni lineari, sulla superficie che poi sono stati riempiti con oro o argento attraverso la tecnica dell’agemina. Questa tecnica prevede che il metallo prezioso venga battuto e incastrato all’interno del solco. Ci piaceva l’idea che due materiali estremamente contrastanti tra loro si “abbracciassero”: il ferro metallo povero e diffusissimo e l’oro, che al contrario è molto prezioso e altrettanto raro. È interessante come infatti indossandoli si possa vedere che la parte in ferro muta nel tempo e invecchia mentre l’oro rimarrà sempre invariato e splendente».

Ma qual è la storia che si cela dietro a queste ragazze così intraprendenti? «Ho studiato architettura allo Iuav di Venezia – racconta Cristina – Anche se la mia vera passione è sempre stata il design. A seguito di una serie di esperienze sul campo come assistente di un fabbro prima e creativa in uno studio di grafica e architettura dopo, ho iniziato a lavorare come grafica presso una grande multinazionale nel settore del mobile, nella quale continuo a lavorare a tempo pieno. Dopo l’esperienza dal fabbro l’idea di Fer è nata e si è sviluppata in maniera sempre più concreta nel corso di quasi due anni. Giulia è laureata in scienze della comunicazione e ha sempre condiviso con me la passione per il bello e da quando è nata l’idea di Fer mi ha aiutata sia nella fase di progettazione che nella fase più commerciale. Si può dire in effetti che è proprio grazie a lei se i nostri anelli hanno avuto gran parte del loro successo. Anche Giulia lavora a tempo pieno in un’azienda che si occupa di conservazione digitale. In effetti i nostri lavori ci impediscono di dedicare il tempo che vorremmo al nostro progetto anche se questo non ci scoraggia e continuiamo a creare ogni volta che ne abbiamo possibilità. Una delle nostre linee è stata disegnata proprio da Giulia, si tratta dell’anello con inciso graficamente un diamante e riempito con oro o argento, una visione non tradizionale del classico anello con diamante».

Il mondo del design è un mondo in evoluzione continua, ma è anche un mondo dove nel nostro Paese non è facile emergere «Sicuramente il design come lo si intendeva in passato sta diventando un settore sempre più raro o perlomeno qui in Italia è molto difficile affermarsi o poterne fare una professione. I social sono diventati un mezzo potentissimo per mettersi in mostra in molti modi e questo permette certamente a chi realizza cose belle di mostrarsi e condividerle avendo un feedback velocissimo, nel design questo può essere un mezzo davvero interessante. I trend del momento poi hanno ridato voce ad un settore come l’artigianato che rischiava di scomparire fagocitato dalla cultura delle multinazionali. È molto bello vedere come anche i giovani si stiano riavvicinando a questa realtà che ci riporta un po’ ai ritmi lenti del passato, facendo apprezzare e dando valore a quello che veniva fatto a mano in maniera unica e originale»

E nel futuro di Fer cosa c’è? « Il nostro futuro ideale ci vede impegnate nella produzione continua di creazioni. È bellissimo essere parte di un progetto, avere sempre nuove idee e vederle prima su carta e poi realizzate e indossate dalle persone. Un po’ alla volta speriamo di dare al nostro Brand sempre maggiore struttura e visibilità anche grazie alle collaborazioni con tante persone diverse e appassionate di arti come la fotografia, la grafica, l’arredamento. Il design ci permette di sperimentare e sperimentarci continuamente».

Infine, immancabile, la nostra domanda sul MORE, ovvero qual è il valore aggiunto di questo brand «Dal punto di vista creativo per noi è molto importante unire l’estetica ad un significato, non diamo niente per scontato e amiamo i dettagli. I nostri prodotti si basano su geometrie semplici che però ci permettono di lavorare in maniera molto creativa e molto versatile con i dettagli. Ogni facciata dei nostri anelli e come una tavola da disegno bianca, ci apre mille possibilità ed è per questo che abbiamo in mente molti modelli che prossimamente vorremmo sperimenta e produrre. I nostri prodotti sono stati fatti artigianalmente uno ad uno, sono passati da moltissime mani: Fabbri, orafi , problem solvers, specialisti nel trattamento dei metalli, fotografi, grafici e infine anche nelle nostre. Crediamo che il nostro MORE Sia proprio questo: aver creato una rete di persone provenienti da settori molto diverse, le quali hanno contribuito alla nascita di Fer».

Sara Prian

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Cristiana Angeli e il suo Riluce – «Il mio hobby è diventato un lavoro»

Cristiana Angeli e il suo Riluce – «Il mio hobby è diventato un lavoro»

Inauguriamo oggi la rubrica dedicata alle storie con protagonisti voi: gli artisti.

La prima a parlare di sé e della sua attività è Cristiana Angeli, romana, moglie e madre di due bambini, laureata in Ingegneria Aeronautica ed ora creatrice dei gioielli Riluce (www.riluce.it), che potete ammirare su Instagram e Facebook. 

È il sorriso, la tranquillità e la passione che questa donna trasmette, a colpirmi di più e come se stessimo prendendo un té fisico, Cristiana inizia a raccontarmi di come il suo hobby sia diventato lavoro vero e proprio.
«Ho iniziato così, nel tempo libero, facendo qualche corso… del resto fino a qualche anno fa lavoravo in un’azienda che si occupava di costruzione d’interni per aerei. Poi ho avuto il primo bambino ed ho cominciato a lavorare part-time, finché non ho cambiato lavoro e sono diventata responsabile di corsi a tecnici aeronautici (mi occupavo di docenza e marketing). Le amiche continuavano a dirmi di proseguire con questa attività, perchè mi piaceva e me la cavavo.»

E poi volete sapere cos’è successo? «Poi c’è stata la crisi che ha colpito Alitalia e l’azienda in cui lavoravo ha perso il 70% del fatturato. Di conseguenza è iniziata la riduzione del personale e io, nonostante avessi l’indeterminato, andavo a lavorare solo alcuni giorni alla settimana, finché in accordo con il mio capo, ho deciso per il licenziamento.»
Cristiana non si è persa d’animo. «Con il denaro della disoccupazione ho aperto la mia Partita Iva e ho iniziato a lavorare con la mia arte, la mia passione: ho iniziato a produrre gioielli. Ormai lo faccio professionalmente dal 2014».

Da settembre-ottobre dello scorso anno, Riluce, la sua attività, è diventata la sua fonte di reddito e Cristiana né è orgogliosa, tant’è che ha confessato: «L’ho fatto soprattutto perché ho scelto di far prevalere la serenità, per me e la mia famiglia».
I suoi due bambini e il marito, sono la cosa più importante, il suo More. E il suo fan numero uno, colui che l’ha spinta a lanciarsi in questa nuova avventura professionale è proprio il suo compagno di vita: «Sono molto fortunata, io e lui siamo migliori amici, complici, mio marito mi supporta molto in qualunque progetto e devo ringraziarlo perché è merito suo, mi ha dato quella spinta in più per dar vita a Riluce.»

Un lavoro che ama moltissimo. «L’essere ingegnere, l’analizzare, mi aiuta molte volte anche nella creazione dei gioielli, mi ispira e molto volte non vedo nemmeno il tempo che passa, talmente sono immersa in ciò che sto facendo. È per questo che ora ho un altro hobby, per staccare: l’acquerello.»
Dovete poi sapere, che una cosa caratterizza la sua attività: lo showroom a domicilio. «Viaggio con un cassetto-trolley e mi trovo con diverse signore, per chiacchierare e mostrare loro i gioielli che produco. Una volta ero in vacanza in Puglia e ho avuto una richiesta, sono ritornata con la mia valigia dei desideri.
Desideri e lucentezza per le donne. «Qualche mese fa ho ideato insieme ad una stilista romana, una sfilata di moda per signore oversize, in modo che potessero sentirsi belle, apprezzate. È piaciuto molto e lo dovremmo riproporre.»

Non è però tutto rose e fiori: «Del mio lavoro precedente mi manca il contatto con il pubblico, ero abituata a ricevere migliaia di telefonate al giornale, parlare con tante persone, Riluce è un’attività che svolgo a casa e a volte per questo, fatico.
Poi alcune volte mi trattengo dal produrre, questo perché mi capita più spesso che le mie clienti vogliano un gioiello personalizzato, perciò mi capita di dover fare delle modifiche e diventa più difficile.»

L’ultima cosa che le chiedo e il suo rapporto con il mondo dei social. «Li uso come vetrina. In special modo Facebook, il mio target è più su questo network digitale. Anche lo shop che ho sul mio sito, mi permette di vendere certo, ma vedo che le persone hanno ancora voglia di osservare, toccare con mano le cose, soprattutto quelle artigianali: non si fidano solo delle foto.»

Cristiana, con la genuinità, conclude dicendo che il passaparola, le recensioni sul web e a voce sono ancora il mezzo migliore per poter far parlare di sé e del proprio lavoro.
Arrivederci per il prossimo té reale e grazie per il tuo Cristiana. Voi che aspettate ad andare a fare un salto nei social e nel sito di Riluce?

Alice Bianco

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