Anna Elena Pepe wearmore la la stories

La La Stories – Anna Elena una trottola vivente

La La Stories – Anna Elena una trottola vivente

Raccontare la storia di Anna Elena è decisamente impegnativo. Anche se quando l’ho incontrata, l’immagine che ho avuto di lei è stata subito di una persona dolce e curiosa, la sua vita sembra una trottola su cui lei è saltata allegramente spargendo in giro nel suo vorticare, manciate di amore.

Da qualche parte dobbiamo cominciare: studia canto e ballo e teatro sin da bambina, liceo a Ferrara e laurea in Biotech a Bologna. Poi la sua vita si sposta a Londra una decina di anni fa, dopo aver vinto una borsa di studio. Viene accettata in un’importante accademia Londinese dove studia recitazione e nel frattempo insegna privatamente scienze e matematica per mantenersi.
A questo punto inizia la sua carriera di attrice, con conseguente Master firmato dalla Royal Academy a dall’International Institute of Performing di Parigi , dove comincia anche a studiare “scrittura creativa” e a realizzare i suoi primi progetti da autrice.

Come conseguenza dei suoi scritti viene selezionata da una competition della Writers Guild e una serie televisiva creata da lei viene scelta da una produzione TV importante. E questo è solo l’inizio. Da quel momento Anna Elena ha vinto premi e sfornato film, corti, webserie e soprattutto storie caratterizzate da forti personaggi femminili non convenzionali, donne fuori dagli schemi perbenisti che srotolano situazioni drammatiche raccontate in chiave di commedia, un connubio unico e, soprattutto, vincente. Con un’immaginazione che ha del geniale.

Nel 2019 avendo notato che a Londra la maggior parte dei provini che effettuava era per produzioni americane Anna Elena si sposta a Los Angeles lavorando tra Londra e la città californiana con sempre maggior passione.

Volete sapere cosa ha fatto questa giovane donna con gli occhi da saggia?
Intanto lavora attivamente in teatro sia in Italia che a Londra, al cinema ha interpretato “Un viaggio di Cento Anni” di Pupi Avati, “I love you” di Richard Blanshard, “The Tuscan Wedding” con Johan Nijenhuis (Netflix). Protagonista delle serie “It’s not you” e “Totò e Daiana”svolge anche lavoro di doppiatrice e speaker.
I nomi per cui ha lavorato fino ad ora?
Vodafone, Disney, Ryanair, Fisher Price, Hasbro, Sony, per dirne alcuni. E come se non bastasse, Anna Elena è anche una coach e gira il mondo tenendo workshop di Leadership al femminile.

Il tutto racchiuso in questo involucro soave, fatto di dolcezza e curiosità, Anna Elena è una persona che da subito, pur senza dirti niente, ti fa capire che esiste quella parte di lei profonda, quell’anima grande che racchiude tutte le parti che lei mostra alla gente, la sua creatività, il suo coraggio, la sua umiltà nel proporsi come persona che sta cercando di seguire le sue passioni, senza incensarsi, ma solo raccontando fatti che qui e là sono apparsi nella sua vita.

Ecco l’immagine che lei ha dato a me: Anna Elena è come un bellissimo giardino verde, dove la sua intelligenza e la sua creatività fanno spuntare fiori coloratissimi, rendendolo variopinto e profumato.

Il profumo della voglia e della capacità di osare, di fare, rendendo la vita di ognuno di noi che le incontra, più allegra e ricca.
E mi saluta, con il suo sguardo che trabocca d’amore per ogni piccola cosa, mi saluta e vola via.

Luisa Da Re

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barbara pollastrini luisa da re los angeles

La La Stories – Barbara Pollastrini, datele del cibo e vi stupirà

La La Stories – Barbara Pollastrini, datele del cibo e vi stupirà

Con il suo impareggiabile sorriso ed energia arriva Barbara, romana di origine! Cominciamo a raccontarla dagli inizi, così differenti da quello che poi è diventata!

Studi in ragioneria, una vita tranquilla, da sempre Barbara era legatissima alla madre, che aiutava fin da piccola in cucina, incuriosita da tutte quelle ricette, da quel calibrare i sapori, come avrebbe fatto un chimico, nella preparazione dei buonissimi piatti di cui sua madre era maestra. E quello che la bambina pensava mentre infilava le manine nella pasta era “da grande voglio fare questo”.

Un desiderio che poi passò attraverso la malattia della madre, che nella sofferenza aveva espresso la voglia di mangiare cibo francese.
Si, proprio francese! Così, Barbara, per darle quell’ultimo dono, si iscrisse, dopo ricerche e richieste, alla famosa scuola del Cordon Bleu, e ogni giorno riuscì a sfornare un dono per la madre, il cibo francese che lei agognava.

Tutto ciò, portò Barbara a prendere un meritato diploma, con relativo lavoro immediatamente dopo. Addio ragioneria o altre cose, la sua strada era stata disegnata! Diventò insegnante di cucina, proprio per questo poi conseguì un altro diploma a Milano. Si ritrovò ad insegnare a gruppi di ”studenti” che venivano dal Giappone o da altre parti del mondo.
Poi però la madre mancò e Barbara decise di cominciare ad insegnare, forse per ritrovare le radici di quell’amore per il cibo che proprio là nacque.

Dopo poco aprì una ditta di catering a Casalpalocco e venne richiesta come chef privato. A quel punto le capitò l’opportunità di trasferirsi negli Stati Uniti e Barbara sempre pronta a mettersi in gioco partì senza pensarci sopra due volte, perchè un altro suo sogno era diventare una ”Food Stylist” e lavorare ad Hollywood. Che lavoro è? L’arte di preparare i piatti che vengono ripresi dalla camera, giusti per i set cinematografici, creare effetti, giochi di luce. Arrivata a Los Angeles cominciò a guardarsi attorno e rispose semplicemente ad un annuncio in cui cercavano una assistente di un importante Food Stylist.
Entrò in questo gruppo di lavoro con umiltà, senza dire che era una professionista, assistendo gli altri chef in tutte le loro necessità.

Un giorno eccola la sua occasione! Uno degli chef si ammalò e il boss le chiese se poteva sostituirlo. Ovvio che rimasero sorpresi di trovarsi di fronte una tale professionista!

Da lì cominciò una vera e propria carriera, il passo era stato brevissimo e Barbara si trovò catapultata a lavorare come Food Stylist in film come ”Star Trek”. Diventò subito richiestissima e a quel debutto si aggiunsero molti altri film di successo: ”The Hunger games”, ”He’s not just that into you”, la serie dei Muppets, ”Luck” una serie televisiva con Dustin Hoffman, e altri ancora.

Ad un certo punto ci fu un’interruzione importante nella sua vita, che mise a dura prova Barbara e la costrinse a dirigere tutta la sua energia per uscire da quel problema di salute che la colse impreparata. Proprio per questo decise di rientrare in Italia, dove però rimase solo 7 mesi, perché, nonostante avesse credenziali decisamente importanti, non riuscì a trovare lavoro.

Appena decise di rientrare in Usa, ecco che le arrivò una richiesta per un lavoro come executive chef in Tennessee, un ristorante che non stava andando molto bene e che, conoscendo la sua reputazione, la voleva per risollevarne le sorti. Ed infatti, in poco meno di due anni, il posto decollà, dandole incredibili soddisfazioni.

Era arrivato per lei il momento di tornare a Los Angeles, dove ricominciò a fare la chef privata per le famiglie ricchissime, finché, anche in questa occasione le venne offerto un posto come executive chef in un ristorante dove lavora attualmente ed è anche socia.

Bisogna aggiungere, e lei lo dice con orgoglio, che nel frattempo è diventata ”Ambasciatrice del gusto’‘, nominata dall’associazione omonima di Milano, un riconoscimento importante per la sua carriera! Nonostante la storia che da sola potrebbe bastare per riempire più vite, Barbara ha ancora sogni nel cassetto: aprire un ristorante tutto suo, scrivere libri di cucina e, ciliegina sulla torta, un cooking shop!

Conoscendoti Barbara, basta aspettare un paio d’anni!

Luisa Da Re

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wearmore maria la la stories

La La Stories – Maria: dalle stelle alle… montagne

Maria: dalle stelle alle… montagne

Maria nasce a Pisa 67 anni fa, e si nota fin da subito che è appassionata della montagna e che adora soprattutto l’inverno, la natura, l’aria aperta. Ma essendo figlia di due professori universitari viene subito incanalata in una vita di studi. Infatti studia ingegneria informatica e in America, oltre a laurearsi, prende numerose specializzazioni in ingegneria aerospaziale.

Appena concluso il corso di studi, Maria viene richiesta in sede alla Motorola a Boston, dove studia i primi telefoni e lavora per questa ditta alcuni anni. Sempre in questa città, che Maria non ama particolarmente, conosce quello che diventerà suo marito, un musicista che cerca di fare carriera all’interno di una band.

Si sposta quindi a Pasadena insieme al marito… marito che però non essendo riuscito a farsi strada nel mondo della musica vedeva le distanze tra le loro due vite sempre più abissali. Tanto che il matrimonio si sgretola e ben presto Maria prosegue da sola la sua ricerca come scienziata italiana alla NASA, lavorando con collaboratori di eccezione.

Tornando all’inizio di questa storia, torniamo alla passione segreta di Maria, la natura, correre, sciare, nuotare. Cosa succede ad un certo punto? maria la la stories luisa da reSuccede che dopo pochi anni Maria si stanca, vivere chiusa in questi uffici blindati, controllata, in cui tutto si misura a numeri, calcoli e algoritmi la sta saturando. Ha bisogno di tornare a contatto con il mondo.

Di punto in bianco si sveglia una mattina e prende una decisione che ha dell’incredibile: si licenzia e parte per il Big Bear, una località di montagna a nord di Los Angeles, dove ha saputo che cercano una insegnante di sci. Arriva con una sola valigia, si adatta a vivere in un bungalow e comincia la sua vita.
Scusate, la sua seconda vita, quella che avrebbe sempre voluto fare. Un bel calcio a tutti gli studi fatti, alla possibile gloria, ad uno stipendio degno di nota, per la sua montagna, per le valli, per il vento che le accarezza il viso mentre corre, per l’amore per l’aria aperta.

Da 20 anni Maria vive in montagna, alle pendici del Big Bear, insegna sci d’inverno, guida il gatto delle nevi per spianare le piste, tiene aperti gli impianti di risalita, e insegna sci d’acqua d’estate, canoa, a guidare un motoscafo nel lago d’estate, sistema le spiaggette, organizza gite e hiking nei sentieri.

Vive di poco, si nutre della fantastica vista delle sue amate montagne, ha sempre il sorriso sulle labbra ed è felice. Lo spazio è un ricordo lontano, ha tantissimi amici, adora l’Italia e ci ritorna almeno due volte l’anno.

Difficile cambiare vita? Sembra di no, basta avere una passione che ci guida, saper capire cosa ci rende sereni e non lasciarci trascinare da lavori che danno molto in termini di denaro, ma poco in calore e umanità.

La sua missione era mandare una sonda sofisticata su Giove, ma la sua vita è volteggiare sulla neve sulle montagne terrestri. Sorge spontanea una domanda: se succedesse una cosa simile a voi, riuscireste a seguire il vostro cuore?

Luisa Da Re

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Silvia Sanna intervista wearmore

Silvia Sanna: una vita tra il calcio e lo storytelling

Silvia Sanna: una vita tra il calcio e lo storytelling

Infanzia passata, in quel di Sassari, a giocare a pallone nei campi di cemento, a giocare quel calcio che non ha mai dimenticato, che l’ha fatta diventare l’unica donna nella nazionale italiana scrittori. Sì perché Silvia Sanna è un vulcano ed oltre ad avere la passione per quella palla che rotola, è anche maestra di sostegno alla Scuola Primaria, docente di laboratori di editoria e scrittura creativa, nonché storyteller e autrice sia di romanzi che di reportage.

Una donna che ha vissuto un mese in una tendopoli a L’Aquila e per quasi un anno, sull’isola dell’Asinara in una galera abbandonata e occupata da operai cassintegrati con le loro famiglie. Una donna che, se così non dovesse bastare, è partita per la Palestina, lasciando in quel luogo cuore e testa. Una donna che, come si legge nel suo blog, “da grande, cioè verso i 110 anni, vorrei fare la fotoreporter, la libraia, la bibliotecaria e la guida turistica”.

Una donna così, non potevamo mica perdere l’occasione di intervistarla, per entrare nel suo mondo fatto di ironia e intelligenza.

Com’è nata la passione per la scrittura e per lo storytelling?

Ho sempre scritto, fin da bambina: poesie, canzoni, diari, qualunque cosa su qualunque superficie scrivibile. Se avessi potuto, avrei scritto sulle camicie bianche dei passanti. Scrivevo molto, ma raramente facevo leggere agli altri i miei scritti per una forma di pudore e imbarazzo: perché vivevo la scrittura come un atto intimo. Poi la necessità di raccontare storie che potessero e dovessero essere lette, ha preso il sopravvento: ho pensato che dar voce alle persone e alle loro storie fosse non solo necessario, ma in alcuni casi un vero e proprio dovere morale. Lo storytelling è la naturale prosecuzione del mio modo di raccontare: mettere al centro della narrazione le persone, con le loro storie, belle o brutte che siano. Se qualcuno non ha un nome, un volto, una storia, non esiste pienamente, rischia di rimanere solo un numero: ecco, io amo le persone, non i numeri.

Hai un passato tra i campi di calcio: come è venuta l’idea di unire la tua passione per la scrittura a quella del calcio dando vita a “Una Bomber”?

“Una bomber” è nato nel modo peggiore per una calciatrice e migliore per una persona che ama narrare: stare ore e ore in panchina. Ho iniziato a giocare a calcio molto tardi, anche se come molte, da bambina palleggiavo con la testa delle bambole. Per questo mi sento di ringraziare l’azzurra Valentina Giacinti che ha sdoganato un tabù ludico che qualcuno scambia per tortura ai danni delle Barbie.

Giocavo con i bambini perché le bambine preferivano giochi più composti e statici, che a me risultavano noiosi. I miei amici suonavano il citofono e chiedevano a mia madre il permesso per farmi scendere per strada, perché mancava un giocatore e nonostante le ansie come “Ti vengono le gambe storte” o le richieste “Ma non puoi giocare con le femmine?”, io e le mie ginocchia sbucciate eravamo felici. Tutto questo per dire che non avendo mai giocato al di là del campetto sotto casa, mi sono sempre mancate la preparazione e la tecnica, e l’istinto non bastava. Quando a vent’anni sono entrata in una squadra, vera e di sole donne, ero già troppo grande: le altre giocavano da sempre e io non avevo fiato, muscoli, tecnica, ma “solo” una passione infinita. Perciò il mio ruolo, a parte quello di entrare negli ultimi 10 minuti e segnare, era quello di panchinara. E dalla panchina si ha un punto di osservazione privilegiato, perciò ho scritto “Una bomber” ispirandomi a scene viste in campo e altre ricostruite, ma non troppo, con la fantasia. Lo considero un esperimento a metà strada tra il bestiario del calcio e un manuale per continuare a non capire le donne.

Ho giocato con gli stereotipi sperando di smontarli: non so se ci sono riuscita, ma il libro è stato apprezzato da molte calciatrici che hanno capito la mia volontà di esagerare in alcuni passaggi per ridicolizzare luoghi comuni, sessismo e omofobia.

Come hai vissuto la convocazione nella nazionale scrittori e com’è essere l’unica donna in questa squadra?

Ho pensato che il mister della Nazionale Scrittori, Francesco Trento fosse proprio disperato a convocare me. Però in fin dei conti non ci sono tante donne che amano scrivere e giocare a calcio. In realtà credo di essere quella che in gergo tecnico si definisce ‘na ”sola”. Una zavorra al centrocampo che crea confusione, ma tra i propri compagni, mica tra gli avversari! Ogni tanto, quando arrivo davanti all’area, rischio anche di fare gol. Il fatto è che mi diverto così tanto a giocare che alla fine mi dimentico che l’obbiettivo è fare gol. La squadra è formata da un gruppo meraviglioso di scrittori con i quali ho legato subito: sono divertenti, acuti, gentili e ben allenati. La loro preparazione atletica è seria e meticolosa e anche la dieta pre-partita.
Per prepararmi per la partita Austria-Italia a Vienna, io mi sono iscritta in palestra e l’ho frequentata per 3 giorni; prima del match loro mangiavano pasta in bianco e io wurstel e crauti. Così, giusto per smontare lo stereotipo dell’uomo famelico e della donna perennemente a dieta. Io li adoro e spero che mi portino come zavorra ad altre partite, perché se in campo non do il mio contributo sportivo, al terzo tempo, tra birra e crauti, non sono poi malaccio.

Seguendo molto il calcio femminile, mi sono accorta che negli ultimi anni, soprattutto grazie a emittenti come Sky, sia diventato fonte di storytelling per i giornalisti. Quanto credi questo strumento possa incidere per il coinvolgimento delle persone nel movimento?

Come già detto prima, lo storytelling è un mezzo utile e potente, quindi anche rischioso. Una storia narrata male può incidere negativamente sul singolo e sulla collettività, citando Moretti “Le parole sono importanti”. Spesso nel calcio femminile vengono usate senza criterio, altre volte il criterio purtroppo c’è ed è “doloso”. Oppure, spesso, vengono raccontate delle storie con una banalità sconcertante – linguistica e tematica – che non fanno che rafforzare gli stereotipi. Un tentativo di complimento come “Galli ci ricorda Pirlo” se può far piacere, rivela anche una totale mancanza di paragone di genere. Quanto sarebbe bello sentire, prima o poi: “Questa giocatrice ricorda Tona, Fuselli, Domenichetti, Iannella” e altre campionesse di calcio e di umanità. Come dicevo prima, una persona inizia a esistere solo se le dai un nome, un volto, una storia.


Detto questo, per me l’esempio migliore di storytelling è mia mamma che odia il calcio e quando la chiamo per dirle di mettere su Rai1 che c’è la Nazionale, mi prende per matta, ma poi aggiungo che giocano “Elisa e Aurora, le nostre ex vicine di casa” e si precipita a cambiare canale. Elisa Bartoli e Yaya Galli sono due bellissime persone, oltre che due campionesse: sapere questo, cioè conoscere anche solo un po’ della loro storia e personalità fuori dai campi, aiuta sicuramente ad avvicinarsi a loro come persone e come sportive, e quindi al calcio femminile. Anche perché per fortuna, al contrario di ciò che avviene con i calciatori, non troveremo mai le loro storie sui giornaletti di gossip. A parte i tentativi di attribuire fidanzate a tutto spiano a tutte le calciatrici, dico. Lo storytelling, quindi, se basato sulle competenze e le qualità personali, può servire a far conoscere contemporaneamente queste grandi donne e atlete.Se posso permettermi, consiglierei anche la lettura del libro “Volevo essere Maradona” di Valeria Ancione che racconta la donna e l’atleta Patrizia Panico ed è un ottimo esempio di storytelling.

A proposito di calcio femminile, cosa credi si possa fare di più per far cambiare mentalità a chi dice che non può essere paragonato a quello maschile?

La mia risposta “di pancia” data è: niente. Lasciamo che il calcio femminile non sia paragonato a quello maschile, per carità, perché perderebbe molto! Il calcio femminile è, nella maggior parte dei casi, genuino, corretto, umile. Si può dire altrettanto di quello maschile? Diverso è invece il discorso prettamente professionale: il calcio femminile deve essere equiparato a quello maschile, perché è vergognoso che sia considerato uno sport dilettantistico nonostante l’impegno, la professionalità e le competenze delle atlete; come se il giornalismo fosse considerato una professione per gli uomini e un hobby per le donne, quindi sottopagato o non retribuito proprio.

Conosco fior di giocatrici di serie A che per mantenersi giocano e lavorano allo stesso tempo e giocatori di serie inferiori che guadagnano il triplo. Pare che i recenti Mondiali stiano finalmente dando uno scossone al movimento: le donne hanno mantenuto un atteggiamento diplomatico per troppo tempo, è ora di iniziare a rovesciare le scrivanie, metaforicamente parlando. Cosa possiamo fare noi, a parte seguire il calcio femminile? Fare in modo che finiscano le assurde distinzioni tra “cose da maschi” e “cose da femmine” che da sempre caratterizzano – e spersonalizzano – la crescita di bambini e bambine. Sono una maestra e mi piace spiazzare bambini e colleghe prendendo un pallone e iniziando a palleggiare in mezzo al campetto. La maestra che gioca a calcio è, per me, la lezione migliore sulla parità di genere che io possa offrire alle mie alunne e ai miei alunni, ma soprattutto ai genitori e ai colleghi. Negli ultimi tre anni sono state quattro, le mie alunne che hanno iniziato a giocare a calcio (da sempre considerato “uno sport per maschi”) e sono il mio orgoglio tanto quanto Davide, il mio alunno del cuore, che è un campione di ginnastica artistica (da sempre
considerato “uno sport per femmine”).

Sono anni che mi batto per far capire quanto sia importante la creatività nella vita di una persona. Tu, da insegnante, quanto pensi sia fondamentale nella vita di un essere umano fin da piccolo dare sfogo alla sua creatività?

Penso che sia non solo importante, ma proprio vitale, esprimere la propria creatività. Se io non scrivessi mi sembrerebbe di vivere a metà, di non respirare abbastanza ossigeno, di non poter regalare, liberare o prestare i miei pensieri. Credo che tutti, ma proprio tutti, siano “portatori di creatività”, ma purtroppo non sempre questa riesce ad affiorare per vari motivi: il contesto in cui si vive, il carattere, gli strumenti che si possiedono, l’autostima. Mi viene in mente Vivian Maier: una bambinaia un po’ burbera che lavorava presso famiglie statunitensi abbienti. Era una donna molto riservata e poco socievole e solo molti anni dopo la sua morte si scoprì che aveva delle straordinarie doti come fotografa tanto da essere considerata, oggi, una delle migliori al mondo. Ecco: lei è riuscita non solo a scoprire, ma anche a coltivare la sua creatività e chissà quante potenziali Vivian ci sono tra i banchi di scuola, al mercato, in cucina, in fabbrica.

Da quel che ho letto su articoli e nel tuo blog sei una donna che non si ferma mai e assolutamente da prendere come esempio. Come riesci a trovare un equilibrio tra tutte le cose che fai?

Non so se sono da prendere come esempio: senz’altro quello che faccio, lo faccio sempre con passione, entusiasmo e onestà, mettendoci tutte le energie… per poi finire stesa a terra per la stanchezza, ma con orgoglio. Poi mi riprendo un po’ e ricomincio. E’ più forte di me: l’iperattività creativa e organizzativa mi hanno sempre accompagnato, fin da piccola: mi piace organizzare momenti di condivisione, creare gruppi di lavoro, creare relazioni tra persone che hanno tanto da dire e da dare. Non credo di aver trovato un equilibrio, anzi, ogni tanto barcollo un po’ perché mi rendo conto di fare troppe cose contemporaneamente. Ma se non ora, quando? Quindi più che un esempio, posso pensare umilmente di incoraggiare le persone che hanno delle passioni a coltivarle fino in fondo, sempre.

Noi di WearMore cerchiamo sempre il MORE, il valore aggiunto nella vita e nel lavoro. Cos’è quindi per Silvia il MORE?

Il mio personale “more” credo sia l’apertura verso l’altro, verso le differenze, con una vita personale e lavorativa protesa verso un arricchimento umano e culturale dato dagli scambi tra persone. Non è un caso che io abbia scelto di lavorare nella scuola più multietnica della mia città, San Donato, in una classe composta da 16 bambini di cui 12 figli di stranieri. Ogni giorno, entrando a scuola, mi sembrava di aver ricevuto un regalo immenso: tutti quei colori, quelle lingue, quei profumi…tutta quella ricchezza per il nostro presente e per il futuro. Il “more” per me è proprio questo: guardarsi attorno, cogliere quanto c’è di più bello e differente da noi e arricchirsi delle proprie reciproche differenze.

Sara Prian

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elisabetta wearmore think italian events

La La Stories – Elisabetta: una donna che ha come casa il mondo

La La Stories – Elisabetta: una donna che ha come casa il mondo

Elisabetta è stata una delle mie prime amiche, quando sono arrivata a Los Angeles. Quando l’ho conosciuta, 10 anni fa, era alla ricerca di un confronto reale delle sue capacità. Ma cominciamo a raccontare la sua fantastica storia!

Nata a Roma, italiana al 300%, fino ai 18 anni non le era mai balenato nella mente che potesse esistere un’altra lingua che non fosse l’italiano, ma aveva un grande desiderio di conoscerne altre. Il suo primo viaggio fu in Francia, a seguito di una borsa di studio e le si aprì il mondo.

Conseguita la maturità a 19 anni, partì come ragazza alla pari per Washington, e lì si crearono le basi della sua vita avventurosa. Infatti conobbe Geert, colui che sarebbe diventato suo marito, e, ancora di più, cominciò a conoscere il mondo, quel mondo che nel corso degli anni avrebbe girato in lungo e in largo.

Geert, belga, studiava per diventare diplomatico; Elisabetta, dopo un anno in Usa, era rientrata a Roma, dove Geert, che lavorava come funzionario in una banca, l’aveva seguita presentandosi ai suoi genitori.

Una serie di coincidenze aveva fatto sì che i due si trasferirono in Belgio per un periodo, poi a Milano, quindi a Roma, dove Elisabetta si laureò in giurisprudenza, e quindi di nuovo a Milano, per approdare nuovamente in Belgio, paese in cui inizialmente lei faceva fatica ad ambientarsi, per il clima cupo e per le differenze culturali.
Ma animata come sempre da tenacia e buona volontà, studiò il fiammingo e il francese, le due lingue nazionali, per integrarsi meglio e cercare di entrare in sintonia con la cultura locale; e poi anche l’inglese, conseguendo un diploma come interprete dell’Unione Europea. Insomma, mentre Geert lavorava in banca, Elisabetta percorse una strada personale di tutto rispetto. Dimenticavo, in mezzo a questi quasi perenni traslochi, i due si sposarono!

Il soggiorno in Belgio minò però alla base, la fiducia in se stessa, che Elisabetta, già di suo, non aveva. Geert era sempre più intenzionato a buttarsi nella carriera diplomatica, e lei sentiva che non avrebbe potuto rappresentare con passione un paese straniero, che non sentiva come suo.

Ma il destino volle che proprio suo marito ne diventasse il rappresentante, quindi destinazione Roma: cominciò la sua vita da moglie dell’addetto culturale belga.
A Roma, dove rimasero 3 anni, nacquero le due figlie, Carlotta e Matilda, poi improvvisamente Geert venne richiamato in Belgio e vissero lì altri 3 anni, difficili per Elisabetta.

Finalmente la svolta con destinazione Israele arrivò nel 1998, 2 anni in cui Elisabetta fece esperienze meravigliose e indimenticabili. Ma, dietro l’angolo, li aspettava un rientro precoce in Belgio, dove la Regina Paola richiese Geert come segretario particolare.

I successivi 4 anni passati a Bruxelles furono pieni di gioia e di soddisfazioni; Elisabetta decise di cambiare atteggiamento nei confronti di questa vita da nomade, e diventarne protagonista anzichè subirla passivamente. Finita questa missione, vennero destinati a Washington, dove altri 4 anni di vita felice li aspettava.

A seguire arrivò a Los Angeles. Elisabetta per aiutare Geert, sempre appassionato del suo lavoro, si dedicò all’accoglienza in casa e a tutti i ricevimenti, cene e incontri rappresentativi, orgnizzando cibo, intrattenimento ed ogni altra cosa servisse per collaborare a rendere perfette e indimenticabili quelle occasioni. Insomma, la coppia diplomatica per eccellenza.

Ed ecco che, finiti i 4 anni losangelini, lei capì una cosa importante: il suo valore come organizzatrice, come chef, come donna d’affari. Una cosa che si era negata per troppo tempo. O meglio che aveva da sempre fatto ma senza averne coscienza. E volle una conferma dall’esterno, volle misurarsi da sola, non attraverso il lavoro del marito.

Mentre Geert partì per L’Arabia Saudita, lei rimase a Los Angeles, dove nel frattempo avevano acquistato una casa, e fondò una compagnia di catering dal nome ”Think Italian! Events”.

Tutti i pezzi del puzzle che giravano scollegati combaciarono e, anche con un po’ di fortuna, Elisabetta riuscì, con il duro lavoro e l’impegno, a realizzare se stessa, a conseguire un visto come imprenditrice per rimanere in California e mantenersi. Adesso è una donna che non ha più timore di dimostrare la propria forza, una donna di successo e piena di affetto per i suoi cari. Il marito attualmente si trova in Cile e che dal periodo arabo divebbe Ambasciatore, le figlie hanno fatto carriera (la maggiore vive in Australia e la minore in California) entrambe intelligenti ed in gamba.

E lei, Elisabetta, che dal credere di non riuscire a far niente bene nella propria vita, ha realizzato solo con la forza di volontaà un’impresa difficile, che lei sembra svolgere senza alcuna fatica e sempre con il sorriso sulle labbra. Quando la chiami al telefono è usuale sentirsi rispondere che è a Sidney, ad Abu Dhabi, in Argentina, Alaska, o in qualsiasi altro posto del mondo. Una donna con una forza incredibile, che ancora non sa di possedere appieno. Un vero peccato non avere a disposizione almeno 100 pagine per raccontare la sua vita più nel dettaglio.

Eppure, vi assicuro, lei nell’anima è ancora al 300% italiana!

Luisa Da Re

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La La Stories – Storia d’amore e di molte altre cose: Stefania

 

La La Stories – Storia d’amore e di molte altre cose: Stefania

 

Stefania Valentino Buffalo è napoletana, una di quelle donne che con determinazione mista a curiosità, ha deciso di studiare il mondo. Iscrittasi all’Università Orientale di Napoli ha cominciato a viaggiare con il progetto Erasmus, in Inghilterra, Spagna, Olanda… finché la sua vita si è scontrata con quella di John e appena laureata, nel marzo del 1992, si é sposata con lui, volando e cominciando a vivere in America.

Ma torniamo un attimo indietro nel tempo, perché la sua storia ha tanto da raccontarci, soprattutto per l’originalità e l’importanza che riveste il suo percorso.

Prima di laurearsi, Stefania aveva cominciato a lavorare per una compagnia che si chiamava MCI (poi assorbita da Verizon), nel settore marketing militare. Lei con altre tre colleghe coprivano tutta l’Europa e il Medio Oriente promuovendo una carta – long distance calling – per i soldati, che permetteva e facilitava loro nelle chiamate telefoniche a casa, senza dover preoccuparsi di trovare gettoni e cabine telefoniche. Parlarne adesso sembra preistoria, ma non è così lontano quel periodo, vero? Chi se lo ricorda?

La MCI facilitava il contatto tra i militari americani distaccati in Europa e Medio Oriente con le famiglie e i propri cari, e lei, essendo la promotrice di questo nuovo metodo, che si appoggiava a un numero verde nei vari Stati: saliva su portaerei, sottomarini e basi militari americane a spiegarne l’uso,

Un giorno, per pura coincidenza, poichè sarebbe dovuta andare una sua collega (ammalata), è stata destinata alla nave ammiraglia Belknap, a capo della Sesta Flotta della Marina Militare Statunitense, posizionata nel Mediterraneo e, guarda caso, l’ufficiale che aveva svolto la prassi per farla salire a bordo era…John.

Non si può dire che John ci mise tanto ad innamorarsi di Stefania, tant’è che due mesi dopo le chiese la mano! Era stato destinato al Pentagono, doveva quindi rientrare in Patria e non avrebbe permesso per nulla al mondo di separarsi da quella donna che gli aveva rapito il cuore.

Interessante perché, come ogni famiglia italiana, di Napoli poi, ovviamente i tempi di fidanzamento sembravano troppo brevi per lasciare andare Stefania, soprattutto in un Paese così lontano! Ma Lo zio di Stefania, facente funzioni del padre, venuto a mancare, prese John in disparte e gli parlò per più di un’ora prima di darne il consenso.

Quando Stefania chiese a John cosa si erano detti, lui rispose con una flemma quasi inglese : non ho idea, non ho capito nulla!
Ma permesso accordato, si sposarono e traferirono a Washington D.C.!


Due culture e tradizioni così diverse, hanno iniziato a lavorare assieme per conoscersi meglio e il risultato é stato un ottimo matrimonio e quattro fantastici figli!!
Sarebb
e troppo semplice però, se fosse finita qui.

Stefania é speciale. In Italia aveva avuto esperienze lavorative anche nella prevenzione, aveva fatto consulenza alla Rai, soprattutto Rai Education, con Giovanni Minoli, e per la Confcommercio era preposta alla sicurezza sul lavoro, compito che viene svolto in accordo con enti quali Inail e Inps.

In Europa abbiamo una sistema di prevenzione che é controllato dalla Unione Europea, devono essere sempre rispettati dei canoni precisi a scapito di penalizzazioni, cosa che non esiste in America, dove tutto é legato ad altre regole e, diciamolo, lasciato al buon senso delle persone.

Questo Stefania ha portato con sé, una vera innovazione per le assicurazioni, che come ben si sa in Usa hanno il monopolio su molte, troppe attività. Lei ha fatto la gavetta, scalando la strada a colpi di licenze e diplomi, ed è diventata Insurance Agent e Financial Advisor della Farmers.

Il lavoro la appassiona, il suo passato di prevenzione ha portato grande giovamento all’Azienda, finalmente prendendo in considerazione corsi di formazione. Tutto ciò le permette di proteggere meglio i suoi clienti, di vedere al di là, con la conoscenza dovuta all’esperienza, rendendola unica nel suo modo di operare.

E adesso per la prima volta, si sta davvero inserendo la prevenzione, con corsi di formazione, cosa che non era mai successa.
Stefania, una donna che ha seguito un amore, che è cresciuta ed ha portato tanto di sé, della propria passione, del proprio coraggio e valore, oltreoceno, con grande entusiasmo e semplicità.

Non so voi, ma io quanto ascolto queste storie penso sempre che queste donne siano incredibili e che non riuscirò mai ad eguagliare tutto ciò che loro sono riuscite a fare. Ma vorrei condividere con voi la fase successiva a questi pensieri, purtroppo, quasi tipicamente femminili.

Siamo tutte speciali, siamo delle guerriere, siamo grate a quello che ci riserva la vita e alla possibilità di conoscere le storie di altre donne che condividono con noi una parte importante di loro stesse.
Questa è la ricchezza più grande. Grazie Stefania!

Luisa Da Re

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Camilla Mendini e il suo Amorilla – L’italiana a New York che si batte per la moda sostenibile

 

Camilla Mendini e il suo Amorilla – L’italiana a New York che si batte per la moda sostenibile

 

Per parlare di una delle donne straordinarie di questo mese, ci siamo trasferite a New York. È lì che attualmente risiede Camilla Mendini, veneta doc (di Verona), classe 1986, mamma di due bambini piccoli, graphic designer, ma soprattutto (dal marzo 2018), fashion designer, che ha fondato proprio a pochi passi dalla Grande Mela il suo brand di moda sostenibile, Amorilla.

A New York è appena risalita la temperatura, dopo il gelo delle ultime settimane, Camilla (conosciuta sul canale Youtube e su Instagram con il nickname Carotilla) accusa i primi effetti dello sbalzo termico, ma si appresta a raccontarci di lei.
Per prima cosa le abbiamo chiesto com’è nata l’idea di fondare Amorilla. «Io fino al 2015 ero una persona totalmente anti-moda, preferivo vestire con abiti vintage e altri vestiti che trovavo, ma mi preoccupavo poco. Poi quell’anno è uscito The True Cost, il documentario che svelava i retroscena della moda ed è scoppiata lì la mia voglia di impegnarmi a creare qualcosa che avesse a che fare con la sostenibilità e l’etica della moda.»

Prima di dar vita ad Amorilla però, Camilla, trasferitasi in America per seguire il marito, non ha passato un bel primo anno, lavorativamente parlando. «Sono rimasta ferma per i miei figli, perché non riuscivo a lavorare e a trovare proprio un posto che mi permettesse anche di stare accanto a loro e crescerli. Poi ho iniziato a collaborare con qualche agenzia qui a New York, per alcuni lavori di grafica, finché non ho capito e mi sentivo, che dovevo fare qualcosa di mio.»
Amorilla è nata così. «Non mi interessava di per sé di parlare di moda, ma mi sono buttata, del resto sono sempre stata una freelance, per cui non mi spaventava questo progetto, anzi!»

Con i suoi capi, Camilla ha iniziato a parlare e trasmettere il suo messaggio di sostenibilità e puntando sullo storytelling, ha creato quello che lei chiama ”contenitore di storie d’amore”: Amorilla.
Il brand si propone infatti di riscoprire le tradizioni tessili legate ad un Paese ogni volta diverso (ai tessuti e ai vestiti), riprenderle per creare delle mini collezioni da donna, in maniera totalmente etica e sostenibile.
La sua prima collezione (SS 2018/19) è nata in India, nel Rajasthan. È stata realizzata da sarti e artigiani locali: è stata ripresa un’antica tecnica di stampa con blocchi di legno intagliati a mano ed è stato utilizzata su cotone biologico Indiano, il Khadi, che Gandhi aveva eletto simbolo dell’indipendenza economica.
La seconda ”storia d’amore” (AW2018/19) ha invece il sapore dell’Italia: partendo dalla stoffa, filata nel Comasco mischiando fibre naturali di canapa e di lana di Yak, si è ottenuto un tessuto di lusso, molto morbido ma allo stesso resistente, ipoallergenico e altamente sostenibile. I capi sono poi stati realizzati a mano e a macchina da sarte nel Veronese.

Amorilla è prevalentemente formata quindi da capsule (collezioni con pochi capi): «Si, ho deciso di realizzarne pochi, perché i miei abiti sono di lusso, durevoli e si possono abbinare in vario modo. Chi li acquista deve sapere che costano, ma perché stanno facendo un investimento e potranno indossarli per molti anni.»
A tal proposito (consiglio nostro di WearMore) se iniziate o già seguite Camilla su Instagram, nelle sue stories, quasi ogni giorno vi dà dei consigli su come indossare i capi delle sue collezioni, abbinamenti sfiziosi e colorati.

Da fashion designer qual è diventata, le abbiamo chiesto se avesse qualche consiglio da dare ai giovani designer come lei: «Lo vorrei anch’io qualche consiglio in verità! Credo comunque in base anche alla mia esperienza, che l’importante sia essere sempre coerenti. Avere uno stile chiaro, definito e un obiettivo a cui puntare in ogni collezione, ed ovviamente differenziate il vostro prodotto.»

Proprio di distinzione e valore aggiunto le abbiamo chiesto infine, proponendone la domanda di rito: cos’è per te il More nella vita e nel lavoro. «Una domanda non proprio facile! Forse però, continuo a ripetermi, è la coerenza. Come madre, donna ed imprenditrice cerco di portare avanti la mia ”battaglia” per la sostenibilità e l’etica, elementi fondanti, che fanno parte di me e di come sono.»

Alice Bianco

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La La Stories – Annalisa: un cuore da donare ogni giorno

 

La La Stories – Annalisa: un cuore da donare ogni giorno

 

Alta, mora con gli occhi verdi, Annalisa da fin da subito un’immagine di donna forte, ma fragile, impenetrabile, ma aperta.

Nata in Piemonte, cresciuta appena fuori Milano, interprete di professione, decide di venire a Los Angeles all’età di 26 anni per perfezionare la lingua. Il suo progetto è di rimanere per 9 mesi, giusto il tempo di frequentare una scuola di sceneggiatura. Quello che ci proponiamo spesso non rispecchia quello che ci accade.

Infatti Annalisa incontra il suo futuro marito e i tempi si allungano… studia così altri 9 mesi Commercio Internazionale. Mentre le coincidenze già cominciano ad addensarsi nel suo mondo, viene assunta come Controllore della qualità dei sottotitoli italiani in film e serie televisive.
Scherzando lei mi dice che conosce tutte le puntate di E/R a memoria! E molte altre!

Si sposa, cambia il suo visto con la carta verde e decide di collaborare con il marito che lavora nell’immobiliare, per poterlo seguire in giro per gli Stati Uniti.

Nel 2007 viene assunta da E! Entertainment per gestire il sito italiano di notizie sullo spettacolo, una grande opportunità, quindi cambia. Esattamente prima del crollo immobiliare del 2008, cosa che ha permesso a lei di attutire il danno che il marito nel frattempo cercava di gestire.

Rimane nel campo spettacolo ed intrattenimento fino al 2014, quando inizia a ”sentire” dentro di lei che qualcosa la chiama.

Ricompone la sua vita, rivede le esperienze passate, accetta di guardare in faccia i ben tre tentativi di stupro che ha subito in gioventù, il primo addirittura a 17 anni, nonché l’abuso subito durante l’ultima relazione in Italia, con un uomo che non la lasciava nemmeno uscire in macchina da sola; si guarda attorno Annalisa. Vuole cambiare certo, ma vuole anche dare.

Fonda quindi, nel 2015, un’organizzazione NoProfit, la Lasting Impressions, www.LastingimpressionsCenter.org, per provvedere ed aiutare le vittime di abusi tramite la Arts Therapy. Impressionante vero?

Tuttora lavora come Digital Marketing in una azienda per riuscire a mantenere l’associaizone che comunque vanta finanziamenti sia da persone singole che da altre organizzazioni. Tutto ciò che lei mette a disposizione, strutture e team, sono gratuite.
Ha capito che non può salvare il mondo, ma ha anche capito che deve provarci.

La guardo, così semplice nel raccontare, eppure così ricca di esperienza. E mi sento bene anch’io, perché Annalisa mi fa sentire orgogliosa di essere donna.

Luisa Da Re

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Come nascere tante volte: storia di Sole

 

Come nascere tante volte: storia di Sole

Il suo vero nome è Maria Soledad. Nostra Signora della Solitudine. Ma lei odia il nome Maria. E tutte le persone che le vogliono bene non possono chiamarla Solitudine, perchè non la rispecchia.
Infatti alla fine per tutti è Sole, o Sunny.

Donna in movimento: nata da genitori argentini è vissuta a Buenos Aires fino all’età di 19 anni e poi….poi? Una storia buffa. Il padre, architetto, ogni tanto millantava di trasferirsi in Italia, tant’è che Sole con le sue tre sorelle minori, aveva anche preso lezioni di italiano, con gran divertimento di tutte loro perchè con le nostre doppie e parole strane facevano ammattire la povera insegnante… Ma, come dicevamo, poi un bel giorno il padre arriva a casa, e in quattro e quattr’otto vengono fatte le valigie e…si parte! Tutti trasferiti a Rimini, dove i genitori aprono una ditta di import-export.

Sole aveva già fatto due anni di architettura a Buenos Aires, ma arrivata a Rimini, paese di origine del nonno paterno, ha dovuto prima di tutto superare un esame in cui doveva sapere tutta la storia italiana, cosa che le è costata due anni di studi, per poi iniziare da capo l’università dove non le abbonavano gli esami già dati.

Forse questo obbligo a ricominciare e ricominciare ancora, ha forgiato il suo carattere così tanto da farla diventare metodica e paziente. Ha lavorato nella ditta del padre per mantenersi e poter vivere da sola, ha potuto arricchire le sue 3 lingue, spagnolo, italiano e inglese, con il russo, lingua che le serviva per il commercio della ditta.

Poi mentre il tempo passava, e la consapevolezza che l’architettura non era esattamente quello che lei voleva dalla vita, ha incontrato Alessandro. Calma e brillante come un lago di montagna lei, vulcanico e dirompente come un fuoco d’artificio lui. La coppia perfetta insomma. Soprattutto per creare.

Da lì la vita di Sole è stata sempre più quello che lei voleva: hanno iniziato con la passione per i video, hanno lavorato in pubblicità con marche famose, si sono trasferiti a Milano, sono cresciuti, cresciuti e cresciuti.

Sono approdati a Los Angeles e adesso hanno una ditta di produzione film e documentari di grande qualità, apprezzati e molto richiesti, anche per matrimoni di personaggi illustri in località da sogno in giro per il mondo. La loro vita è fatta di viaggi, ricerche, lavoro e curiosità.

Si può essere fermati da situazioni che non aspettavamo, ci si può demoralizzare, ma se si continua a guardare avanti senza paura, quello per cui lottiamo si presenta puntuale, abbracciandoci.
Ma, la cosa più bella, è che lei ancora porta con sè il sole, quel sole che, anche se non era stato il nome con cui era stata battezzata, è diventato quello che la illumina.

Luisa Da Re

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I consigli della Life and Business Coach Carina Fisicaro – «Prima pensa all’Essere, poi al Fare»

I consigli della Life and Business Coach Carina Fisicaro – «Prima pensa all’Essere, poi al Fare»

46 anni, da 30 vive in Italia, ma è originaria dell’Argentina, Carina Paula Fisicaro come mestiere, anzi come missione, ha quella di voler aiutare le donne, personalmente, spiritualmente e professionalmente.
È una Life and Business Coach certificata, che ha deciso di dedicarsi completamente alle donne, ed è per questo che abbiamo deciso di parlare un po’ con lei, capire meglio cosa fa, cosa l’ha spinta ad abbandonare un lavoro dipendente, mettersi in proprio e sposare la sua mission.

«Aiutando le donne, ho aiutato anche me stessa». Carina è arrivata in Italia non sapendo nemmeno una parola della nostra lingua, ha fatto molti lavori, iniziando come collaboratrice domestica e finendo per fare la commerciale in un’azienda e poi la famosa idea e volontà: mettersi in proprio. «Volevo seguire quella che sentivo come la mia ”vocazione” della vita. Certo, all’inizio avevo molta paura, era quella la sensazione che sentivo di più. Noi donne del resto, rispetto agli uomini, tendiamo ad essere meno istintive, a non volerci buttare. Il rischio non fa per noi e allora rinunciamo e non lo facciamo. Ho imparato però che rischiare ripaga.»

Coscarina fisicaro wearmore bloga fare quindi per liberarci, per comprendere se possiamo riuscire a fare il cosiddetto ”salto” e creare un’impresa? «Capire e cercare di trovare il perché. Il perché grandissimo e chiederci cosa vogliamo fare veramente, dandoci una motivazione e non pensando immediatamente alla cosa che poi sarà più redditizzia, bensì, cercando di pensare al guadagno come ad un effetto collaterale di ciò che si farà.» Da qui il suo spassionato consiglio: «Prima pensa all’Essere, poi al Fare. Da sempre tutti ci hanno abituati al risultato o ci hanno detto cosa dovevamo fare, è tempo di pensare a noi, prenderci il nostro tempo e poi Fare».

Carina Fisicaro ha poi proseguito raccontando la sua esperienza personale e professionale. «Spesso nella mia carriera da imprenditrice, dal 2013 ad oggi, mi è capitato di lavorare gratis, di dare consigli e tenere dei workshop a titolo gratuito, tutte cose che poi però, si sono rivelate un investimento. Ricordate infatti, che donare è molto più importante che ricevere: se dai 10, ma lo fai con il cuore e per un motivo ben specifico, vedrai che poi otterrai 100; i risultati si vedranno, magari tra 1 o 2 o 3 anni, ma prima o poi si vedranno».

Tempo, denaro e risultati che faticano ad arrivare, Carina Fisicaro, come altre donne, ha dovuto affrontare diversi ostacoli nel suo cammino, ma non ha mai mollato. «Stavo affrontando un periodo in cui mi sentivo sola, ma è stato proprio questo il motore, mi ha fatto capire cosa dovevo fare». Ed è così che è nato il progetto DonnaOn – Donne che ispirano le donne.
Un luogo, una ”stanza” dove sentirsi però a proprio agio e come riportato dall’omonimo sito web «un progetto OPEN SOURCE dove puoi diventare protagonista mettendo a disposizione i tuoi saperi e sapori, uscendo dalla solitudine e dall’anonimato, grazie alla community e alle attività di networking.»

«Donna On nasce da un sogno, quello di farmi sentire meno sola, di costruire una rete di collaborazioni, una sorellanza, con l’idea di aiutare anche le altre donne a sentirsi meno sole. Perché ricevere aiuto e non avere paura di chiederlo, è fondamentale.» Donna On è anche luogo fisico, con workshop ed incontri formativi e non solo. Per scoprirne di più il sito è: donnaon.it

Una delle cose che mi hanno colpito di più della conversazione telefonica inoltre, è stata la domanda ”Come ti posso aiutare?”, Carina Fisicaro ha affermato più volte che: «Quando qualcuno a cui chiedi aiuto ti risponde subito così, con questa domanda, vuol dire che è vero, è lì per te e ti vuole aiutare veramente, investe in te». Il More, quello che per noi di WearMore è il valore aggiunto, per lei sembra essere proprio questo: Essere se stessi, trasmetterlo agli altri è il Fare.

E per concludere, dopo una conversazione lunga ma stimolante, è bene ricordare una delle frasi più importanti dette da Carina: «Vali a prescindere. Ogni giorno sentiti orgogliosa di te stessa, perché l’importante è sempre dare il massimo.»

 

Alice Bianco

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