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Come nascere tante volte: storia di Sole

 

Come nascere tante volte: storia di Sole

Il suo vero nome è Maria Soledad. Nostra Signora della Solitudine. Ma lei odia il nome Maria. E tutte le persone che le vogliono bene non possono chiamarla Solitudine, perchè non la rispecchia.
Infatti alla fine per tutti è Sole, o Sunny.

Donna in movimento: nata da genitori argentini è vissuta a Buenos Aires fino all’età di 19 anni e poi….poi? Una storia buffa. Il padre, architetto, ogni tanto millantava di trasferirsi in Italia, tant’è che Sole con le sue tre sorelle minori, aveva anche preso lezioni di italiano, con gran divertimento di tutte loro perchè con le nostre doppie e parole strane facevano ammattire la povera insegnante… Ma, come dicevamo, poi un bel giorno il padre arriva a casa, e in quattro e quattr’otto vengono fatte le valigie e…si parte! Tutti trasferiti a Rimini, dove i genitori aprono una ditta di import-export.

Sole aveva già fatto due anni di architettura a Buenos Aires, ma arrivata a Rimini, paese di origine del nonno paterno, ha dovuto prima di tutto superare un esame in cui doveva sapere tutta la storia italiana, cosa che le è costata due anni di studi, per poi iniziare da capo l’università dove non le abbonavano gli esami già dati.

Forse questo obbligo a ricominciare e ricominciare ancora, ha forgiato il suo carattere così tanto da farla diventare metodica e paziente. Ha lavorato nella ditta del padre per mantenersi e poter vivere da sola, ha potuto arricchire le sue 3 lingue, spagnolo, italiano e inglese, con il russo, lingua che le serviva per il commercio della ditta.

Poi mentre il tempo passava, e la consapevolezza che l’architettura non era esattamente quello che lei voleva dalla vita, ha incontrato Alessandro. Calma e brillante come un lago di montagna lei, vulcanico e dirompente come un fuoco d’artificio lui. La coppia perfetta insomma. Soprattutto per creare.

Da lì la vita di Sole è stata sempre più quello che lei voleva: hanno iniziato con la passione per i video, hanno lavorato in pubblicità con marche famose, si sono trasferiti a Milano, sono cresciuti, cresciuti e cresciuti.

Sono approdati a Los Angeles e adesso hanno una ditta di produzione film e documentari di grande qualità, apprezzati e molto richiesti, anche per matrimoni di personaggi illustri in località da sogno in giro per il mondo. La loro vita è fatta di viaggi, ricerche, lavoro e curiosità.

Si può essere fermati da situazioni che non aspettavamo, ci si può demoralizzare, ma se si continua a guardare avanti senza paura, quello per cui lottiamo si presenta puntuale, abbracciandoci.
Ma, la cosa più bella, è che lei ancora porta con sè il sole, quel sole che, anche se non era stato il nome con cui era stata battezzata, è diventato quello che la illumina.

Luisa Da Re

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Michelle Obama – L’umiltà, il coraggio e la solidarietà di una grande donna

Michelle Obama – L’umiltà, il coraggio e la solidarietà di una grande donna

La figura di una Michelle Obama che in una tranquilla giornata di marzo, da sola in casa, si si gode un panino al formaggio nella veranda della sua nuova abitazione, a quattro passi da Capitol Hill, è la figura che mi è rimasta più impressa della sua autobiografia, ”Becoming. La mia storia”, uscita da poche settimane in libreria (Garzanti, pagg. 528, €25,00).
Un libro scritto da una bambina diventata donna, moglie e madre, che nella sua crescita ha mantenuto vive le sue radici, la sua provenienza, i valori della famiglia e che continuamente ha vissuto domandandosi: Sarò mai abbastanza? E ancora, chi siamo davvero e chi vogliamo diventare?

Quand’era solo una bambina, per Michelle Robinson il suo mondo era il quartiere South Side di Chicago, dove lei e il fratello Craig vivevano con i genitori. Ben presto la vita l’ha portata molto lontano: dalle aule di Princeton, dove ha capito per la prima volta cosa si prova ad essere l’unica donna nera in una stanza, al grattacielo in cui ha lavorato come potente avvocato d’affari e dove, un certo Barack Obama si è presentato come stagista per varcare poi la soglia della Casa Bianca da first lady.
Michelle descrive gli inizi del loro matrimonio, le difficoltà nel trovare un equilibrio tra la carriera, la famiglia e la rapida ascesa politica del marito. Confida le sue preoccupazioni, quelle su Barack Obama, le figlie Malia e Sasha, proprio come se noi donne fossimo lì a prendere un té caldo (o un bicchiere di vino) con lei!

recensione becoming la mia storia wearmore blogCome un gruppo di amiche riunite insieme che parlano del più e del meno, ma che affrontano anche argomenti più seri, sui quali riflettere. Michelle Obama accoglie così tutte le donne e ragazze che si accingono a leggere la sua autobiografia: un pot-pourri ordinato e profumato di genuinità, convinzione e spinta a non arrendersi, a lottare per i sogni e gli obiettivi a cui più teniamo ed aspiriamo.

Il ritratto che si crea a poco a poco, è quello di una donna umile, sempre attenta ai bisogni degli altri, che mette al primo posto la famiglia, ma non rinuncia al lavoro e all’impegno al sociale, che permea la sua vita. Di mestieri, un po’ come tutti noi, Michelle ne ha cambiati molti, di litigi, discussioni, problemi di salute in famiglia, ne ha avuti anche lei.

È proprio con la sua sincerità, dalla prefazione fino agli ultimi capitoli, che Michelle entra nel cuore di noi lettrici, non ha paura di mettersi a nudo, di raccontare i dubbi, i problemi e i sentimenti negativi, provati durante tutta la sua vita, dall’adolescenza ad ora.
Saro mai abbastanza? Era questa la domanda che si faceva e continua a fare, dimostrando come per lei sia stato sempre molto difficile affrontare gli scherni, giudizi e pregiudizi sia a scuola che durante la campagna elettorale, per non parlare dei riflettori puntati su di lei e suoi suoi abiti, durante il periodo della presidenza del marito.

C’è poi spazio anche per alcuni aneddoti molto divertenti, come gli incontri tutt’altro che formali, con la Regina Elisabetta d’Inghilterra (non vi racconto niente, perché è bene li andiate a leggere) o i compleanni delle figlie.
La verità che emerge però, è quella di una vita quasi tutt’altro che invidiabile. Michelle è una comune che in visita alla Casa Bianca, c’è poi rimasta, ma non a ”causa” sua. È sempre stata contraria alla politica, ha solamente appoggiato una scelta presa dal marito, dovendo poi subirne le conseguenze.

Tra momenti di dolore e prove di tenace resilienza, Michelle si svela. Quello che appare è il ritratto di una dobba rivoluzionaria, che lotta per vivere la sua vita come tutti gli altri, capace di mettere la sua forza e la sua voce al servizio di che ne ha bisogno, costretta a sopportare le lunghe assenze del marito e a vivere per le figlie e i suoi obiettivi.
Una donna che può essere esempio per tante adolescenti e donne come lei: Michelle Obama è una di noi.

Alice Bianco

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Cristiana Angeli e il suo Riluce – «Il mio hobby è diventato un lavoro»

Cristiana Angeli e il suo Riluce – «Il mio hobby è diventato un lavoro»

Inauguriamo oggi la rubrica dedicata alle storie con protagonisti voi: gli artisti.

La prima a parlare di sé e della sua attività è Cristiana Angeli, romana, moglie e madre di due bambini, laureata in Ingegneria Aeronautica ed ora creatrice dei gioielli Riluce (www.riluce.it), che potete ammirare su Instagram e Facebook. 

È il sorriso, la tranquillità e la passione che questa donna trasmette, a colpirmi di più e come se stessimo prendendo un té fisico, Cristiana inizia a raccontarmi di come il suo hobby sia diventato lavoro vero e proprio.
«Ho iniziato così, nel tempo libero, facendo qualche corso… del resto fino a qualche anno fa lavoravo in un’azienda che si occupava di costruzione d’interni per aerei. Poi ho avuto il primo bambino ed ho cominciato a lavorare part-time, finché non ho cambiato lavoro e sono diventata responsabile di corsi a tecnici aeronautici (mi occupavo di docenza e marketing). Le amiche continuavano a dirmi di proseguire con questa attività, perchè mi piaceva e me la cavavo.»

E poi volete sapere cos’è successo? «Poi c’è stata la crisi che ha colpito Alitalia e l’azienda in cui lavoravo ha perso il 70% del fatturato. Di conseguenza è iniziata la riduzione del personale e io, nonostante avessi l’indeterminato, andavo a lavorare solo alcuni giorni alla settimana, finché in accordo con il mio capo, ho deciso per il licenziamento.»
Cristiana non si è persa d’animo. «Con il denaro della disoccupazione ho aperto la mia Partita Iva e ho iniziato a lavorare con la mia arte, la mia passione: ho iniziato a produrre gioielli. Ormai lo faccio professionalmente dal 2014».

Da settembre-ottobre dello scorso anno, Riluce, la sua attività, è diventata la sua fonte di reddito e Cristiana né è orgogliosa, tant’è che ha confessato: «L’ho fatto soprattutto perché ho scelto di far prevalere la serenità, per me e la mia famiglia».
I suoi due bambini e il marito, sono la cosa più importante, il suo More. E il suo fan numero uno, colui che l’ha spinta a lanciarsi in questa nuova avventura professionale è proprio il suo compagno di vita: «Sono molto fortunata, io e lui siamo migliori amici, complici, mio marito mi supporta molto in qualunque progetto e devo ringraziarlo perché è merito suo, mi ha dato quella spinta in più per dar vita a Riluce.»

Un lavoro che ama moltissimo. «L’essere ingegnere, l’analizzare, mi aiuta molte volte anche nella creazione dei gioielli, mi ispira e molto volte non vedo nemmeno il tempo che passa, talmente sono immersa in ciò che sto facendo. È per questo che ora ho un altro hobby, per staccare: l’acquerello.»
Dovete poi sapere, che una cosa caratterizza la sua attività: lo showroom a domicilio. «Viaggio con un cassetto-trolley e mi trovo con diverse signore, per chiacchierare e mostrare loro i gioielli che produco. Una volta ero in vacanza in Puglia e ho avuto una richiesta, sono ritornata con la mia valigia dei desideri.
Desideri e lucentezza per le donne. «Qualche mese fa ho ideato insieme ad una stilista romana, una sfilata di moda per signore oversize, in modo che potessero sentirsi belle, apprezzate. È piaciuto molto e lo dovremmo riproporre.»

Non è però tutto rose e fiori: «Del mio lavoro precedente mi manca il contatto con il pubblico, ero abituata a ricevere migliaia di telefonate al giornale, parlare con tante persone, Riluce è un’attività che svolgo a casa e a volte per questo, fatico.
Poi alcune volte mi trattengo dal produrre, questo perché mi capita più spesso che le mie clienti vogliano un gioiello personalizzato, perciò mi capita di dover fare delle modifiche e diventa più difficile.»

L’ultima cosa che le chiedo e il suo rapporto con il mondo dei social. «Li uso come vetrina. In special modo Facebook, il mio target è più su questo network digitale. Anche lo shop che ho sul mio sito, mi permette di vendere certo, ma vedo che le persone hanno ancora voglia di osservare, toccare con mano le cose, soprattutto quelle artigianali: non si fidano solo delle foto.»

Cristiana, con la genuinità, conclude dicendo che il passaparola, le recensioni sul web e a voce sono ancora il mezzo migliore per poter far parlare di sé e del proprio lavoro.
Arrivederci per il prossimo té reale e grazie per il tuo Cristiana. Voi che aspettate ad andare a fare un salto nei social e nel sito di Riluce?

Alice Bianco

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Chiara Burberi e il suo Redooc.com – La piattaforma online per educare i ragazzi

Chiara Burberi e il suo Redooc.com – La piattaforma online per educare i ragazzi

Una delle protagoniste delle due interviste del mese è la docente ed ora CEO di Redooc.com, Chiara Burberi. Attraverso questa piattaforma di education online, punta ad avvicinare alle materie scientifiche i ragazzi delle scuole medie e dei licei.
Laureata all’Università Bocconi di Milano e docente propri lì, dopo aver lavorato in McKinsey e per Unicredit, con il suo progetto dedicato all’educazione ed istruzione, è stata riconosciuta fra le 100 founder di maggiore successo del digitale e dell’app economy d’Europa.
Capiamo un po’ meglio insieme, com’è nato Redooc.com e quali sono gli scopi di questa piattaforma.

Chiara Burberi spiega qual è stata la scintilla, il perchè ha deciso di dar vita a questo progetto: «I libri dei tuoi figli uguali ai tuoi e quindi a quelli dei tuoi genitori ti danno da pensare… La matematica (regina delle materie STEM – Science, Technology, Engineering, Mathematics) è il linguaggio del futuro e nessuno si occupa di far in modo che i nostri figli lo imparino» – e prosegue – «Redooc.com è uno strumento in mano ai docenti, grazie alle Classi Virtuali, ma che piace ai ragazzi, con il suo linguaggio naturale, le video lezioni e gli esercizi interattivi come in un grande gioco online.»

Le materie scientifiche in particolare, sono più ostiche alle ragazze, Chiara Burberi «Cosa si potrebbe fare per avvicinarle di più? Iniziare a crescerle abituandole a pensare “niente è impossibile”, “volere è potere”. I bei voti a scuola non bastano a rassicurare le studentesse delle loro capacità e talenti. Creare sempre più esempi positivi. Non basta avere la Giannotti a capo del CERN, se i rettori, i professori ordinari e gli Amministratori Delegati in stragrande maggioranza sono uomini!»

Molto spesso la passione per la matematica viene vista come qualcosa di negativo, gli appellativi sono ”sei uno/a sfigato/a”, ”sei un/a secchione/a”, la CEO di Redooc.com spera che la situazione cambi. «Sarebbe bello che diventasse “cool” uscire con una ragazza/o bravi in matematica…»

Per quanto riguarda la sua esperienza personale, Chiara Burberi ci ha raccontato il suo rapporto con la scuola: «Nella mia carriera scolastica, mi ha colpito molto la professoressa di greco del liceo. Ci faceva ripassare tutte le volte che ci vedeva, facendo una domanda a ciascuno, su tutto il programma. In pratica non dovevi studiare, bastava che stessi attento. Era il prototipo del Coach: allenamento, allenamento, allenamento.»

Cosa potrebbe fare lo Stato italiano per migliorare l’istruzione: «Il nostro paese non ha mai avuto una strategia di politica economica, quindi nessuno si è mai occupato seriamente di educazione, che è la base dell’innovazione e della crescita. Ecco, la politica dovrebbe ripartire dalla Strategia dell’Educazione

Per Chiara Burberi non è importante solo l’educazione, il suo More, ciò che le dà la spinta nella vita è: «La passione sincera».

Sara Prian

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I consigli della Life and Business Coach Carina Fisicaro – «Prima pensa all’Essere, poi al Fare»

I consigli della Life and Business Coach Carina Fisicaro – «Prima pensa all’Essere, poi al Fare»

46 anni, da 30 vive in Italia, ma è originaria dell’Argentina, Carina Paula Fisicaro come mestiere, anzi come missione, ha quella di voler aiutare le donne, personalmente, spiritualmente e professionalmente.
È una Life and Business Coach certificata, che ha deciso di dedicarsi completamente alle donne, ed è per questo che abbiamo deciso di parlare un po’ con lei, capire meglio cosa fa, cosa l’ha spinta ad abbandonare un lavoro dipendente, mettersi in proprio e sposare la sua mission.

«Aiutando le donne, ho aiutato anche me stessa». Carina è arrivata in Italia non sapendo nemmeno una parola della nostra lingua, ha fatto molti lavori, iniziando come collaboratrice domestica e finendo per fare la commerciale in un’azienda e poi la famosa idea e volontà: mettersi in proprio. «Volevo seguire quella che sentivo come la mia ”vocazione” della vita. Certo, all’inizio avevo molta paura, era quella la sensazione che sentivo di più. Noi donne del resto, rispetto agli uomini, tendiamo ad essere meno istintive, a non volerci buttare. Il rischio non fa per noi e allora rinunciamo e non lo facciamo. Ho imparato però che rischiare ripaga.»

Coscarina fisicaro wearmore bloga fare quindi per liberarci, per comprendere se possiamo riuscire a fare il cosiddetto ”salto” e creare un’impresa? «Capire e cercare di trovare il perché. Il perché grandissimo e chiederci cosa vogliamo fare veramente, dandoci una motivazione e non pensando immediatamente alla cosa che poi sarà più redditizzia, bensì, cercando di pensare al guadagno come ad un effetto collaterale di ciò che si farà.» Da qui il suo spassionato consiglio: «Prima pensa all’Essere, poi al Fare. Da sempre tutti ci hanno abituati al risultato o ci hanno detto cosa dovevamo fare, è tempo di pensare a noi, prenderci il nostro tempo e poi Fare».

Carina Fisicaro ha poi proseguito raccontando la sua esperienza personale e professionale. «Spesso nella mia carriera da imprenditrice, dal 2013 ad oggi, mi è capitato di lavorare gratis, di dare consigli e tenere dei workshop a titolo gratuito, tutte cose che poi però, si sono rivelate un investimento. Ricordate infatti, che donare è molto più importante che ricevere: se dai 10, ma lo fai con il cuore e per un motivo ben specifico, vedrai che poi otterrai 100; i risultati si vedranno, magari tra 1 o 2 o 3 anni, ma prima o poi si vedranno».

Tempo, denaro e risultati che faticano ad arrivare, Carina Fisicaro, come altre donne, ha dovuto affrontare diversi ostacoli nel suo cammino, ma non ha mai mollato. «Stavo affrontando un periodo in cui mi sentivo sola, ma è stato proprio questo il motore, mi ha fatto capire cosa dovevo fare». Ed è così che è nato il progetto DonnaOn – Donne che ispirano le donne.
Un luogo, una ”stanza” dove sentirsi però a proprio agio e come riportato dall’omonimo sito web «un progetto OPEN SOURCE dove puoi diventare protagonista mettendo a disposizione i tuoi saperi e sapori, uscendo dalla solitudine e dall’anonimato, grazie alla community e alle attività di networking.»

«Donna On nasce da un sogno, quello di farmi sentire meno sola, di costruire una rete di collaborazioni, una sorellanza, con l’idea di aiutare anche le altre donne a sentirsi meno sole. Perché ricevere aiuto e non avere paura di chiederlo, è fondamentale.» Donna On è anche luogo fisico, con workshop ed incontri formativi e non solo. Per scoprirne di più il sito è: donnaon.it

Una delle cose che mi hanno colpito di più della conversazione telefonica inoltre, è stata la domanda ”Come ti posso aiutare?”, Carina Fisicaro ha affermato più volte che: «Quando qualcuno a cui chiedi aiuto ti risponde subito così, con questa domanda, vuol dire che è vero, è lì per te e ti vuole aiutare veramente, investe in te». Il More, quello che per noi di WearMore è il valore aggiunto, per lei sembra essere proprio questo: Essere se stessi, trasmetterlo agli altri è il Fare.

E per concludere, dopo una conversazione lunga ma stimolante, è bene ricordare una delle frasi più importanti dette da Carina: «Vali a prescindere. Ogni giorno sentiti orgogliosa di te stessa, perché l’importante è sempre dare il massimo.»

 

Alice Bianco

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Branding Photography: lo shooting di Shana Carrara a Federica Fuser

 

Branding Photography: lo shooting di Shana Carrara a Federica Fuser

È stato il mondo dei social network a farci conoscere ed è proprio grazie ad Instagram che possiamo presentarvi questo shooting della nostra fotografa Shana Carrara.

Federica Fuser ha un passato da modella. Ora, come potete leggere nell’intervista che le abbiamo fatto, fa la pilotessa di piccoli aerei privati, ma la sua passione è ancora la moda, la creatività, la voglia di ”giocare” con la macchina fotografica e posare. Per l’occasione, ha scelto alcuni dei vestiti di L’Armadio in Giardino, un negozio d’abbigliamento di Paese (Tv) e alcune creme Chrissie.

Tutti gli scatti sono stati eseguiti a Treviso (Fonderia, centro città e in interni). Ci è piaciuto giocare con gli abbinamenti di colori, con i tappeti di foglie autunnali, l’urban chic e la spontaneità.

 

Quello che traspare dal volto di Federica è un po’ l’atmosfera che abbiamo respirato quel giorno: di familiarità, amicizia e del tepore tipico dell’autunno.

C’è stato un lavoro di squadra, tra cambi d’abito, pose, location: un’immediata sintonia. Merito soprattutto di Shana Carrara, la fotografa e persona giusta per chi vuole realizzare shooting con prodotti da sponsorizzare, branding photography, perché sa capire le vostre esigenze, sa consigliarvi per farvi apparire al meglio e trasmettere la vostra essenza e ciò che volete comunicare.

Influencers e non, donne, imprenditrici/imprenditori, che sta aspettando?

 

 

La galleria completa potete trovarla nella nostra pagina Facebook.

Alice Bianco

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Barbara Lamperti e il suo Buona Pappa: “I miei consigli d’alimentazione dall’America’”

 

Barbara Lamperti e il suo Buona Pappa: «I miei consigli d’alimentazione dall’America»

Chiunque avesse la fortuna di incontrare Barbara, sarebbe d’accordo con me che è come se nella stanza entrasse un raggio di sole.

Sarà per il suo sorriso radioso, forse per i capelli biondi e gli occhi azzurri, o forse sarà proprio per l’energia positiva che emana.

Barbara Lamperti Buona PappaBarbara è una giovane donna di 44 anni, madre di due deliziosi maschietti di 8 e 6 anni, Luca e Alex, che all’età di 35 anni ha seguito il suo cuore e si e’ trasferita da Roma a Los Angeles, per vivere con l’uomo di cui si era innamorata, Albert.

Sembra una bella avventura, raccontata così, ma chi ha cambiato radicalmente la propria vita, abbandonato un lavoro appassionante, e si trova in un Paese straniero, a reinventarsi, non sempre può attaccare alla parola “avventura” anche l’aggettivo “bella”.

Barbara era specializzata in marketing, fashion, ad alti livelli, il suo lavoro sorvolava case di moda stile Gucci, Ferrè ed era entrata da un po’ di tempo a lavorare all’ufficio comunicazione della CEI che cura la campagna per l’8xmille portata avanti dal Vaticano, una sfida che aveva vinto e che voleva continuare a rendere vincente.

Quando arriva l’amore non si sa mai se ti farà fare le valigie…..e lei e’ approdata nella città degli angeli nel 2007, senza più la sicurezza di un lavoro o l’idea di un lavoro, ma con la certezza che voleva crearsi una famiglia. Che e’ arrivata puntualmente….ma, come gestire il piccolo Luca e il desiderio sempre più impellente di mettersi ancora in gioco? 

Ingegno tipicamente femminile, scusate se mi ci metto in mezzo essendo nella stessa categoria di genere, Barbara ha scoperto che in Usa i bambini e le giovani mamme non hanno una adeguata informazione sull’alimentazione dei piccoli.

Cosi’ e’ nata: BUONA PAPPA, un blog www.buonapappa.net , un canale YouTube,  un account su Instagram e uno su Facebook.

Un consiglio? Più che spiegare cos’è dovete vedere di persona, si tratta di tutto e di più per dare a tutte le mamme del mondo informazioni e ricette per una alimentazione sana e completa per bambini.

Barbara Lamperti Buona Pappa

Adesso Barbara, che ha iniziato proprio dal nulla, parlandone a tavolino con poche amiche, vanta ben 60K followers e quasi 7 milioni di views, può definirlo veramente un lavoro di grande soddisfazione, ma soprattutto, tutto suo, creato dalla sua forza dalla sua competenza e dalla sua fantasia.

Si può quindi cambiare la propria vita anche dopo averla fatta correre sullo stesso binario per molti anni? Certo che si può. E il cambiamento porta ricchezza interiore, porta risorse nuove, porta fiducia nelle proprie capacita’.

Questo si vede negli occhi di Barbara, si nota nel suo sorriso, seguite anche solo per curiosità una delle sue ricette, non insegna solo a cucinare, insegna anche una via per fare entrare il sole nella vita. Basta aprire le finestre del cuore!

Luisa Da Re

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Federica Fuser, la pilotessa di Treviso: ”Passione, ma anche tanto studio e dedizione”

 

Federica Fuser, la pilotessa di Treviso: «Passione, ma anche tanto studio e dedizione»

Instagram, posto insolito dove poter conoscere una persona, noi, grazie a questo social network abbiamo conosciuto Federica Fuser, di Treviso. Un passato (e ogni tanto anche presente) da modella, ex proprietaria di un’officina meccanica ed ora pilota di aerei privati. Scoprite un po’ cosa vuol dire essere pilota, cos’è la passione, ma anche il duro lavoro.

 

Tutto ha inizio cinque anni fa. «Dopo aver chiuso la mia piccola azienda, un officina di riparazione che ho avuto per circa sei anni in società con il mio primo fidanzato.» La passione per il volo ha avuto il sopravvento: «Già nell’ultimo anno prima della chiusura alzavo gli occhi al cielo e immaginavo come poteva essere il mondo da lassù, guardavo gli aerei decollare in pista e sognavo ad occhi aperti. Ero totalmente innamorata e affascinata dalla maestosità di questi “pezzi di ferro” che si alzavano in aria come piume.» Ma quando Federica ha deciso di mollare tutto e puntare, letteralmente, in alto? «La conferma che avrei voluto diventare pilota è arrivata appena sono salita in un piccolo aereo dell’aeroclub di Treviso e sono decollata. Lì è scattato il clic definitivo.»

Federica Fuser - Shana Carrara 1

Federica Fuser – Foto di Shana Carrara (WearMore)

Certo però, che la vita da pilota professionista non è tutta rose e fiori. «Essere pilota non è solo volare in cielo, è molto altro; è una passione che prima o poi diventerà un lavoro e un lavoro molto impegnativo, che richiede constanti aggiornamenti e test al simulatore per essere sempre pronti a gestire le emergenze più importanti, tanto studio e dedizione.» Questo il consiglio che Federica si sente di dare a tutte quelle ragazze e ragazzi come lei, che vogliono intraprendere questa strada.

Uno dei lati positivi, forse sta proprio nel poter esplorare, di tanto in tanto, posti nuovi, in giro per l’Europa, anche se i momenti di relax sono unici e rari. «Purtroppo ci si trova la maggior parte delle volte a sostare in hotel nell’area aeroportuale per questioni di vicinanza e praticità, soprattutto quando la mattina seguente si parte molto presto. Nonostante abbia girato più di 60 cittadine in tutta Europa, quelle che ho avuto l’opportunità di vedere sono veramente poche! Ricorderò sempre però un resort in cui siamo finiti quest’estate a San Bonifacio in Corsica: abbiamo fatto quasi due giorni di stand-by in quest’oasi in mezzo alla natura, in cui tutto era biologico e coltivato a mano. C’era una piscina riscaldata immersa nella vegetazione e nessuno a parte me. Sono stata lì tutto il giorno a prendere il sole. Cose che capitano una sola volta nella vita!! Quella volta che dici “ogni tanto anche una gioia!»

I viaggi Federica, spesso li condivide con i colleghi maschi, le abbiamo perciò chiesto com’è lavorare con loro, in un mondo così prettamente maschile. «Le compagnie stanno investendo molto nell’assunzione di piloti donne, e sembrerebbe esserci una svolta definitiva. Rimane il fatto che comunque, per la mia breve esperienza nel business jet, devo ammettere che per una donna è sempre più faticoso rispetto ad un uomo. E si, purtroppo si rischia ancora di incappare in certi individui maschilisti.»

Il lavoro, si sa, tende sempre a condizionare la vita di ognuno di noi, come fa Federica a dividersi tra casa a carriera? «6 giorni lontano da casa sono duri, soprattutto per una persona che come me, ama la sua casa e il suo territorio. Infatti quando rientro dal servizio per i miei quattro giorni di riposo, stacco completamente e dedico tutto il mio tempo alle persone a cui voglio bene amici, famiglia, cani, gatti e ovviamente, a me stessa!» Ciò che per lei rappresenta il valore aggiunto nella vita, il suo More, e che consiglia a tutti è: «Fare sempre ciò che ti rende felice e che ti fa star bene. Non smettere mai di cercare quello che è destinato a te, anche a costo di abbandonare strade vecchie ed intraprenderne di nuove.»

Alice Bianco

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Beatrice Venezi

Beatrice Venezi: «Amo la musica e viaggiare e mi ispiro a Bernstein ed a Elisabetta I»

 

Beatrice Venezi: «Amo la musica e viaggiare e mi ispiro a Bernstein ed a Elisabetta I»

 

Una delle poche direttori d’orchestra donne (dal 2014 dirige la “Nuova Orchestra Scarlatti” di Napoli), la 28enne Beatrice Venezi, si è raccontata al blog di WearMore. Tra musica, viaggi e riflessioni, l’abbiamo avuto modo di conoscerla un po’ di più.

Il Corriere della Sera l’ha inclusa tra le 100 donne più influenti del 2016 e l’anno dopo l’ha riconferma tra le 50, quest’anno la rivista americana Forbes l’ha inserita nella lista delle 100 migliori Under 30 e qualcuno forse l’ha già vista in alcune apparizioni televisive (EPCC con Alessandro Cattelan e La vita è una figata con Bebe Vio).

Beatrice Venezi PianoforteOriginaria di Lucca (come Giacomo Puccini), Beatrice ha debuttato all’età di 22 anni e da allora viaggia in tutto il mondo per portare la musica in diversi Paesi e continenti, in special modo per farla arrivare ai giovani.

«Ogni volta, salire sulla pedana d’orchestra è sempre una grande emozione, è anche quasi impossibile poterla descrivere a parole. È un atto creativo potente; provo paura, tensione e per me è come uno sfogo» così ha descritto le sensazioni che prova e come i grandi artisti da palcoscenico, è un misto di emozione e ansia da prestazione.

Del resto, nonostante l’orchestra sia un ambiente gerarchico, dove per il direttore i musicisti mantengono un rapporto di rispetto, capita che «forse inconsciamente, i direttori artistici o altri direttori d’orchestra, tendano ad avere dei preconcetti e pregiudizi». »Resta il fatto che» – continua Beatrice- «l’ambiente sia meno conservatore ed elitario rispetto ad una volta: c’è qualche aria di cambiamento».

Parlando proprio di inversione di tendenza, abbiamo chiesto a Beatrice Venezi, se si potrebbe fare qualcosa per spingere le giovani ragazze che vogliono intraprendere la sua strada: «Ci sono già diverse ragazze che lo stanno facendo, qualcuna di loro mi contatta perché le dia qualche consiglio, ma secondo me non è nemmeno una questione di genere. Un ottimo direttore d’orchestra lo può diventare una donna come un uomo, l’importante è dimostrare la preparazione e la qualità. Certo, le donne, riferendomi ai preconcetti degli uomini, sono più l’occhio indagatore, devono poter dimostrare il 300 per 100 ed è un po’ una condanna per questa categoria, ma ribadisco, prima di tutto puntare sulla qualità e la preparazione».

Sinonimo di bravura e fama, Beatrice confessa di ispirarsi ai direttori d’orchestra, Leonard Bernstein e Carlos Kleiber. «Bernstein lo amo per come è riuscito a usare il mezzo mediatico per comunicare la musica, arrivando ai giovani e Kleiber per me è la quintessenza dei direttori d’orchestra: è un corpo che trasuda musica».

Al di fuori del suo settore, e diremo al di fuori anche di quest’epoca, Beatrice ha dichiarato di ispirarsi ad Elisabetta I d’Inghilterra: «Si, perché ha rinunciato all’amore e al matrimonio politico, preferendo regnare ed occuparsi del benessere del proprio regno».

Ma se non avesse intrapreso questa strada, cosa avrebbe fatto Beatrice Venezi da grande? «Mi sarei o comunque dedicata alla musica e/o avrei fatto qualcosa inerente al viaggiare. Amo viaggiare, di recente sono stata a Tokyo e piuttosto di riposarmi e stare in hotel, quando ho un attimo di tempo preferisco esplorare il luogo in cui mi trovo».

Parlando di globalizzazione, proprio i social media, secondo Beatrice: «Da soli e gestiti male sono come un contenitore vuoto, ma sono un ottimo strumento di divulgazione. Penso alla musica ed è quello che cerco di fare anch’io con i miei account: arrivare a più persone, in particolare ai giovani e riempire quel contenitore».

Come di consuetudine abbiamo chiesto anche a Beatrice Venezi, cosa per lei rappresenti il More: «La curiosità. È il motore per tutti gli altri processi vitali; esplorare, andare oltre la propria comfort zone, è la soluzione migliore per evolvere, che ti permette di pensare fuori dal coro».

 

Alice Bianco

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La La Stories: Gardenia Centenaro e la sua rivincita

 

La La Stories: Gardenia Centenaro e la sua rivincita

 

La prima storia che vi racconto non è solo americana, ma valica il confine: la protagonista è una giovane promessa del salto con l’asta di origini messicane, con una infanzia difficile alle spalle, ma un brillante futuro davanti a sé, che ha saputo costruirsi con le sue forze.

Ecco a voi, Gardenia Centenaro.


Mi chiamo come un fiore. Gardenia. Dicono che sia il simbolo della sincerità e della purezza d’animo.

Non ho mai conosciuto mia madre, era una donna dedita a droga pesante, infatti nessuno sa chi potrebbe essere stato mio padre, sono nata a Los Angeles e sono subito stata data in adozione temporanea ad una famiglia che mi ha accolto. Provvisoriamente.

Cosi’ da quando sono nata sono passata da una famiglia all’altra, adottata provvisoriamente da più di 12 famiglie diverse in soli 7 anni. Ero terribile? Una bambina difficile?

No, semplicemente e’ la legge, si chiamano foster family, danno la loro disponibilità per un periodo breve, breve abbastanza per non affezionarsi, e per non farti affezionare. Cosa passa nella testa di una bimba che vede padri e madri di altri bambini scorrere nella propria vita, come fiumi inarrestabili, come un film che va troppo veloce, senza poter nemmeno sognare di avere una mamma, sempre la stessa che ti coccola, che ti accompagna per mano nella stessa scuola, che sa qual e’ il tuo cibo preferito.

La mia vera madre e’ morta quando avevo 7 anni, e, purtroppo, la famiglia che mi stava alloggiando in quel periodo, non era delle migliori. Qui negli Stati Uniti si dice che abusano dei bambini, succede quando cambi tante case, prima o poi ti capita quella sbagliata. Ma una cosa mia madre mi aveva regalato, nella sua triste e breve vita. Una sorella, che era più vecchia di me di 14 anni. Destino aveva voluto che lei compisse i suoi 21 proprio quando stavo per essere trasferita in Texas da un’altra famiglia che avrebbe dovuto salvarmi da quella dove stavo subendo abusi.

Si è sposata e mi ha adottato lei, piangevo di gioia solo all’idea di avere finalmente un posto dove mi sentivo a casa, dove non dovevo rifare le valigie, una camera dove attaccare qualche foto al muro, un armadio tutto mio! Sono nata di nuovo a 7 anni. E’ stato un momento cosi’ importante per me che ho deciso di prendere il cognome del marito di mia sorella, Centenaro, un buon uomo di origine italiana.

Mia sorella e mio cognato, per aiutarmi, mi dicevano sempre: “andrà tutto bene, sei una ragazza carina, troverai facilmente un uomo che si prenderà cura di te.” Ma io avevo imparato a gestirmi da sola da subito, e mi domandavo perché dovessero dire che qualcun altro si sarebbe dovuto prendere cura di me. Non bastavo io? E poi perché erano così contenti che fossi carina?

Senza dare troppo peso a quello che dicevano, ho studiato molto e a scuola ero davvero brava, ho finito il college e adesso sto finendo un master per lavorare nelle Amministrazioni no profit, voglio aiutare i bambini che non per colpa loro hanno una vita come quella che ho avuto io, sempre con una valigetta in mano, sempre in stanzette diverse, in quartieri diversi, senza amore e con la paura di perdere tutto da un momento all’altro.

Ma la cosa più bella, quella che mi riempie il cuore di vita, è volare nell’aria accompagnata solo dalla mia asta. In che senso? Nel senso che sono diventata una saltatrice con l’asta, e sono brava, tanto brava che il Governo del Messico, da cui sono originaria, mi ha accolto nelle fila degli atleti che si stanno allenando per le competizioni mondiali.

 

Voglio andare alle Olimpiadi di Tokyo nel 2020.

Questa e’ la mia giornata: mi alzo alle 6 e faccio 2 ore di palestra, poi vado a lavorare dalle 9 alle 17. Esco e vado ad allenarmi ancora al campo sportivo fino alle 20, poi vado a casa, studio e vado a letto. Devo seguire una dieta particolare perché gli allenamenti sono molto duri.

Ho due lavori uno in un ristorante e due giorni a settimana, nei giorni liberi dal ristorante, faccio la maestra di ginnastica nella palestra dove mi alleno.

Adesso ho 24 anni e vivo con il mio ragazzo. Tutti, lui, mia sorella, mio cognato, mi continuano a dire che posso smettere di lavorare, il mio ragazzo ha un buon lavoro e può mantenermi, io posso solo allenarmi e studiare, questo mi dicono, ogni giorno.

Ma io non solo non voglio, semplicemente non posso. Non posso pensare che la mia vita dipende dal lavoro di un altro, voglio avere la mia libertà, voglio pagare la mia parte di affitto, comprarmi i vestiti di cui ho bisogno, guadagnarmi il cibo. Sono stata in balia degli eventi per troppo tempo, senza potermi gestire. Adesso non voglio perdere la mia vita aggrappandomi a quella di un altro.

Sorrido alla gente pensando che sono proprietaria della mia vita adesso, mi sento il cuore leggero, ogni giorno mi sveglio desiderosa di misurarmi, felice di volare in alto, di librarmi con la mia asta verso il cielo.

Per me, per quella che sono diventata, voglio arrivare a Tokyo.

Voglio essere semplicemente io. Gardenia Centenaro.

 

Luisa Da Re

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