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Paperoowl di Stefania – In Calle Longa a Venezia, c’è il mondo incantato della carta

 

Paperoowl di Stefania – In Calle Longa a Venezia, c’è il mondo incantato della carta

 

Lontano dalle classiche calli di Venezia, affollate di quel turismo di massa che poco piace ai veneziani, in Calle Longa, tra Campo San Cassiano e Campo Santa Maria Mater Domini, è impossibile non rimanere affascinati dalla vetrina di Paperoowl di Stefania Giannici e farci un salto dentro. Ed è lì che ha inizio un viaggio d’incanto in questo mondo di carta, passione ed amore. A farci da cicerone, direttamente lei, Stefania.

Ed è proprio questa passione che Stefania ha deciso di trasformare in un lavoro a tempo pieno, ha fatto diversi lavori (tra teatro e il lavoro in un’agenzia di viaggi e molto altro) prima di capire che doveva seguire la sua strada, doveva lavorare da sola ed aprirsi qualcosa di suo.

Dopo tre mesi circa, quasi per una fatalità, Stefania riesce a trovare questo piccolo negozietto e decide di buttarsi, di aprire le porte del suo mondo di carta. Quello che poi si è rivelato un bel posticino, lontano dal turismo di massa, che riesce a far passare di qui, sia veneziani che turisti, quelli che ci tengono all’arte, alla creatività, che vogliono saperne di più, conoscere questo mondo.

Stefania si rivolge a chi ha voglia di imparare, però deve instaurarsi un certo feeling tra lei e queste persone. Da alcuni anni per esempio, insegna ad una bambina e con lei si trovo molto bene.

E nella patria della carta, è immancabile una parete dove se ne possono vedere ed acquistare di vario genere. Provengono sia dal Giappone che dal Nepal: una si chiama chiyogami, è una carta giapponese prodotta in una località e stampata a Kyoto, con fibre di kozo (una pianta della famiglia del gelso), poi la katazome, fatta a mano con kozo e poi con una tecnica serigrafica ed infine la carta nepalese (lokta), tinta in fibra. Quest’ultima può essere usata per gli origami, ma solo da persone esperte, perché richiede esperienza, ma che può dare risultati più espressivi, visto che il tipo di pieghe risultano meno nette.

Paperwool è una bellezza per gli occhi sul profilo Instagram, ma è avvolgente l’atmosfera del negozio fisico, quella che riesce a trasmettere la stessa Stefania. C’è esotismo, c’è amore per l’arte, la creatività, un senso di eleganza e si nota subito la qualità del Made in Italy artigiano.

Per Stefania il More, per quanto riguarda il suo lavoro, è il contatto che ha con il pubblico. Il valore aggiunto che trasmette ai clienti è la personalizzazione ed ama poter dare sia a sé stessa che ai clienti, la conoscenza e l’approfondimento. Nella sua vita personale invece, il More è rappresentato dalla possibilità di scegliere con chi lavorare e darsi i suoi tempi di maturazione.

Una trentenne dalle idee chiare Stefania, un’altra dimostrazione di come una passione possa diventare un lavoro e che riuscire a trasmetterlo è importante, anche sui social network, per invitare ed avvicinare offline, chi già ti conosce per le tue bellissime creazioni online.

Alice Bianco

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marta raimo origamate WearMore

Marta Raimo “Origamate” – Origami, social media e tanta simpatia

 

Marta Raimo “Origamate”– Origami, social media e tanta simpatia

 

Galeotto fu proprio Instagram ed è lì d’altronde che stanno le menti più creative e gli artigiani! Tramite questo social network noi di WearMore abbiamo conosciuto Marta Raimo, (la trovate con il nickname Origamate), una trentenne di origini umbre, laureata in Beni Culturali, trapiantatasi a Milano per studio e lavoro, che ha fatto degli origami la sua passione.

«Tutto è nato per caso, quando, circa cinque anni fa, il mio fidanzato mi regalò un pacchetto di carta da origami dicendomi “Perché non ti cimenti con una tecnica nuova?” Inizialmente, nonostante la  passione per la carta mi accompagni fin da quando sono bambina, devo ammettere che ero un po’ scettica, non avevo mai preso in considerazione gli origami e, l’arte di piegare la carta, mi sembrava complicata e lontana da me.»

Ovviamente Marta si sbagliava. «Tra me e gli origami è scattata una vera e propria scintilla. Fin da subito ho condiviso le foto dei primi modelli sui social, ma ho iniziato a farlo con più assiduità solo da un paio di anni, quando ho deciso di creare anche un sito completo di blog dedicato proprio ai miei origami.»

Marta però, non solo è creatrice di origami, la sua professione principale è quella di Social Media Manager freelance. «Il mio percorso lavorativo è cominciato circa 7 anni fa in una piccola redazione online milanese. Quando da Perugia mi sono trasferita a Milano e ho cominciato a cercare lavoro, mi sono imbattuta nell’annuncio di questa piccola redazione online: avevano bisogno di qualcuno che si occupasse della sezione cultura, arte e spettacolo e così ho pensato che avrei potuto coniugare il mio interesse per queste tematiche con la mia passione per la scrittura. Così è iniziato il mio percorso da Web Content Editor. Negli anni ho lavorato presso diverse agenzie di comunicazione consolidando ed arricchendo le mie conoscenze. Poi, l’anno scorso ho deciso di aprire la Partita Iva, una scelta che mi ha permesso di dedicare anche più tempo agli origami e che mi sta regalando diverse soddisfazioni. Naturalmente, ci sono anche i contro. Per quanto mi riguarda, soprattutto all’inizio, non è stato facile organizzare il tempo e il lavoro in modo che tutto quadrasse.»

Ci sono giorni in cui Marta non tocca foglio, altri in cui le capita di fare prove o esperimenti, che le portano via diverse ore o altri in cui deve preparare gli ordini che arrivano dal suo negozio Etsy.

Origamate è molto affezionata ai suoi lavori con la carta, in particolare: «Ho un legame speciale con i primi modelli, soprattutto quelli imperfetti, perché sono la prova tangibile del mio impegno, del mio percorso e dell’evoluzione che c’è stata in cinque anni. Alcuni li conservo ancora, li guardo con tenerezza e penso che siano venuti davvero maluccio, ma non mi sognerei mai di buttarli, al massimo li porto dai miei genitori.»

Se dovesse paragonarsi ad un suo lavoro, Marta sceglierebbe un fiore: «All’apparenza delicato ma molto resistente (è di carta, non appassirà mai).»

A chi come lei vuole scoprire questo mondo incantato degli origami, Marta consiglia di lanciarsi subito: «Quando tengo dei workshop, molte persone sono timorose perché pensano che ci voglia una pazienza infinita e che sia molto difficile, salvo poi ricredersi alla fine del laboratorio. Certo, all’inizio può non risultare così facile ma poi rendersi conto di essere riusciti a creare una gru, un cuore, un gattino, un fiore da un semplice quadratino di carta, ripaga dell’impegno e della pazienza. Facendo pratica diventa tutto più facile.»

Instagram è il social dove Origamate esprime maggiormente la sua creatività, le abbiamo chiesto quindi, di svelarci la chiave per il successo di un account come il suo: «Per designer, artigiani e coloro che si occupano di creazioni, consiglio di avere: coerenza, costanza e pianificazione. Lo ripeto spesso anche negli articoli del mio blog: per far crescere il proprio profilo Instagram è fondamentale non solo essere costanti con la pubblicazione dei post, ma creare contenuti di valore, che abbiano anche una coerenza visiva. Un feed ordinato aiuta a far emergere i nostri punti di forza e a valorizzare i nostri prodotti. In questo caso può essere molto utile creare un piano editoriale, che possa aiutarci a mantenere un ritmo di pubblicazione costante.»

Rimanendo in ambito social media e web, le abbiamo chiesto quanto sia importante fare rete, soprattutto tra donne. «Penso che quando si è liberi professionisti fare rete sia molto importante, soprattutto tra donne. Spesso si creano legami non solo professionali, ma anche umani molto interessanti e arricchenti.»

Infine, come di consuetudine, le abbiamo chiesto cosa potesse rappresentare per lei il ”More” nella vita e nel lavoro e presto detto: «Penso l’entusiasmo. Senza entusiasmo non può esserci motivazione, che è quella che mi fa andare avanti e mi spinge a migliorare sempre più. Questo vale sia per gli origami che per il mio lavoro.»

Alice Bianco

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tiziana claudia aranzulla WearMore intervista

Tiziana Claudia Aranzulla – «Il corpo è un’opera d’arte», la cardiologa tra le 10 più famose al mondo, è italiana

 

Tiziana Claudia Aranzulla – «Il corpo è un’opera d’arte», la cardiologa tra le 10 più famose al mondo, è italiana

 

Per la serie, Febbraio mese dell’amore e del cuore, la seconda donna stra(ordinaria) intervistata da noi di WearMore è Tiziana Claudia Aranzulla, una delle cardiologhe più famose al mondo.
Lavora all’ospedale Mauriziano di Torino ed alcuni mesi fa è stata selezionata tra le dieci migliori cardiologhe interventiste (a livello internazionale), durante il convegno internazionale Complex Cardiovascular Catheter Therapeutic, svoltosi in Florida.

Tra i numerosi impegni, perché leggendo capirete quanta passione, amore e sacrificio c’è nel lavoro della dottoressa Tiziana Aranzulla, siamo riusciti a farle alcune domande, per capire meglio cosa consiste il suo lavoro, le sue scelte di vita, poter ispirare chi vuol intraprendere la sua strada e chi vuole fare della propria passione, un lavoro.

Esempio di coronarie ”ricciole”

Entrando immediatamente nel merito dell’importante riconoscimento ottenuto oltreoceano (è stata premiata per aver dedicato uno studio particolare sulle tortuosità coronariche nelle donne), abbiamo scoperto di cosa si occupa principalmente. «Le coronarie “ricciole”, tipicamente (anche se non esclusivamente) femminili, mi hanno colpito iconograficamente sin dalle fasi iniziali della mia formazione. La Medicina ha sempre connotazioni artistiche. Il corpo umano, con i suoi perfetti equilibri, è un’opera d’arte. Quando con la pratica clinica ho approfondito i possibili “capricci” delle coronarie tortuose, associati ad altre complessità tipicamente femminili (coronarie più piccole, più calcifiche, più fragili) ho voluto condividere quanto imparato negli anni e le strategie per fronteggiare, prevenire e prevedere tutti i possibili ostacoli.»

Certo, Tiziana ha dovuto fare però dei sacrifici, per poter raggiungere i risultati attuali. «La mia natura entusiasta mi ha reso sempre leggere le rinunce, anche se ne ho sempre avuto piena consapevolezza. Ma ha prevalso la mia linea guida: se vuoi fare bene qualcosa, ti devi dedicare davvero a farlo, senza pensare a cosa stai potenzialmente perdendo. Scegliere è la più grande risorsa che abbiamo, e dipende solo da noi. La tentazione di guardarsi indietro e vedere quello che si è lasciato è sempre fallimentare, perché in ogni caso si perde qualcosa. L’unico vero obiettivo è focalizzarsi sull’Amore per chi ne è meritevole, per se stessi e per quello che si sta facendo, che si è scelto di fare o a volte che ci ha scelto per farlo

Essere donna nel suo campo, non è stato e non è ancora una passeggiata. «La cardiologia interventistica è un campo tradizionalmente e culturalmente maschile. Per i carichi di lavoro, la necessità di dedizione, l’impegno fisico e mentale richiesto. Come in tutti i campi “maschili” la donna che fa una scelta lavorativa così totalizzante può essere vista come un’anomalia. In più vi è l’esposizione radiologica che impone l’assenza dalla sala di emodinamica in caso di gravidanza e allattamento. Le cose stanno cambiando, c’è ancora tantissimo da fare, ma cambieranno sempre di più. E’ già molto interessante vedere tra le giovani interventiste donne belle e determinate, a dispetto di vecchi cliché.».

Ed è proprio alle ragazze che Tiziana Claudia Aranzulla consiglia di: «In primis, non cadere nei vari sabotaggi. Non esiste un ruolo di “genere”: esistono le qualità personali, il talento e la dedizione. E sono egualmente distribuite tra uomini e donne. Il resto sono chiacchiere di fondo, sempre inutili e spesso distruttive. Bisogna sempre valutare il consiglio non richiesto e se si appura che la fonte non è valida, eliminarla. È un cammino costante, e impegnativo. Non ci sono deroghe o sconti. Ma va fatto. È un cammino anche a livello energetico, dove il rispetto per se stesse deve essere sempre al primo posto

La sua vita e il suo lavoro coincidono, per cui lei in sostanza, non li chiama nemmeno sacrifici, ma nutre comunque dei desideri! «Mi piacerebbe aver più tempo per le amiche, per la cura di me, per esplorare le bellezze della vita e tutto ciò che gli esseri umani sono riusciti a fare… Ho mille progetti, ma sempre poco tempo… Se potessi, vorrei che la mia giornata durasse 50 ore! Ma per avere risultati bisogna puntare all’essenziale e questo impone sempre una disciplina.»

Concludiamo questa intervista piena di spunti umani interessanti, chiedendo alla nostra protagonista cosa per lei nella vita e nel lavoro, rappresenta il ”More”. «Se la risposta fosse solo una, il mio “More” sarebbe la Forza. Alimentata da passione, entusiasmo, positività e dalla Fede, grande Maestra. Lo sguardo sempre alto, che si sforza di vedere oltre.»

Alice Bianco

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Camilla Mendini e il suo Amorilla – L’italiana a New York che si batte per la moda sostenibile

 

Camilla Mendini e il suo Amorilla – L’italiana a New York che si batte per la moda sostenibile

 

Per parlare di una delle donne straordinarie di questo mese, ci siamo trasferite a New York. È lì che attualmente risiede Camilla Mendini, veneta doc (di Verona), classe 1986, mamma di due bambini piccoli, graphic designer, ma soprattutto (dal marzo 2018), fashion designer, che ha fondato proprio a pochi passi dalla Grande Mela il suo brand di moda sostenibile, Amorilla.

A New York è appena risalita la temperatura, dopo il gelo delle ultime settimane, Camilla (conosciuta sul canale Youtube e su Instagram con il nickname Carotilla) accusa i primi effetti dello sbalzo termico, ma si appresta a raccontarci di lei.
Per prima cosa le abbiamo chiesto com’è nata l’idea di fondare Amorilla. «Io fino al 2015 ero una persona totalmente anti-moda, preferivo vestire con abiti vintage e altri vestiti che trovavo, ma mi preoccupavo poco. Poi quell’anno è uscito The True Cost, il documentario che svelava i retroscena della moda ed è scoppiata lì la mia voglia di impegnarmi a creare qualcosa che avesse a che fare con la sostenibilità e l’etica della moda.»

Prima di dar vita ad Amorilla però, Camilla, trasferitasi in America per seguire il marito, non ha passato un bel primo anno, lavorativamente parlando. «Sono rimasta ferma per i miei figli, perché non riuscivo a lavorare e a trovare proprio un posto che mi permettesse anche di stare accanto a loro e crescerli. Poi ho iniziato a collaborare con qualche agenzia qui a New York, per alcuni lavori di grafica, finché non ho capito e mi sentivo, che dovevo fare qualcosa di mio.»
Amorilla è nata così. «Non mi interessava di per sé di parlare di moda, ma mi sono buttata, del resto sono sempre stata una freelance, per cui non mi spaventava questo progetto, anzi!»

Con i suoi capi, Camilla ha iniziato a parlare e trasmettere il suo messaggio di sostenibilità e puntando sullo storytelling, ha creato quello che lei chiama ”contenitore di storie d’amore”: Amorilla.
Il brand si propone infatti di riscoprire le tradizioni tessili legate ad un Paese ogni volta diverso (ai tessuti e ai vestiti), riprenderle per creare delle mini collezioni da donna, in maniera totalmente etica e sostenibile.
La sua prima collezione (SS 2018/19) è nata in India, nel Rajasthan. È stata realizzata da sarti e artigiani locali: è stata ripresa un’antica tecnica di stampa con blocchi di legno intagliati a mano ed è stato utilizzata su cotone biologico Indiano, il Khadi, che Gandhi aveva eletto simbolo dell’indipendenza economica.
La seconda ”storia d’amore” (AW2018/19) ha invece il sapore dell’Italia: partendo dalla stoffa, filata nel Comasco mischiando fibre naturali di canapa e di lana di Yak, si è ottenuto un tessuto di lusso, molto morbido ma allo stesso resistente, ipoallergenico e altamente sostenibile. I capi sono poi stati realizzati a mano e a macchina da sarte nel Veronese.

Amorilla è prevalentemente formata quindi da capsule (collezioni con pochi capi): «Si, ho deciso di realizzarne pochi, perché i miei abiti sono di lusso, durevoli e si possono abbinare in vario modo. Chi li acquista deve sapere che costano, ma perché stanno facendo un investimento e potranno indossarli per molti anni.»
A tal proposito (consiglio nostro di WearMore) se iniziate o già seguite Camilla su Instagram, nelle sue stories, quasi ogni giorno vi dà dei consigli su come indossare i capi delle sue collezioni, abbinamenti sfiziosi e colorati.

Da fashion designer qual è diventata, le abbiamo chiesto se avesse qualche consiglio da dare ai giovani designer come lei: «Lo vorrei anch’io qualche consiglio in verità! Credo comunque in base anche alla mia esperienza, che l’importante sia essere sempre coerenti. Avere uno stile chiaro, definito e un obiettivo a cui puntare in ogni collezione, ed ovviamente differenziate il vostro prodotto.»

Proprio di distinzione e valore aggiunto le abbiamo chiesto infine, proponendone la domanda di rito: cos’è per te il More nella vita e nel lavoro. «Una domanda non proprio facile! Forse però, continuo a ripetermi, è la coerenza. Come madre, donna ed imprenditrice cerco di portare avanti la mia ”battaglia” per la sostenibilità e l’etica, elementi fondanti, che fanno parte di me e di come sono.»

Alice Bianco

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Annalisa La La Stories Wearmore Luisa Da Re

La La Stories – Annalisa: un cuore da donare ogni giorno

 

La La Stories – Annalisa: un cuore da donare ogni giorno

 

Alta, mora con gli occhi verdi, Annalisa da fin da subito un’immagine di donna forte, ma fragile, impenetrabile, ma aperta.

Nata in Piemonte, cresciuta appena fuori Milano, interprete di professione, decide di venire a Los Angeles all’età di 26 anni per perfezionare la lingua. Il suo progetto è di rimanere per 9 mesi, giusto il tempo di frequentare una scuola di sceneggiatura. Quello che ci proponiamo spesso non rispecchia quello che ci accade.

Infatti Annalisa incontra il suo futuro marito e i tempi si allungano… studia così altri 9 mesi Commercio Internazionale. Mentre le coincidenze già cominciano ad addensarsi nel suo mondo, viene assunta come Controllore della qualità dei sottotitoli italiani in film e serie televisive.
Scherzando lei mi dice che conosce tutte le puntate di E/R a memoria! E molte altre!

Si sposa, cambia il suo visto con la carta verde e decide di collaborare con il marito che lavora nell’immobiliare, per poterlo seguire in giro per gli Stati Uniti.

Nel 2007 viene assunta da E! Entertainment per gestire il sito italiano di notizie sullo spettacolo, una grande opportunità, quindi cambia. Esattamente prima del crollo immobiliare del 2008, cosa che ha permesso a lei di attutire il danno che il marito nel frattempo cercava di gestire.

Rimane nel campo spettacolo ed intrattenimento fino al 2014, quando inizia a ”sentire” dentro di lei che qualcosa la chiama.

Ricompone la sua vita, rivede le esperienze passate, accetta di guardare in faccia i ben tre tentativi di stupro che ha subito in gioventù, il primo addirittura a 17 anni, nonché l’abuso subito durante l’ultima relazione in Italia, con un uomo che non la lasciava nemmeno uscire in macchina da sola; si guarda attorno Annalisa. Vuole cambiare certo, ma vuole anche dare.

Fonda quindi, nel 2015, un’organizzazione NoProfit, la Lasting Impressions, www.LastingimpressionsCenter.org, per provvedere ed aiutare le vittime di abusi tramite la Arts Therapy. Impressionante vero?

Tuttora lavora come Digital Marketing in una azienda per riuscire a mantenere l’associaizone che comunque vanta finanziamenti sia da persone singole che da altre organizzazioni. Tutto ciò che lei mette a disposizione, strutture e team, sono gratuite.
Ha capito che non può salvare il mondo, ma ha anche capito che deve provarci.

La guardo, così semplice nel raccontare, eppure così ricca di esperienza. E mi sento bene anch’io, perché Annalisa mi fa sentire orgogliosa di essere donna.

Luisa Da Re

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pastasisters wearmore blog intervista paola da re

Paola Da Re e le Pasta Sisters: da maestra d’asilo a cuoca per le star di Hollywood

 

Paola Da Re e le Pasta Sisters: da maestra d’asilo a cuoca per le star di Hollywood

 

Il cibo che salva, il successo che arriva. Una delle donne stra(ordinarie) di questo primo mese del 2019, è Paola Da Re, che proprio grazie alla sua passione per la cucina, è riuscita a dare una svolta alla sua vita con le Pasta Sisters e a ricominciare oltreoceano: da maestra d’asilo a cuoca per le star di Hollywood.
Per l’occasione, a raccontarci la sua storia, è intervenuta anche la sorella, Luisa (la nostra autrice delle La La Stories).

Le vicende, che poi hanno portato la famiglia Da Re a trasferirsi negli Stati Uniti, risalgono al 2006, quando Paola decide di fuggire dalla sua Padova e dalle violenze domestiche del compagno con il quale viveva da 16 anni. «Nessuno si era mai accorto di nulla, meno che meno io – afferma Luisa – Paola era venuta a vivere in casa mia dove abitavo con mio figlio e ci siamo difese strenuamente dalle vessazioni dell’ex compagno per tre anni, momento in cui distrutte dalla fatica e dallo stress, ho deciso di scrivere un libro per sollevare l’opinione pubblica sul nostro caso.»

E poi un po’ per bisogno, un per caso, complice anche il destino… si materializza il futuro a migliaia di chilometri di distanza. Luisa Da Re racconta: «Mio figlio aveva vinto una borsa di studio all’università di Santa Barbara in California, io mi sono ricordata che a Los Angeles abitava uno dei miei primi fidanzati, che non vedevo da più di 20 anni, l’ho cercato in Internet, gli ho scritto e… Luciano, il mio attuale marito, mi ha chiamata, era il gennaio 2008 ed abbiamo ripreso i contatti. É venuto a trovarmi a Padova in aprile e ci siamo rivisti, poi a dicembre è arrivato con un anello e una proposta… ho lasciato tutto (il mio lavoro come impiegata in Comune a Padova, la mia casa, mio figlio che si doveva laureare prima di raggiungermi) e sono partita. Mi sono sposata e dopo poco è arrivato mio figlio e poi mia sorella con tutta la sua famiglia.»

Paola Da Re si è trasferita così a Los Angeles con le due figlie e sin da subito si è rimboccata le maniche, ha pensato a cosa sapesse fare ed avendo lavorato per diversi anni come maestra d’asilo, per un periodo ha fatto la babysitter. La sorella ci ha spiegato come poi ha deciso di investirsi in cucina: «Un giorno, in un bar, parlando ci siamo dette: perché non apriamo una rosticceria? Abbiamo pensato a vari nomi e ne é venuto fuori Pasta Sisters. Io l’ho aiutata all’apertura per alcuni mesi, preparando le mie crostate, ma dopo poco non aveva senz’altro piu’ bisogno di me!»

Ed è così che sono nate le Pasta Sisters, che ora vanta due locali: uno a Mid City e l’altro a Culver City (la città degli Studios cinematografici). «Francesco (CEO), Giorgia (Creative Director) e Francesca, la più piccola che si occupa del lavoro d’ufficio. Senza di loro non sarebbe stato possibile arrivare dove siamo. – ci confessa Paola – Ognuno di loro ha apportato e aggiunto grande valore all’attività.»
La ricetta del successo però, è un’altra. « L’ingrediente principale è la professionalità, poi in parti uguali, passione e responsabilità, una quantità adeguata di tenacia e buon senso. Non può mancare l’incoscienza ed un ottimo team work che cresce insieme.»

Entrambe le sorelle, come motto hanno quello di non mollare mai. «Io ne sono la prova vivente. Quando ho iniziato, il mio percorso è stato costellato di “no” e di “il tuo progetto non può funzionare”. Io malgrado tutto ci ho creduto.»
Luisa invece, ha raccontato: «Ho sempre studiato e scritto tantssimo. Ho mandato quindi il mio curriculum ad alcune scuole private ed immediatamente mi ha risposto la Beverly Hills Lingual Institute: cercavano un’insegnante di italiano. Da un giorno all’altro mi sono trovata a dover gestire 8 classi, di adulti, ogni mattina e sera della settimana. Ho lavorato in questo istituto per 5 anni. Poi la richiesta di studenti privati era troppo alta e quindi mi sono dedicata solo all’insegnamento privato, attività che svolgo tutt’ora con grande soddisfazione. Ho studenti che nella maggior parte fanno parte del mondo di Hollywood, produttori, attrici, registi e musicisti.»

Il lavoro e la famiglia rappresentano la vera forza di queste due donne. Per Paola il More è: «Il benessere delle persone. Siamo di fatto un ristorante, serviamo cibo e sorrisi e certamente c’è anche un valore aggiunto nella qualità di quel che prepariamo e serviamo, ma io mi riferisco proprio al benessere dei clienti: vederli soddisfatti e talvolta emozionati é il risultato che amo di più e poi ancora di chi collabora per far funzionare questa attività, e qui mi riallaccio all’importanza del team. Sentire di far parte di una famiglia, sapere che ognuno può contare sugli altri, qui c’è questo senso di appartenenza e condivisione che per me sono cose sacre nella vita come nel lavoro».

Alice Bianco

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Ph.-Jas-Lehal

Yoox Net-A-Porter, Fondazione Golinelli ed Imperial College London: uniti per promuovere le competenze digitali

 

Yoox Net-A-Porter, Fondazione Golinelli ed Imperial College London: uniti per promuovere le competenze digitali

 

Promuovere l’educazione digitale e il coding fin dall’infanzia: è questo l’obiettivo di Yoox Net-A-Porter (Ynap), il più famoso luxury fashion e-commerce mondiale. Dal 2016, in Italia, insieme alla Fondazione Golinelli di Bologna e in Inghilterra, con la partnership dell’Imperial College London, si occupa di istruire bambini/ragazzi e in particolar modo bambine e ragazze, alla programmazione e ad essere creativi in ambito tecnologico.
In totale, sono più di 3400 gli studenti formati da YNAP nel 2018, di cui il 70%, sono ragazze.

YNAP, azienda dove due terzi dei dipendenti sono donne (il doppio della media delle aziende operanti nel settore tech a livello globale) si pone proprio l’obiettivo di incoraggiare maggiormente le ragazze a considerare una carriera nell’ambito della tecnologia e nello sviluppare skills digitali, applicabili nell’ambito della moda.
L’azienda, per promuovere il talento femminile nella tecnologia, ha istituito il progetto “Women in Tech”, per poter ispirare ed educare, attraverso community, social forum, eventi, mentorship e formazione su misura, i nuovi talenti tecnologici femminili.

A tal proposito, a luglio e settembre 2018 è stato organizzato un campo estivo a Bologna assieme alla Fondazione Golinelli (da 30 anni impegnata nell’educazione, formazione, ricerca, innovazione, impresa e cultura) e a giugno, a Londra, si è tenuto un hackathon con vari esperti tra programmatori e sviluppatori di software di YNAP.

_Ph. Jacopo EmilianiIl campo estivo in Italia, tenutosi all’Opificio Golinelli, ha visto ragazzi e ragazze tra i 14 e i 16 anni, partecipare a lezioni gratuite di coding ed affiancati da esperti di tecnologia di YNAP, hanno potuto creare dei gadget intelligenti, usando solamente una scheda elettronica dotata di sensori e LED incorporati che rispondeva al linguaggio di programmazione scritto precedentemente dagli studenti.

A Londra invece, i ragazzi hanno potuto sperimentare tra tecnologia e moda. Presso il Tech Hub di YNAP si è tenuto l’hackathon, a cui hanno partecipato una sessantina di adolescenti tra i 10 e i 15 anni (40 ragazze e 20 ragazzi). I giovani hanno potuto creare t-shirt online che, grazie al coding, sono state personalizzate nei disegni e nelle stampe.

Le iniziative di YNAP, assieme alla Fondazione Golinelli, sono proseguite anche durante l’autunno: ad ottobre 2018 hanno partecipato alla European Code Week, mettendo a disposizione attività gratuite rivolte alle scuole d’infanzia, primarie e secondarie alle scuole. Grazie al supporto di esperti di tecnologia di YNAP, circa 1500 studenti (di 25 scuole), da 3 a 18 anni, hanno potutuo programmare gadget intelligenti, droni volanti ed avvicinarsi alla robotica (progetto speciale per i bambini/e dai 3 ai 6 anni).

Per YNAP al primo posto c’è sempre la figura femminile e, proprio durante la Digital Week, il 9 ottobre scorso, si è celebrato con eventi e workshop rivolti ai più giovani, l’Ada Lovelace Day, per rendere omaggio alla prima programmatrice donna e per onorare l’eccellenza femminile nelle Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica (STEM).

La prima settimana di dicembre YOOX NET-A-PORTER GROUP (YNAP) ha partecipato anche all’iniziativa Hour of Code di Code.org, l’evento di apprendimento tecnologico per promuovere l’interesse all’informatica. Studentesse tra i 15 e 18 anni hanno preso parte all’hackathon con un focus sulla moda, presso il Tech Hub di YNAP a Londra.
Il team di YNAP, oltre ad insegnare alle future innovatrici, come programmare il design di una t-shirt (ispirata ai brand venduti su NET-A-PORTER e MR PORTER), ha tenuto dei talk per ispirare le ragazze e mostrare come si svolge una mattinata tipo in un dinamico dipartimento di tecnologia.

Siamo certe che continuando con iniziative come queste, YNAP, insieme alle sue preziose partnership, potrà ispirare sempre più i nuovi talenti tecnologici femminili, per contribuire a colmare il gender gap proprio in questo settore.

Alice Bianco

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La La Stories – Claudia e le sue sette vite

 

La La Stories – Claudia e le sue sette vite

 

Bolognese di nascita, cittadina del mondo da esperienza di vita, anzi di vite, sette come i gatti.

Claudia esordisce dopo la laurea, a Londra, partendo dalla gavetta: come segretaria nella casa discografica PolyGram per poi salire, salire, salire, fino al ruolo di Senior Marketing Director alla Interscope Records di Los Angeles.

Gira tutto il pianeta conosciuto per rincorrere cantanti, musicisti, personaggi dello spettacolo, organizza, crea disfa, fino a quando, approdata da 3 anni a Los Angeles, dove per meriti di lavoro ottiene anche la green card, incontra Eddy, suo attuale marito, e allora… allora decide che è importante l’amore e mette la valigia con cui è abituata a dividere le sue giornate, in armadio, per dedicarsi ad un altra vita, quella di moglie e di madre dei due figli del suo compagno, rispettivamente di 8 e 13 anni, che erano rimasti orfani di madre due anni prima.

Ma sebbene la vita di moglie e madre le venga benissimo, Claudia dopo un po’ è pronta a mettersi di nuovo in gioco. E, vista la nascita nella città più ghiotta d’Italia e provvista di una super mamma bravissima a cucinare che le aveva tramandato la mano magica, decide di proporsi come apprendista, rispondendo ad una inserzione su Craig’s List.

Entra così nella sua terza vita, partendo ancora una volta dal basso e arrivando a Executive Chef del Getty Museum, prima e del Getty Villa poi. Altro traguardo, altra esperienza!

Esperienza che dopo 8 anni, smette come un cappotto liso per dedicarsi al catering e aiutare validamente una collega che aveva aperto una agenzia di questo tipo. Ma Claudia aveva un appuntamento triste che l’attendeva, nell’ottobre del 2015 scopre di avere un cancro al seno. Operata, ha deciso di dedicare la sua quarta vita ai malati, come volontaria.

Si è talmente lanciata in questo lavoro, che lei “sentiva” così intensamente e a cui dava tutta sé stessa, che dopo due anni arriva la richiesta da parte dell’ospedale dove prestava servizio gratuitamente: potevano assumerla come Health Unit Coordinator del reparto di Oncologia Acuta.

Adesso è il suo lavoro a tutti gli effetti. Le piace, l’appassiona, è una donna che sa come portare supporto senza essere invadente, è la luce che tutti vorrebbero accanto nei momenti difficili. un angelo. É un angelo. Ed ha solo 56 anni, tempo per altre tre vite le basta e avanza.

Quello che questa giovane donna porta con sé é un segnale che non solo si può fare, ma anche che si può far bene, basta crederci, basta volerlo, basta amare.

Luisa Da Re

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Marta Basso – #StopWhining, curiosità e rilevanza: le skills del presente e futuro

 

Marta Basso – #StopWhining, curiosità e rilevanza: le skills del presente e futuro

 

La terza donna stra (ordinaria) del mese del blog di WearMore è Marta Basso, 25enne cafoscarina Laureata in Economia, eletta CEO for One Month di Adecco Group Italy nel 2017, imprenditrice, scrittrice ma soprattutto ”inventrice” del motto #StopWhining. Per introdurre lei, i suoi principi e la sua personalità non posso che citare Mary Poppins e il suo ”Tutto è possibile, persino l’impossibile”.
Se non avete mai visto e sentito uno dei suoi video su Linkedin, primo (che aspettate?!), secondo, leggete ques’intervista per capire meglio chi è Marta Basso e vedrete che alla fine diventerete anche voi paladini dello #StopWhining!

Per prima cosa, cerchiamo di comprendere insieme com’è nato il motto e qual è la mission di questa giovane imprenditrice e mentor. «Tutto nasce nell’estate del 2015, in un periodo di cambiamenti, soprattutto dopo la laurea, il momento in cui la vita deve cambiare. Ed è proprio nell’estate di quell’anno che ho iniziato a viaggiare, andando a trovare amici e non, compiendo una sorta di Mangia, Prega e Ama, tra Italia ed Europa ed è così che ho cominciato a capire cosa volevo dalla vita.

L’epifania però, è arrivata alla fine di agosto 2015. «Al ritorno ho riflettuto su ciò che volevo fare della mia vita e mi sono resa conto che i viaggi erano serviti, ma non potevo dimenticare da dove venivo: dovevo rimanere reale e realistica, con i piedi per terra, ed è così che dopo 10 giorni mi sono trasferita a Londra per un master e poi a San Francisco (ha frequentato la Hult International Business School).
Lo #StopWhining inizia da lì. Mi sono accorta che la mia vita passata era finita, me la dovevo lasciare alle spalle e mi sono ritrovata a vivere in un ostello a Londra, capendo che era un momento importante della mia vita, non potevo lamentarmi, stavo facendo dei sacrifici per qualcosa di importante.
Quello dello #StopWhining infatti, è il messaggio che voglio dare alle persone: eliminare le scuse, come una liberazione. Molte volte ce le raccontiamo per non confrontarci con gli altri (molto spesso quella del generational gap), altre volte troviamo scuse per non perseguire le nostre idee imprenditoriali. A volte non ci rendiamo nemmeno conto, ma lo #StopWhining nasce proprio dall’esigenza di migliorare il mondo partendo dalle singole persone e che questo messaggio possa continuare ad essere sempre più virale con gli ambassador, che siamo tutti noi. É difficile non lamentarsi, richiede di prendersi le proprie responsabilità».

Marta per combattere contro le scuse, cosa fa nel pratico? Qual è la sua mission? «Mi occupo di startup, mentorship, il prossimo anno uscirà un mio libro su come gli incubatori ed acceleratori debbano parlare con le aziende e come far rete. Parlo quindi come per me e per i Millennials, sia importante essere inclusivi ed occuparsi di responsabilità sociale. Per esempio, forse dovremmo farci delle domande su chi sono davvero gli influencers, quale poter hanno e gli diamo noi. Mi sto adoperando proprio per lanciare anche questo messaggio e non da sola, sia per un pubblico italiano che non».

Proprio parlando dei coetanei, abbiamo chiesto a Marta Basso, cosa ne pensa della situazione scolastica/lavorativa e se c’è qualcuno che la contatta per ricevere consigli. «Il mondo della scuola e del lavoro sono scollati; sono convinta che parlandone di più l’Italia possa tornare a crescere ed essere rispettata. Dal punto di vista delle aziende, la situazione lavorativa è difficile, non vedo impegno politico per ridurre la disoccupazione e parlando di Partite Iva o startup: i giovani non vengono spinti a progettare e nemmeno essere assunti è una garanzia.
I giovani cercano cose diverse, sono più flessibili, credono e crediamo in una crescita personale, vogliamo che i valori che ”vende” l’azienda siano poi quelli reali. Molto spesso però, sono le aziende che dipingono i giovani come persone che non sanno quello che vogliono; forse, dalla loro parte non ascoltano i ragazzi e questi subiscono il fatto di non essere sufficientemente ascoltati. Le scuole quindi sono importanti, ma anche la proattività dei ragazzi stessi.
Quando vado a parlare nelle scuole, dico sempre che lo strumento Internet può essere usato molto meglio, per capire qual è la situazione lavorativa e cosa interessa fare a questi ragazzi. Curiosità e rilevanza sono importanti. Per esempio, non è vero che chi fatto studi umanistici non troverà lavoro, nell’innovazione ci sono un sacco di filosofi. É importante realizzare che le nostre competenze si possono costruire (ho una laurea in economia ma ho avuto debiti alle superiori in matematica), poi bisogna capire il contesto in cui ci si trova ed applicare le skills che abbiamo o impariamo.»

E dal punto di vista politico? «Non credo ci sia nessun interesse in questo senso. Spero che a breve si riesca a trovare il modo per mettere in contatto le due parti, anche con progetti esterni come il mio, per trovare un dialogo, migliorare l’istruzione e il lavoro. Per questo motivo mi sento una mentor, perché mi fa piacere dare consigli ai ragazzi, in particolare a quelli delle superiori; penso a quello che avrei voluto avere alla loro età (consigli, ascolto). Ci sono comunque persone di tutte le età che mi chiedono consiglio e questo mi ha sorpreso e fatto piacere: ci sono delle persone pronte al cambiamento, che ascoltano i Millennials e sono pronte ad affrontarle».

Le caratteristiche più importanti che bisogna avere nel mondo del lavoro oggi sono: la curiosità e la rilevanza. Come dice Marta, «vanno affinate e messe insieme, perchè o siamo infelici delle cose che facciamo o siamo frustrati perché facciamo ciò che ci piace, ma non siamo riconosciuti: bisogna trovare la via che sta nel mezzo. Chi ha una passione forte e riesce ad eliminare tutte le scuse, ce la farà. Bisogna essere consapevoli di quanto sia importante formarsi, ma avere anche l’approccio giusto per applicare ciò che si è imparato (le soft skills). L’empatia sarà fondamentale, anche per gestire situazioni gravi; le lingue e la conoscenza del digitale, come hard skills saranno importanti, la tecnologia potrà aiutare molto l’uomo».

In termini di lavoro, le abbiamo chiesto anche se ha qualche progetto particolare in cantiere. «Il mio libro, che uscirà nel 2019. Tratterà dell’innovazione Early Stage, il rapporto tra startup ed aziende o istituzioni, come precursori della crescita economica del Paese. Poi siccome sono conosciuta su Linkedin proprio per i video, volevo creare qualcosa per chi vede ed analizza i video ed ho in mente due nuovi format: uno personale e un altro con altre persone ed internazionale. Entrambi avranno l’obiettivo di creare influenza, speranza ed utilità reale, cambiando il paradigma dell’influencer di oggi (senza dover comprare followers)».

Alla domanda di rito di WearMore, cos’è per te il More, Marta ha concluso dicendo: «É il mio mantra, la parola che in inglese pronuncio più spesso. Il More è quello che bisogna sempre spingere anche quando per arrivarci bisogna creare del Less. Si dice infatti, ”Less is more” perché meno per meno fa più: limitare il proprio target e investimento, avere un approccio meno diretto può servire a creare il More, che è sinonimo di valore: non esiste valore se non cerchiamo il More, non bisogna accontentarsi.
Per me la felicità è quella che sento nel fare ciò che mi piace, al di là delle visualizzazioni dei miei video, il bello è che posso spingermi fuori dalla comfort zone, chiedere anche aiuto e che ispiri me e gli altri».

Alice Bianco

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Lorella Carimali – Il riscatto sociale e l’invito a non mollare mai

 

Lorella Carimali – Il riscatto sociale e l’invito a non mollare mai

 

La seconda protagonista delle nostre interviste mensili di WearMore è Lorella Carimali, docente di Matematica e Fisica presso il Liceo Scientifico Vittorio Veneto di Milano, ma soprattutto tra i 50 finalisti del Global Teacher Prize 2018 (il premio da un milione di dollari che viene assegnato ad un insegnante eccezionale, che ha portato un contributo degno di nota alla professione).

Lorella Carimali è da sempre impegnata in progetti sperimentali per l’istruzione e la formazione e abbiamo voluto chiederle che ne pensa della situazione in Italia, ma intanto le abbiamo chiesto come ci si sente ad essere scelti tra i 50 finalisti del ”Nobel” dell’istruzione. «Ovviamente incredula ma molto felice e non solo per me ma per tutte/i gli insegnanti italiani che come me entrano in classe con passione civile nonostante le enormi difficoltà. Un grande successo per me e per noi. Mi sento, anche, il simbolo di un riscatto sociale, avvenuto attraverso la matematica che è un modo di allenare il pensiero astratto, di conoscere e capire il mondo».

Un bel riscatto per una donna, che è nata e cresciuta in un quartiere della periferia milanese e ha fatto tutto da sola, i suoi genitori non l’hanno mai aiutata, poiché avevano frequentato solo la scuola elementare. «Il riscatto sociale non è la scalata sociale – ha tenuto a precisare – è il pensare se stessi come liberati dalla propria condizione, come liberi di poter progettare il futuro ed il mio si è realizzato attraverso la matematica, lo studio, l’impegno e il non mollare mai».

La matematica è una parte fondamentale di Lorella Carimali e della sua vita, tant’è che il suo mantra è quello di pensare matematicamente e l’ha applicato anche nel rapporto con i suoi studenti. «Insegno agli studenti e alle studentesse a pensare matematicamente cioè alleno le capacità di intuire, immaginare, progettare, dedurre, controllare per poi quantificare e misurare fatti e fenomeni della realtà. In questo modo gli studenti sviluppano quella competenza matematica che è significativa per la comprensione di una realtà complessa come la nostra e fondamentale per l’esercizio della libertà individuale e di una cittadinanza consapevole. Il linguaggio matematico non ha confini geografici, politici, generazionali, religiosi, culturali e di genere».

Secondo Lorella Carimali, l’approccio didattico che ha adottato è un’azione necessaria, «In una società come quella attuale sempre più articolata, complessa, multietnica e diversificata al suo interno, non potevo fare a meno di ripensare la mia didattica. Affinché i/le giovani imparino a non assumere atteggiamenti di diffidenza, di sospetto, di rifiuto, di discriminazione e di intolleranza verso donne e uomini che presentano caratteristiche diverse dalle proprie e a rapportarsi “all’altro” senza stereotipi o pregiudizi. L’adolescente si trova smarrito, solo, timoroso dell’altro: fatica a mettersi in discussione e a confrontarsi perché le sue sicurezze sembrano continuamente vacillare; i suoi sogni e le sue aspettative sembrano irrealizzabili. Ho rivisto la mia attività educativo/didattica in modo di far sentire ogni soggetto importante, dandogli speranza e fiducia prima di tutto nei sogni e nelle aspirazioni che nutre».

Come dovrebbe quindi essere la scuola del futuro, cosa e come dovrebbe insegnare? «La Scuola è l’ambiente in cui i ragazzi/ragazze acquisiscono i valori che li accompagneranno per tutta la vita. Sin dai primissimi anni del ciclo di studi, gli si dovrebbe fornire strumentazioni didattiche ed esistenziali che rendano questi giovani capaci di vivere nella nuova ”insalatiera etnica”, parafrasando il sociologo delle relazioni, B. Ulderico, ossia in quell’insieme di ingredienti/persone diverse che, nella loro singolarità, contribuiscono a dare gusto al nuovo piatto senza perdere la propria specificità.
Bisogna partecipare alla vita degli altri, condividere il sapere. Se un ragazzo va male, viene aiutato da un compagno bravo e migliora il suo rendimento, così entrambi avranno un voto più alto. Chi è stato aiutato probabilmente quando sarà adulto e vedrà qualcuno in difficoltà, gli tenderà la mano».

Parlando di futuro, Lorella Carimali ci ha parlato anche di quarta rivoluzione e di come il mondo, soprattutto l’istruzione, dovrà cambiare. «Questa rivoluzione porta con sé possibilità eccitanti, nuove soluzioni alle sfide globali, opportunità e posti di lavoro che devono ancora essere inventati ma allo stesso tempo ne spariranno degli altri. La disoccupazione tecnologica spingerà verso il basso la sicurezza del reddito e unitamente ai cambiamenti climatici e alla rapida crescita della popolazione mondiale, questo sarà il secolo più difficile che la nostra specie abbia mai affrontato.
Governi, educatori e genitori devono porsi urgentemente la domanda su come possono preparare le generazioni presenti e future a prosperare in questo mondo in trasformazione. Nei prossimi dodici anni, infatti, l’intelligenza artificiale, la realtà virtuale e aumentata, la robotica modificheranno la relazione tra tecnologia e persone e l’abilità di acquisire nuove competenze nel corso dell’intera vita lavorativa sarà più importante della conoscenza stessa».

Cosa potranno quindi fare le aziende? «Potranno trovare e assumere talenti in tutto il mondo; la velocità del cambiamento sarà così elevata che verranno creati nuovi lavori e saranno necessarie per sopravvivere nuove capacità e tutto questo potrebbe essere potenzialmente molto stressante. Per questi motivi qualunque carriera si scelga bisognerà sviluppare quelle capacità che non potranno mai essere delle macchine come l’empatia e la creatività. Questa rivoluzione trasformerà anche noi stessi e la nostra relazione con il mondo. L’abilità più preziosa da sviluppare sarà quella dell’imparare a imparare».

Abbiamo concluso l’intervista con la classica domanda che facciamo a tutte le nostre donne stra (ordinarie): Cos’è per te il MORE? «La volontà di mettersi in gioco, le relazioni con gli altri, l’empatia, l’inclusione. Bisogna ascoltare i ragazzi, credere in loro e stare al loro fianco».

Alice Bianco

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