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I consigli della Life and Business Coach Carina Fisicaro – «Prima pensa all’Essere, poi al Fare»

I consigli della Life and Business Coach Carina Fisicaro – «Prima pensa all’Essere, poi al Fare»

46 anni, da 30 vive in Italia, ma è originaria dell’Argentina, Carina Paula Fisicaro come mestiere, anzi come missione, ha quella di voler aiutare le donne, personalmente, spiritualmente e professionalmente.
È una Life and Business Coach certificata, che ha deciso di dedicarsi completamente alle donne, ed è per questo che abbiamo deciso di parlare un po’ con lei, capire meglio cosa fa, cosa l’ha spinta ad abbandonare un lavoro dipendente, mettersi in proprio e sposare la sua mission.

«Aiutando le donne, ho aiutato anche me stessa». Carina è arrivata in Italia non sapendo nemmeno una parola della nostra lingua, ha fatto molti lavori, iniziando come collaboratrice domestica e finendo per fare la commerciale in un’azienda e poi la famosa idea e volontà: mettersi in proprio. «Volevo seguire quella che sentivo come la mia ”vocazione” della vita. Certo, all’inizio avevo molta paura, era quella la sensazione che sentivo di più. Noi donne del resto, rispetto agli uomini, tendiamo ad essere meno istintive, a non volerci buttare. Il rischio non fa per noi e allora rinunciamo e non lo facciamo. Ho imparato però che rischiare ripaga.»

Coscarina fisicaro wearmore bloga fare quindi per liberarci, per comprendere se possiamo riuscire a fare il cosiddetto ”salto” e creare un’impresa? «Capire e cercare di trovare il perché. Il perché grandissimo e chiederci cosa vogliamo fare veramente, dandoci una motivazione e non pensando immediatamente alla cosa che poi sarà più redditizzia, bensì, cercando di pensare al guadagno come ad un effetto collaterale di ciò che si farà.» Da qui il suo spassionato consiglio: «Prima pensa all’Essere, poi al Fare. Da sempre tutti ci hanno abituati al risultato o ci hanno detto cosa dovevamo fare, è tempo di pensare a noi, prenderci il nostro tempo e poi Fare».

Carina Fisicaro ha poi proseguito raccontando la sua esperienza personale e professionale. «Spesso nella mia carriera da imprenditrice, dal 2013 ad oggi, mi è capitato di lavorare gratis, di dare consigli e tenere dei workshop a titolo gratuito, tutte cose che poi però, si sono rivelate un investimento. Ricordate infatti, che donare è molto più importante che ricevere: se dai 10, ma lo fai con il cuore e per un motivo ben specifico, vedrai che poi otterrai 100; i risultati si vedranno, magari tra 1 o 2 o 3 anni, ma prima o poi si vedranno».

Tempo, denaro e risultati che faticano ad arrivare, Carina Fisicaro, come altre donne, ha dovuto affrontare diversi ostacoli nel suo cammino, ma non ha mai mollato. «Stavo affrontando un periodo in cui mi sentivo sola, ma è stato proprio questo il motore, mi ha fatto capire cosa dovevo fare». Ed è così che è nato il progetto DonnaOn – Donne che ispirano le donne.
Un luogo, una ”stanza” dove sentirsi però a proprio agio e come riportato dall’omonimo sito web «un progetto OPEN SOURCE dove puoi diventare protagonista mettendo a disposizione i tuoi saperi e sapori, uscendo dalla solitudine e dall’anonimato, grazie alla community e alle attività di networking.»

«Donna On nasce da un sogno, quello di farmi sentire meno sola, di costruire una rete di collaborazioni, una sorellanza, con l’idea di aiutare anche le altre donne a sentirsi meno sole. Perché ricevere aiuto e non avere paura di chiederlo, è fondamentale.» Donna On è anche luogo fisico, con workshop ed incontri formativi e non solo. Per scoprirne di più il sito è: donnaon.it

Una delle cose che mi hanno colpito di più della conversazione telefonica inoltre, è stata la domanda ”Come ti posso aiutare?”, Carina Fisicaro ha affermato più volte che: «Quando qualcuno a cui chiedi aiuto ti risponde subito così, con questa domanda, vuol dire che è vero, è lì per te e ti vuole aiutare veramente, investe in te». Il More, quello che per noi di WearMore è il valore aggiunto, per lei sembra essere proprio questo: Essere se stessi, trasmetterlo agli altri è il Fare.

E per concludere, dopo una conversazione lunga ma stimolante, è bene ricordare una delle frasi più importanti dette da Carina: «Vali a prescindere. Ogni giorno sentiti orgogliosa di te stessa, perché l’importante è sempre dare il massimo.»

 

Alice Bianco

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Donne che parlano: il romanzo sulla voce delle donne di Miriam Toews

 

Donne che parlano: il romanzo sulla voce delle donne di Miriam Toews

Tutti all’interno del Giudizio Universale di Michelangelo a Roma conoscono la Creazione di Adamo, ma pochi invece sanno descrivere la Creazione di Eva, quinto affresco della Cappella Sistina. In questa rappresentazione, Eva supplica Dio e lo fa nascondendosi da Adamo che dorme per terra, perché sa che lui disapproverebbe… ma che cosa? Il suo incontro senza mediazioni con Dio o quello che sta dicendo?

Perché, invece io, vi sto raccontando questa cosa? Perché questa è una delle immagini più forti e belle raccontate all’interno del libro di Miriam Toews, Donne che parlano (pp 255, 18,00€) edito da Marcos Y Marcos che racconta la storia delle donne della colonia di Molotschna che venivano narcotizzate con lo spray per le mucche, e poi stuprate nel sonno. Si svegliavano doloranti, sanguinanti. E si sentivano dire che era tutto frutto della loro sfrenata immaginazione, o eventualmente del diavolo. Invece i colpevoli erano uomini della comunità: zii, fratelli, vicini, cugini. Che fare adesso, con questi uomini, che sono in carcere, ma presto usciranno su cauzione e torneranno a casa? Perdonare, come vorrebbe il pastore Peters? Rispondere con la violenza alla violenza? O andare via, per sempre, per affermare una vita diversa, di rispetto, amore e libertà?

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Il romanzo parte da qui: dal momento in cui le donne devono decidere cosa fare. Sono donne sottomesse, abituate a obbedire. Nascoste in un fienile, prendono in mano, per la prima volta, il proprio destino. La loro ribellione incandescente risana. È linfa vitale anche per August Epp, l’uomo amorevole e giusto che aveva perso la speranza, e che le donne chiamano a testimone della loro cospirazione di pace, perché possa raccontarla.

Donne che parlano è una storia vera romanzata. Sì perché la Toews prende ispirazione a dei fatti realmente accaduti in Bolivia, nella colonia di Manitoba, tra il 2005 e il 2009 e decide di dare voce a queste donne attraverso i verbali immaginati redatti da un uomo diverso da quelli che loro sono costrette a frequentare e amare. August Epp è, infatti, il collegamento tra i due universi, è l’anello esemplare di come uomo e donna possano e debbano collaborare per creare un mondo migliore al di là del proprio gender.

Il libro della Toews è un libro di donne forti, che non accettano più la loro condizione di inferiorità, donne che trasformano le loro cosiddette soft skills per diventare sempre più indipendenti e in qualche modo pensanti. Perché queste, dovete ben tenere presenti, che sono donne rurali, analfabete che, dopo continue violenze decidono di fare gruppo (anche se, come sempre, non tutte) e trovare una soluzione. Sono lì in balia dell’istinto più primordiale che esista, scappare o combattere, ma si elevano dal rango di “bestie” in cui le avevano confinate attraverso il pensiero, iniziando a riflettere grazie alla collaborazione con quell’uomo che, cresciuto da genitori dalle vedute ampie, fa di tutto per aiutarle trovando anche lui stesso la via della salvezza in loro.

Donne che parlano è uno di quei libri fondamentali per la formazione del singolo, per comprendere un evento storico di cui nessuno, almeno qui, aveva mai sentito parlare e cercare di costruire una cultura fondata sul rispetto della donna, ma non solo. Quello che voglio sottolineare sull’importanza di questo libro è come metta al centro la fondamentale collaborazione tra uomo e donna: la comunità femminile non riuscirebbe mai a scappare senza i consigli di August e August non riuscirebbe a salvarsi dal pensiero costante del suicidio senza la fiducia di queste donne così diverse tra loro, eppure così forti.

Toews è una della voci più interessanti e particolari della letteratura contemporanea che con la sua prosa schietta e senza orpelli, riesce a colpire il lettore nel profondo, portando a galla discussioni e argomenti verso i quali bisognerebbe sempre trovare spazio per discuterne.

Sara Prian

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Branding Photography: lo shooting di Shana Carrara a Federica Fuser

 

Branding Photography: lo shooting di Shana Carrara a Federica Fuser

È stato il mondo dei social network a farci conoscere ed è proprio grazie ad Instagram che possiamo presentarvi questo shooting della nostra fotografa Shana Carrara.

Federica Fuser ha un passato da modella. Ora, come potete leggere nell’intervista che le abbiamo fatto, fa la pilotessa di piccoli aerei privati, ma la sua passione è ancora la moda, la creatività, la voglia di ”giocare” con la macchina fotografica e posare. Per l’occasione, ha scelto alcuni dei vestiti di L’Armadio in Giardino, un negozio d’abbigliamento di Paese (Tv) e alcune creme Chrissie.

Tutti gli scatti sono stati eseguiti a Treviso (Fonderia, centro città e in interni). Ci è piaciuto giocare con gli abbinamenti di colori, con i tappeti di foglie autunnali, l’urban chic e la spontaneità.

 

Quello che traspare dal volto di Federica è un po’ l’atmosfera che abbiamo respirato quel giorno: di familiarità, amicizia e del tepore tipico dell’autunno.

C’è stato un lavoro di squadra, tra cambi d’abito, pose, location: un’immediata sintonia. Merito soprattutto di Shana Carrara, la fotografa e persona giusta per chi vuole realizzare shooting con prodotti da sponsorizzare, branding photography, perché sa capire le vostre esigenze, sa consigliarvi per farvi apparire al meglio e trasmettere la vostra essenza e ciò che volete comunicare.

Influencers e non, donne, imprenditrici/imprenditori, che sta aspettando?

 

 

La galleria completa potete trovarla nella nostra pagina Facebook.

Alice Bianco

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Barbara Lamperti e il suo Buona Pappa: “I miei consigli d’alimentazione dall’America’”

 

Barbara Lamperti e il suo Buona Pappa: «I miei consigli d’alimentazione dall’America»

Chiunque avesse la fortuna di incontrare Barbara, sarebbe d’accordo con me che è come se nella stanza entrasse un raggio di sole.

Sarà per il suo sorriso radioso, forse per i capelli biondi e gli occhi azzurri, o forse sarà proprio per l’energia positiva che emana.

Barbara Lamperti Buona PappaBarbara è una giovane donna di 44 anni, madre di due deliziosi maschietti di 8 e 6 anni, Luca e Alex, che all’età di 35 anni ha seguito il suo cuore e si e’ trasferita da Roma a Los Angeles, per vivere con l’uomo di cui si era innamorata, Albert.

Sembra una bella avventura, raccontata così, ma chi ha cambiato radicalmente la propria vita, abbandonato un lavoro appassionante, e si trova in un Paese straniero, a reinventarsi, non sempre può attaccare alla parola “avventura” anche l’aggettivo “bella”.

Barbara era specializzata in marketing, fashion, ad alti livelli, il suo lavoro sorvolava case di moda stile Gucci, Ferrè ed era entrata da un po’ di tempo a lavorare all’ufficio comunicazione della CEI che cura la campagna per l’8xmille portata avanti dal Vaticano, una sfida che aveva vinto e che voleva continuare a rendere vincente.

Quando arriva l’amore non si sa mai se ti farà fare le valigie…..e lei e’ approdata nella città degli angeli nel 2007, senza più la sicurezza di un lavoro o l’idea di un lavoro, ma con la certezza che voleva crearsi una famiglia. Che e’ arrivata puntualmente….ma, come gestire il piccolo Luca e il desiderio sempre più impellente di mettersi ancora in gioco? 

Ingegno tipicamente femminile, scusate se mi ci metto in mezzo essendo nella stessa categoria di genere, Barbara ha scoperto che in Usa i bambini e le giovani mamme non hanno una adeguata informazione sull’alimentazione dei piccoli.

Cosi’ e’ nata: BUONA PAPPA, un blog www.buonapappa.net , un canale YouTube,  un account su Instagram e uno su Facebook.

Un consiglio? Più che spiegare cos’è dovete vedere di persona, si tratta di tutto e di più per dare a tutte le mamme del mondo informazioni e ricette per una alimentazione sana e completa per bambini.

Barbara Lamperti Buona Pappa

Adesso Barbara, che ha iniziato proprio dal nulla, parlandone a tavolino con poche amiche, vanta ben 60K followers e quasi 7 milioni di views, può definirlo veramente un lavoro di grande soddisfazione, ma soprattutto, tutto suo, creato dalla sua forza dalla sua competenza e dalla sua fantasia.

Si può quindi cambiare la propria vita anche dopo averla fatta correre sullo stesso binario per molti anni? Certo che si può. E il cambiamento porta ricchezza interiore, porta risorse nuove, porta fiducia nelle proprie capacita’.

Questo si vede negli occhi di Barbara, si nota nel suo sorriso, seguite anche solo per curiosità una delle sue ricette, non insegna solo a cucinare, insegna anche una via per fare entrare il sole nella vita. Basta aprire le finestre del cuore!

Luisa Da Re

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Federica Fuser, la pilotessa di Treviso: ”Passione, ma anche tanto studio e dedizione”

 

Federica Fuser, la pilotessa di Treviso: «Passione, ma anche tanto studio e dedizione»

Instagram, posto insolito dove poter conoscere una persona, noi, grazie a questo social network abbiamo conosciuto Federica Fuser, di Treviso. Un passato (e ogni tanto anche presente) da modella, ex proprietaria di un’officina meccanica ed ora pilota di aerei privati. Scoprite un po’ cosa vuol dire essere pilota, cos’è la passione, ma anche il duro lavoro.

 

Tutto ha inizio cinque anni fa. «Dopo aver chiuso la mia piccola azienda, un officina di riparazione che ho avuto per circa sei anni in società con il mio primo fidanzato.» La passione per il volo ha avuto il sopravvento: «Già nell’ultimo anno prima della chiusura alzavo gli occhi al cielo e immaginavo come poteva essere il mondo da lassù, guardavo gli aerei decollare in pista e sognavo ad occhi aperti. Ero totalmente innamorata e affascinata dalla maestosità di questi “pezzi di ferro” che si alzavano in aria come piume.» Ma quando Federica ha deciso di mollare tutto e puntare, letteralmente, in alto? «La conferma che avrei voluto diventare pilota è arrivata appena sono salita in un piccolo aereo dell’aeroclub di Treviso e sono decollata. Lì è scattato il clic definitivo.»

Federica Fuser - Shana Carrara 1

Federica Fuser – Foto di Shana Carrara (WearMore)

Certo però, che la vita da pilota professionista non è tutta rose e fiori. «Essere pilota non è solo volare in cielo, è molto altro; è una passione che prima o poi diventerà un lavoro e un lavoro molto impegnativo, che richiede constanti aggiornamenti e test al simulatore per essere sempre pronti a gestire le emergenze più importanti, tanto studio e dedizione.» Questo il consiglio che Federica si sente di dare a tutte quelle ragazze e ragazzi come lei, che vogliono intraprendere questa strada.

Uno dei lati positivi, forse sta proprio nel poter esplorare, di tanto in tanto, posti nuovi, in giro per l’Europa, anche se i momenti di relax sono unici e rari. «Purtroppo ci si trova la maggior parte delle volte a sostare in hotel nell’area aeroportuale per questioni di vicinanza e praticità, soprattutto quando la mattina seguente si parte molto presto. Nonostante abbia girato più di 60 cittadine in tutta Europa, quelle che ho avuto l’opportunità di vedere sono veramente poche! Ricorderò sempre però un resort in cui siamo finiti quest’estate a San Bonifacio in Corsica: abbiamo fatto quasi due giorni di stand-by in quest’oasi in mezzo alla natura, in cui tutto era biologico e coltivato a mano. C’era una piscina riscaldata immersa nella vegetazione e nessuno a parte me. Sono stata lì tutto il giorno a prendere il sole. Cose che capitano una sola volta nella vita!! Quella volta che dici “ogni tanto anche una gioia!»

I viaggi Federica, spesso li condivide con i colleghi maschi, le abbiamo perciò chiesto com’è lavorare con loro, in un mondo così prettamente maschile. «Le compagnie stanno investendo molto nell’assunzione di piloti donne, e sembrerebbe esserci una svolta definitiva. Rimane il fatto che comunque, per la mia breve esperienza nel business jet, devo ammettere che per una donna è sempre più faticoso rispetto ad un uomo. E si, purtroppo si rischia ancora di incappare in certi individui maschilisti.»

Il lavoro, si sa, tende sempre a condizionare la vita di ognuno di noi, come fa Federica a dividersi tra casa a carriera? «6 giorni lontano da casa sono duri, soprattutto per una persona che come me, ama la sua casa e il suo territorio. Infatti quando rientro dal servizio per i miei quattro giorni di riposo, stacco completamente e dedico tutto il mio tempo alle persone a cui voglio bene amici, famiglia, cani, gatti e ovviamente, a me stessa!» Ciò che per lei rappresenta il valore aggiunto nella vita, il suo More, e che consiglia a tutti è: «Fare sempre ciò che ti rende felice e che ti fa star bene. Non smettere mai di cercare quello che è destinato a te, anche a costo di abbandonare strade vecchie ed intraprenderne di nuove.»

Alice Bianco

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Beatrice Venezi

Beatrice Venezi: «Amo la musica e viaggiare e mi ispiro a Bernstein ed a Elisabetta I»

 

Beatrice Venezi: «Amo la musica e viaggiare e mi ispiro a Bernstein ed a Elisabetta I»

 

Una delle poche direttori d’orchestra donne (dal 2014 dirige la “Nuova Orchestra Scarlatti” di Napoli), la 28enne Beatrice Venezi, si è raccontata al blog di WearMore. Tra musica, viaggi e riflessioni, l’abbiamo avuto modo di conoscerla un po’ di più.

Il Corriere della Sera l’ha inclusa tra le 100 donne più influenti del 2016 e l’anno dopo l’ha riconferma tra le 50, quest’anno la rivista americana Forbes l’ha inserita nella lista delle 100 migliori Under 30 e qualcuno forse l’ha già vista in alcune apparizioni televisive (EPCC con Alessandro Cattelan e La vita è una figata con Bebe Vio).

Beatrice Venezi PianoforteOriginaria di Lucca (come Giacomo Puccini), Beatrice ha debuttato all’età di 22 anni e da allora viaggia in tutto il mondo per portare la musica in diversi Paesi e continenti, in special modo per farla arrivare ai giovani.

«Ogni volta, salire sulla pedana d’orchestra è sempre una grande emozione, è anche quasi impossibile poterla descrivere a parole. È un atto creativo potente; provo paura, tensione e per me è come uno sfogo» così ha descritto le sensazioni che prova e come i grandi artisti da palcoscenico, è un misto di emozione e ansia da prestazione.

Del resto, nonostante l’orchestra sia un ambiente gerarchico, dove per il direttore i musicisti mantengono un rapporto di rispetto, capita che «forse inconsciamente, i direttori artistici o altri direttori d’orchestra, tendano ad avere dei preconcetti e pregiudizi». »Resta il fatto che» – continua Beatrice- «l’ambiente sia meno conservatore ed elitario rispetto ad una volta: c’è qualche aria di cambiamento».

Parlando proprio di inversione di tendenza, abbiamo chiesto a Beatrice Venezi, se si potrebbe fare qualcosa per spingere le giovani ragazze che vogliono intraprendere la sua strada: «Ci sono già diverse ragazze che lo stanno facendo, qualcuna di loro mi contatta perché le dia qualche consiglio, ma secondo me non è nemmeno una questione di genere. Un ottimo direttore d’orchestra lo può diventare una donna come un uomo, l’importante è dimostrare la preparazione e la qualità. Certo, le donne, riferendomi ai preconcetti degli uomini, sono più l’occhio indagatore, devono poter dimostrare il 300 per 100 ed è un po’ una condanna per questa categoria, ma ribadisco, prima di tutto puntare sulla qualità e la preparazione».

Sinonimo di bravura e fama, Beatrice confessa di ispirarsi ai direttori d’orchestra, Leonard Bernstein e Carlos Kleiber. «Bernstein lo amo per come è riuscito a usare il mezzo mediatico per comunicare la musica, arrivando ai giovani e Kleiber per me è la quintessenza dei direttori d’orchestra: è un corpo che trasuda musica».

Al di fuori del suo settore, e diremo al di fuori anche di quest’epoca, Beatrice ha dichiarato di ispirarsi ad Elisabetta I d’Inghilterra: «Si, perché ha rinunciato all’amore e al matrimonio politico, preferendo regnare ed occuparsi del benessere del proprio regno».

Ma se non avesse intrapreso questa strada, cosa avrebbe fatto Beatrice Venezi da grande? «Mi sarei o comunque dedicata alla musica e/o avrei fatto qualcosa inerente al viaggiare. Amo viaggiare, di recente sono stata a Tokyo e piuttosto di riposarmi e stare in hotel, quando ho un attimo di tempo preferisco esplorare il luogo in cui mi trovo».

Parlando di globalizzazione, proprio i social media, secondo Beatrice: «Da soli e gestiti male sono come un contenitore vuoto, ma sono un ottimo strumento di divulgazione. Penso alla musica ed è quello che cerco di fare anch’io con i miei account: arrivare a più persone, in particolare ai giovani e riempire quel contenitore».

Come di consuetudine abbiamo chiesto anche a Beatrice Venezi, cosa per lei rappresenti il More: «La curiosità. È il motore per tutti gli altri processi vitali; esplorare, andare oltre la propria comfort zone, è la soluzione migliore per evolvere, che ti permette di pensare fuori dal coro».

 

Alice Bianco

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