Giulia Rosmarini Tango Philosophy

Giulia Rosmarini e il suo Tango Philosophy – Timbri e passione

Giulia Rosmarini e il suo Tango Philosophy – Timbri e passione

 

Giulia Rosmarini e il suo brand Tango Philosophy sono un concentrato di freschezza, genuinità e artigianalità. La 31enne di origini milanesi, trapiantata a Milano, dopo una laurea in Filosofia, tirocini, un Master in Organizzazione eventi e diversi lavori in uffici stampa (tra cui Expo e Mostra del Cinema di Venezia), a Novembre dell’anno scorso, ha deciso di buttarsi a capofitto in questa nuova avventura chiamata appunto, Tango Philosophy.

«Fin da giovanissima, la moda è sempre stata la mia passione e fino a poco tempo fa, era puramente questo. L’aver dato vita a Tango Philosophy, è stata perlopiù un’intuizione, una passione che si è sviluppata. Ho iniziato a comprare qualche panno, tovaglia ed altri accessori all’Ikea e ad imprimerci dei timbri, il tutto solamente per un piacere personale. È stata poi una mia amica a suggerirmi di provare a far diventare questa passione, un lavoro».

Lavorare con i timbri, come ci ha confessato, non è poi così semplice. «Prima creo a mano il disegno che vorrei imprimere sulle mie t-shirt, parei o sciarpe, poi lo trasformo in digitale e lo affido ad un laboratorio artigianale, che attraverso macchine laser, lavora il legno.
Ho scelto la via forse più difficile, ma mi piace molto di più; è stata una scelta dettata dal mio gusto personale, non amo la perfezione e l’artigianalità, è l’antitesi. Sul mio sito web si possono ordinare le mie creazioni, ma ogni t-shirt, sarà sempre diversa, non precisa precisa a quella che si vede online».

La non perfezione, il fatalismo e l’istinto, sono queste le caratteristiche di Giulia. «Creo a seconda del periodo in cui mi trovo, della stagione, delle mode del momento. Senza dubbio scelgo dei tessuti che ho selezionato prima, di qualità ed organici (100% cotone biologico filato e pettinato) ed uso tinture 100% sicure e non tossiche.
Tango Philosophy rispecchia me e il mio mondo. Sono una fatalista, so che nella vita è giusto lavorare duramente, ma sapere anche cogliere le occasioni».

Proprio parlando di materiali con cui sono realizzate le t-shirt, sciarpe e i parei (lana merino e cotone puro), Giulia ha voluto sottolinare l’importanza della moda sostenibile. «Oltre a parlare della longevità dei vestiti creati con tessuti sostenibili, io cerco di dare il mio contributo con una lavorazione slow: realizzo tutto a mano, con colori puri ed atossici e uno dei miei progetti futuri è quello di creare una gamma di prodotti che si adattino ad ogni stagione».

Come di rito, anche a Giulia abbiamo chiesto che cosa rappresenta per lei il More, il valore aggiunto, nella vita e nel lavoro. «Il connubio tra generosità ed intelligenza, questo secondo me è il More. Ammiro chi le ha entrambe. Io cerco di imparare ogni giorno e trasmetterle sempre, sia nel privato che in ciò che realizzo. Spero poi che chi indossa i miei capi, riesca a fare altrettanto, che nei dettagli che metto, intuisca ciò».

Giulia ci ha poi raccontato che è appena tornata dall’India, dove assieme ad un collaboratore, ha appena ideato dei nuovi prodotti che potrete trovare prossimamente nel suo store online: giacche, camice e gilet per donna, realizzati seguendo la tradizione (i timbri non sono una sua invenzione, ovviamente!), coniugandola con una visione nuova e giovane.

Ah dimenticavo… non vi diremo però, perché il brand si chiama proprio Tango Philosphy! 🙂

Alice Bianco

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La La Stories – Rosanna, le radici in due mondi diversi

La La Stories – Rosanna, le radici in due mondi diversi

Rosanna è nata a Santa Monica, da genitori italianissimi trasferitisi in Usa nel 1956. Il padre, di origine veneta, si era ben presto adeguato alle usanze locali, aveva educato la figlia sin da subito ai valori tipici americani, facendole vedere il bello che aveva trovato pur trasferendosi a vivere cosi’ lontano da casa. La madre, toscana, al contrario, aveva formato la piccola Rosanna nel pieno amore per l’Italia e le sue tradizioni che dominavano su tutto, usava solo l’italiano in casa, tanto che la figlia da piccola conosceva solo quella lingua, le parlava sempre dell’Italia con grande entusiasmo e amore. Rosanna era così stata cresciuta con il meglio dei due Paesi all’interno di sé.

Per la prima volta in Toscana, in un piccolo paese dove abitavano dei familiari, Casa Basciana, vicino a Lucca, a 5 anni, Rosanna si era sentita veramente tra i suoi simili. Tanto che, nonostante la tenera età, lei aveva subito pensato “da grande devo venire a vivere qui”. Un desiderio fortissimo che era rimasto vivido nel suo cuore anche negli anni a venire.

Era talmente immersa nell’italiano che i primi anni di scuola in California aveva avuto dei problemi, confondeva e mescolava le parole, parlava metà italiano e metà inglese.

Lucca la rivede a 10, 15, 20 anni… anzi proprio l’anno dopo, a 21, era arrivata la sua ferma decisione “vado per restare!”. Una determinazione cosi’ forte che aveva venduto tutto quello che aveva di valore, piccoli gioielli, altre cose personali, per racimolare i soldi necessari per trasferirsi e vivere là. Era partita già con l’idea di andare a vivere con degli amici che di mestiere restauravano mobili, nel loro appartamento nel centro storico di Lucca. Per Rosanna quello era esattamente il posto dove voleva stare!

Forse però, il destino decide per noi. Infatti quello era sicuramente un posto importante, soprattutto perché a 200 metri dalla casa dove alloggiava c’era un bar, dove lavorava Nicola. Immaginiamo e visualizziamo questa buffa situazione, perché spesso noi non sappiamo il motivo per cui accadono le cose, ma se succedono, c’è’sempre una ragione. Rosanna ha vissuto 3 mesi in quell’appartamento senza mai avere l’opportunità di incontrare Nicola.

Purtoppo, dopo tre mesi, Rosanna si rese conto che era difficilissimo trovare un lavoro e un appartamento per conto proprio: tutto sembrava dirle che, nonostante lei amasse l’Italia e si sentisse italiana, sarebbe dovuta tornare in America per vivere, per avere opportunità, per poter costruirsi una vita. Ed ecco che proprio il giorno in cui ha deciso di partire, entra nel bar per la prima volta. Doveva telefonare a casa, e, a quei tempi, c’era la tipica cabina telefonica all’interno del locale, aveva chiamato la madre per poter farsi comperare il biglietto di ritorno, aveva parlato in inglese, ed aveva destato la curiosità di Nicola che lavorava al banco. I due si sono parlati e… ecco il regalo più grande che l’Italia poteva farle. É stato un colpo di fulmine per entrambi!

Tanto erano coinvolti sin da subito, che Nicola aveva voluto accompagnarla fino ad Amsterdam dove lei avrebbe dovuto prendere il lungo volo per Los Angeles. Nicola era dovuto partire per fare il militare, Rosanna era rientrata in America, ma l’amore era più forte di tutto, così tra viaggi veloci di lei in Italia per incontrarlo, alla fine avevano capito che non potevano vivere separati.

Nel frattempo Rosanna aveva trovato a Los Angeles un ottimo lavoro nella compagnia italiana CIT (compagnia Italiana Turismo), Nicola, finita la leva, l’ha raggiunta e si sono sposati. Con un breve intermezzo di qualche anno in cui la coppia è vissuta in Italia, a causa della malattia della madre di Nicola che lo voleva vicino, entrambi sono poi rientrati a Los Angeles. Ma in Italia continuano ad avere i ricordi più belli, il loro incontro, la nascita dei due figli! Tutti e due italiani!

E adesso con i figli grandi, Rosanna si guarda dentro e alla domanda se si senta più italiana o americana, non ha dubbi. «Sento che il Paese giusto è l’America, un posto dove noi abbiamo avuto molte opportunità di lavoro, di casa, di studio per i figli e di lavoro per loro e per il loro futuro. In Italia non avremmo mai potuto raggiungere tutto ciò, non saremmo mai riusciti nemmeno a comperarci la casa» dice seduta nella bella veranda della sua villetta. «Ma l’Italia è nel cuore, è un posto dove volano i pensieri di felicità, nonostante la mia vita si sia svolta qui io continuo a sentirmi italiana, sento che i valori che mi porto dentro sono soprattutto italiani, la famiglia per esempio, ne ho un concetto completamente diverso da quello americano, è una cosa così importante per me, al di sopra di tutto».

Le sue radici sono in due parti molto lontane tra loro nel mondo, ma ha trovato il bello di ogni luogo e lo ha fatto suo. Lei insieme a Nicola hanno costruito la loro vita riconoscendo i valori l’uno dell’altra. Valori italiani. Non dimentichiamoci quanto vale la nostra Patria anche se non riesce a far crescere i nostri sogni, sicuramente li fa nascere.

Luisa Da Re

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La moda sostenibile di Cora Bellotto – Tra passione ed etica

 

La moda sostenibile di Cora Bellotto – Tra passione ed etica

 

Si è laureata in Fashion & Textile Design alla NABA di Milano, ha conseguito un master in Fashion Design alla Domus Academy ed ha collaborato come designer freelance con vari brand della moda italiana. Lei è Cora Bellotto e le sue collezioni, che portano il suo nome, hanno sfilato in varie passerelle tra Italia, Spagna, Russia e Cina.
Recentemente ha anche partecipato al progetto di scouting The Next Green Talents (ideato nel 2011 da Franca Sozzani e Federico Marchetti), promosso da Yoox – Ynap e Vogue Talents, e da sempre ha deciso di sposare la moda etica e sostenibile, che si può ritrovare nelle sue collezioni.

Abbiamo avuto modo di conoscerla e di chiederle innanzitutto, com’è nata la sua passione per la moda. «Fin da bambina mi piaceva guardare mia nonna cucire. Spesso ci dimentichiamo che fino a due generazioni fa le donne cucivano da sé la maggior parte dei propri vestiti; infatti, mia nonna non era una sarta ma una dottoressa, ciononostante in casa sua c’era la stanza del cucito, che per me era la stanza delle meraviglie, dove ho conosciuto per la prima volta ago e filo.
Anni più tardi, quando ero già al liceo, sono stata alla presentazione finale del corso di sartoria di un’amica, dove ho scoperto che avrei potuto studiare moda. Così, ho fatto il mio primo corso di sartoria mentre ero ancora al liceo e da allora non ho più smesso, questo ad oggi è diventato il mio lavoro».

Certo però, Cora è arrivata a creare una sua linea di moda sostenibile, in particolare grazie ad una figura chiave, un sua insegnante. «Durante il corso di studi alla Naba ho avuto come insegnante Marina Spadafora (oggi coordinatrice di Fashion Revolution Italy), la quale è stata anche relatrice della mia tesi di laurea. Successivamente, con lei ho svolto il mio stage presso Cangiari, brand di moda etica. Da allora ho sempre cercato di orientarmi verso una moda che fosse il più possibile rispettosa dell’ambiente e delle persone, in linea con quelli che sono i miei valori personali.
Nel 2015 ho partecipato al concorso di moda sostenibile Redress Design Award, vincendo il secondo premio con una capsule collection interamente realizzata a partire dall’upcycling di vestiti da sposa di seconda mano e tessuti vintage recuperati dai corredi di matrimonio, con la quale ho sfilato alla Hong Kong Fashion Week nel gennaio del 2016.»

La sostenibilità, l’ecologia e l’etica, Cora Bellotto si augura che il futuro della moda sia green, secondo i valori e il rispetto per la natura. «Ritengo che l’attenzione ai temi sociali e ambientali sia in generale in aumento ed una sempre crescente informazione e trasparenza, possa essere raggiunta anche nella moda, la quale è ad oggi la seconda industria più inquinante al mondo dopo il petrolio. Mi auspico che si possa invertire il trend, ad oggi in crescita, di consumo di abbigliamento usa e getta, in favore di una maggiore qualità e longevità; ridare perciò valore all’artigianato, affinché venga pagato il prezzo giusto e reale di un buon tessuto e di una manifattura di qualità.»

In Italia, fino ad un decennio fa, come ha affermato anche Cora, il concetto di etica era concentrato sulle condizioni di lavoro: «Oggi i fattori da prendere in considerazione sono molti di più e tutte le alternative vanno valutate di caso in caso, in quanto non esiste una sola ricetta per “fare moda sostenibile” che vada bene sempre; da questo punto di vista mi arricchisce molto poter parlare di questi temi direttamente con artigiani e artisti del tessuto, tra cui Agostina Zwilling, artista del feltro e perenne fonte d’ispirazione.

Da qui l’ispirazione per creare un proprio brand di moda. «Dopo il Redress Design Award ho deciso di fondare il marchio che porta il mio nome, continuando a recuperare tessuti vintage, ma aggiungendo anche tessuti nuovi, organici e sostenibili. Le difficoltà sono state e continuano ad essere molte, dovute principalmente ai tempi e ai costi di una produzione su piccola scala all’interno di un settore che ancora ragiona e funziona nella direzione opposta».

Opposto va il mondo, anche quello digitale, che come ci ha confessato Cora, non ama molto, ma capisce che è importante. «Se da un lato vorrei poterne fare a meno, dall’altro rappresenta un importante canale per la scoperta e la conoscenza di realtà nuove e differenti, per creare sinergie e collaborazioni o anche solo per l’ispirazione creativa. Se è vero che è triste ed alienante quando le relazioni si spostano dal reale al virtuale, d’altro canto è magico e meraviglioso quando le cose e le persone dal mondo virtuale possono materializzarsi nel reale.»

Concludiamo questa stimolante intervista con la classica domanda: cosa rappresenta per Cora Bellotto il More nella vita e nel lavoro? «Il valore aggiunto, il “More”, per quanto mi riguarda non può che essere la coscienza, la consapevolezza con cui ci muoviamo e interagiamo nel mondo. Si tratta di una continua ricerca, mai data una volta per tutte, di una centratura rispetto ai nostri valori e aspirazioni. É questo lo spirito con cui lavoro alle mie collezioni e che vorrei arrivasse a coloro che acquisteranno e indosseranno i miei abiti».

Alice Bianco

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La La Stories – Storia d’amore e di molte altre cose: Stefania

 

La La Stories – Storia d’amore e di molte altre cose: Stefania

 

Stefania Valentino Buffalo è napoletana, una di quelle donne che con determinazione mista a curiosità, ha deciso di studiare il mondo. Iscrittasi all’Università Orientale di Napoli ha cominciato a viaggiare con il progetto Erasmus, in Inghilterra, Spagna, Olanda… finché la sua vita si è scontrata con quella di John e appena laureata, nel marzo del 1992, si é sposata con lui, volando e cominciando a vivere in America.

Ma torniamo un attimo indietro nel tempo, perché la sua storia ha tanto da raccontarci, soprattutto per l’originalità e l’importanza che riveste il suo percorso.

Prima di laurearsi, Stefania aveva cominciato a lavorare per una compagnia che si chiamava MCI (poi assorbita da Verizon), nel settore marketing militare. Lei con altre tre colleghe coprivano tutta l’Europa e il Medio Oriente promuovendo una carta – long distance calling – per i soldati, che permetteva e facilitava loro nelle chiamate telefoniche a casa, senza dover preoccuparsi di trovare gettoni e cabine telefoniche. Parlarne adesso sembra preistoria, ma non è così lontano quel periodo, vero? Chi se lo ricorda?

La MCI facilitava il contatto tra i militari americani distaccati in Europa e Medio Oriente con le famiglie e i propri cari, e lei, essendo la promotrice di questo nuovo metodo, che si appoggiava a un numero verde nei vari Stati: saliva su portaerei, sottomarini e basi militari americane a spiegarne l’uso,

Un giorno, per pura coincidenza, poichè sarebbe dovuta andare una sua collega (ammalata), è stata destinata alla nave ammiraglia Belknap, a capo della Sesta Flotta della Marina Militare Statunitense, posizionata nel Mediterraneo e, guarda caso, l’ufficiale che aveva svolto la prassi per farla salire a bordo era…John.

Non si può dire che John ci mise tanto ad innamorarsi di Stefania, tant’è che due mesi dopo le chiese la mano! Era stato destinato al Pentagono, doveva quindi rientrare in Patria e non avrebbe permesso per nulla al mondo di separarsi da quella donna che gli aveva rapito il cuore.

Interessante perché, come ogni famiglia italiana, di Napoli poi, ovviamente i tempi di fidanzamento sembravano troppo brevi per lasciare andare Stefania, soprattutto in un Paese così lontano! Ma Lo zio di Stefania, facente funzioni del padre, venuto a mancare, prese John in disparte e gli parlò per più di un’ora prima di darne il consenso.

Quando Stefania chiese a John cosa si erano detti, lui rispose con una flemma quasi inglese : non ho idea, non ho capito nulla!
Ma permesso accordato, si sposarono e traferirono a Washington D.C.!


Due culture e tradizioni così diverse, hanno iniziato a lavorare assieme per conoscersi meglio e il risultato é stato un ottimo matrimonio e quattro fantastici figli!!
Sarebb
e troppo semplice però, se fosse finita qui.

Stefania é speciale. In Italia aveva avuto esperienze lavorative anche nella prevenzione, aveva fatto consulenza alla Rai, soprattutto Rai Education, con Giovanni Minoli, e per la Confcommercio era preposta alla sicurezza sul lavoro, compito che viene svolto in accordo con enti quali Inail e Inps.

In Europa abbiamo una sistema di prevenzione che é controllato dalla Unione Europea, devono essere sempre rispettati dei canoni precisi a scapito di penalizzazioni, cosa che non esiste in America, dove tutto é legato ad altre regole e, diciamolo, lasciato al buon senso delle persone.

Questo Stefania ha portato con sé, una vera innovazione per le assicurazioni, che come ben si sa in Usa hanno il monopolio su molte, troppe attività. Lei ha fatto la gavetta, scalando la strada a colpi di licenze e diplomi, ed è diventata Insurance Agent e Financial Advisor della Farmers.

Il lavoro la appassiona, il suo passato di prevenzione ha portato grande giovamento all’Azienda, finalmente prendendo in considerazione corsi di formazione. Tutto ciò le permette di proteggere meglio i suoi clienti, di vedere al di là, con la conoscenza dovuta all’esperienza, rendendola unica nel suo modo di operare.

E adesso per la prima volta, si sta davvero inserendo la prevenzione, con corsi di formazione, cosa che non era mai successa.
Stefania, una donna che ha seguito un amore, che è cresciuta ed ha portato tanto di sé, della propria passione, del proprio coraggio e valore, oltreoceno, con grande entusiasmo e semplicità.

Non so voi, ma io quanto ascolto queste storie penso sempre che queste donne siano incredibili e che non riuscirò mai ad eguagliare tutto ciò che loro sono riuscite a fare. Ma vorrei condividere con voi la fase successiva a questi pensieri, purtroppo, quasi tipicamente femminili.

Siamo tutte speciali, siamo delle guerriere, siamo grate a quello che ci riserva la vita e alla possibilità di conoscere le storie di altre donne che condividono con noi una parte importante di loro stesse.
Questa è la ricchezza più grande. Grazie Stefania!

Luisa Da Re

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Paperoowl di Stefania – In Calle Longa a Venezia, c’è il mondo incantato della carta

 

Paperoowl di Stefania – In Calle Longa a Venezia, c’è il mondo incantato della carta

 

Lontano dalle classiche calli di Venezia, affollate di quel turismo di massa che poco piace ai veneziani, in Calle Longa, tra Campo San Cassiano e Campo Santa Maria Mater Domini, è impossibile non rimanere affascinati dalla vetrina di Paperoowl di Stefania Giannici e farci un salto dentro. Ed è lì che ha inizio un viaggio d’incanto in questo mondo di carta, passione ed amore. A farci da cicerone, direttamente lei, Stefania.

Ed è proprio questa passione che Stefania ha deciso di trasformare in un lavoro a tempo pieno, ha fatto diversi lavori (tra teatro e il lavoro in un’agenzia di viaggi e molto altro) prima di capire che doveva seguire la sua strada, doveva lavorare da sola ed aprirsi qualcosa di suo.

Dopo tre mesi circa, quasi per una fatalità, Stefania riesce a trovare questo piccolo negozietto e decide di buttarsi, di aprire le porte del suo mondo di carta. Quello che poi si è rivelato un bel posticino, lontano dal turismo di massa, che riesce a far passare di qui, sia veneziani che turisti, quelli che ci tengono all’arte, alla creatività, che vogliono saperne di più, conoscere questo mondo.

Stefania si rivolge a chi ha voglia di imparare, però deve instaurarsi un certo feeling tra lei e queste persone. Da alcuni anni per esempio, insegna ad una bambina e con lei si trovo molto bene.

E nella patria della carta, è immancabile una parete dove se ne possono vedere ed acquistare di vario genere. Provengono sia dal Giappone che dal Nepal: una si chiama chiyogami, è una carta giapponese prodotta in una località e stampata a Kyoto, con fibre di kozo (una pianta della famiglia del gelso), poi la katazome, fatta a mano con kozo e poi con una tecnica serigrafica ed infine la carta nepalese (lokta), tinta in fibra. Quest’ultima può essere usata per gli origami, ma solo da persone esperte, perché richiede esperienza, ma che può dare risultati più espressivi, visto che il tipo di pieghe risultano meno nette.

Paperwool è una bellezza per gli occhi sul profilo Instagram, ma è avvolgente l’atmosfera del negozio fisico, quella che riesce a trasmettere la stessa Stefania. C’è esotismo, c’è amore per l’arte, la creatività, un senso di eleganza e si nota subito la qualità del Made in Italy artigiano.

Per Stefania il More, per quanto riguarda il suo lavoro, è il contatto che ha con il pubblico. Il valore aggiunto che trasmette ai clienti è la personalizzazione ed ama poter dare sia a sé stessa che ai clienti, la conoscenza e l’approfondimento. Nella sua vita personale invece, il More è rappresentato dalla possibilità di scegliere con chi lavorare e darsi i suoi tempi di maturazione.

Una trentenne dalle idee chiare Stefania, un’altra dimostrazione di come una passione possa diventare un lavoro e che riuscire a trasmetterlo è importante, anche sui social network, per invitare ed avvicinare offline, chi già ti conosce per le tue bellissime creazioni online.

Alice Bianco

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Marta Raimo “Origamate” – Origami, social media e tanta simpatia

 

Marta Raimo “Origamate”– Origami, social media e tanta simpatia

 

Galeotto fu proprio Instagram ed è lì d’altronde che stanno le menti più creative e gli artigiani! Tramite questo social network noi di WearMore abbiamo conosciuto Marta Raimo, (la trovate con il nickname Origamate), una trentenne di origini umbre, laureata in Beni Culturali, trapiantatasi a Milano per studio e lavoro, che ha fatto degli origami la sua passione.

«Tutto è nato per caso, quando, circa cinque anni fa, il mio fidanzato mi regalò un pacchetto di carta da origami dicendomi “Perché non ti cimenti con una tecnica nuova?” Inizialmente, nonostante la  passione per la carta mi accompagni fin da quando sono bambina, devo ammettere che ero un po’ scettica, non avevo mai preso in considerazione gli origami e, l’arte di piegare la carta, mi sembrava complicata e lontana da me.»

Ovviamente Marta si sbagliava. «Tra me e gli origami è scattata una vera e propria scintilla. Fin da subito ho condiviso le foto dei primi modelli sui social, ma ho iniziato a farlo con più assiduità solo da un paio di anni, quando ho deciso di creare anche un sito completo di blog dedicato proprio ai miei origami.»

Marta però, non solo è creatrice di origami, la sua professione principale è quella di Social Media Manager freelance. «Il mio percorso lavorativo è cominciato circa 7 anni fa in una piccola redazione online milanese. Quando da Perugia mi sono trasferita a Milano e ho cominciato a cercare lavoro, mi sono imbattuta nell’annuncio di questa piccola redazione online: avevano bisogno di qualcuno che si occupasse della sezione cultura, arte e spettacolo e così ho pensato che avrei potuto coniugare il mio interesse per queste tematiche con la mia passione per la scrittura. Così è iniziato il mio percorso da Web Content Editor. Negli anni ho lavorato presso diverse agenzie di comunicazione consolidando ed arricchendo le mie conoscenze. Poi, l’anno scorso ho deciso di aprire la Partita Iva, una scelta che mi ha permesso di dedicare anche più tempo agli origami e che mi sta regalando diverse soddisfazioni. Naturalmente, ci sono anche i contro. Per quanto mi riguarda, soprattutto all’inizio, non è stato facile organizzare il tempo e il lavoro in modo che tutto quadrasse.»

Ci sono giorni in cui Marta non tocca foglio, altri in cui le capita di fare prove o esperimenti, che le portano via diverse ore o altri in cui deve preparare gli ordini che arrivano dal suo negozio Etsy.

Origamate è molto affezionata ai suoi lavori con la carta, in particolare: «Ho un legame speciale con i primi modelli, soprattutto quelli imperfetti, perché sono la prova tangibile del mio impegno, del mio percorso e dell’evoluzione che c’è stata in cinque anni. Alcuni li conservo ancora, li guardo con tenerezza e penso che siano venuti davvero maluccio, ma non mi sognerei mai di buttarli, al massimo li porto dai miei genitori.»

Se dovesse paragonarsi ad un suo lavoro, Marta sceglierebbe un fiore: «All’apparenza delicato ma molto resistente (è di carta, non appassirà mai).»

A chi come lei vuole scoprire questo mondo incantato degli origami, Marta consiglia di lanciarsi subito: «Quando tengo dei workshop, molte persone sono timorose perché pensano che ci voglia una pazienza infinita e che sia molto difficile, salvo poi ricredersi alla fine del laboratorio. Certo, all’inizio può non risultare così facile ma poi rendersi conto di essere riusciti a creare una gru, un cuore, un gattino, un fiore da un semplice quadratino di carta, ripaga dell’impegno e della pazienza. Facendo pratica diventa tutto più facile.»

Instagram è il social dove Origamate esprime maggiormente la sua creatività, le abbiamo chiesto quindi, di svelarci la chiave per il successo di un account come il suo: «Per designer, artigiani e coloro che si occupano di creazioni, consiglio di avere: coerenza, costanza e pianificazione. Lo ripeto spesso anche negli articoli del mio blog: per far crescere il proprio profilo Instagram è fondamentale non solo essere costanti con la pubblicazione dei post, ma creare contenuti di valore, che abbiano anche una coerenza visiva. Un feed ordinato aiuta a far emergere i nostri punti di forza e a valorizzare i nostri prodotti. In questo caso può essere molto utile creare un piano editoriale, che possa aiutarci a mantenere un ritmo di pubblicazione costante.»

Rimanendo in ambito social media e web, le abbiamo chiesto quanto sia importante fare rete, soprattutto tra donne. «Penso che quando si è liberi professionisti fare rete sia molto importante, soprattutto tra donne. Spesso si creano legami non solo professionali, ma anche umani molto interessanti e arricchenti.»

Infine, come di consuetudine, le abbiamo chiesto cosa potesse rappresentare per lei il ”More” nella vita e nel lavoro e presto detto: «Penso l’entusiasmo. Senza entusiasmo non può esserci motivazione, che è quella che mi fa andare avanti e mi spinge a migliorare sempre più. Questo vale sia per gli origami che per il mio lavoro.»

Alice Bianco

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Tiziana Claudia Aranzulla – «Il corpo è un’opera d’arte», la cardiologa tra le 10 più famose al mondo, è italiana

 

Tiziana Claudia Aranzulla – «Il corpo è un’opera d’arte», la cardiologa tra le 10 più famose al mondo, è italiana

 

Per la serie, Febbraio mese dell’amore e del cuore, la seconda donna stra(ordinaria) intervistata da noi di WearMore è Tiziana Claudia Aranzulla, una delle cardiologhe più famose al mondo.
Lavora all’ospedale Mauriziano di Torino ed alcuni mesi fa è stata selezionata tra le dieci migliori cardiologhe interventiste (a livello internazionale), durante il convegno internazionale Complex Cardiovascular Catheter Therapeutic, svoltosi in Florida.

Tra i numerosi impegni, perché leggendo capirete quanta passione, amore e sacrificio c’è nel lavoro della dottoressa Tiziana Aranzulla, siamo riusciti a farle alcune domande, per capire meglio cosa consiste il suo lavoro, le sue scelte di vita, poter ispirare chi vuol intraprendere la sua strada e chi vuole fare della propria passione, un lavoro.

Esempio di coronarie ”ricciole”

Entrando immediatamente nel merito dell’importante riconoscimento ottenuto oltreoceano (è stata premiata per aver dedicato uno studio particolare sulle tortuosità coronariche nelle donne), abbiamo scoperto di cosa si occupa principalmente. «Le coronarie “ricciole”, tipicamente (anche se non esclusivamente) femminili, mi hanno colpito iconograficamente sin dalle fasi iniziali della mia formazione. La Medicina ha sempre connotazioni artistiche. Il corpo umano, con i suoi perfetti equilibri, è un’opera d’arte. Quando con la pratica clinica ho approfondito i possibili “capricci” delle coronarie tortuose, associati ad altre complessità tipicamente femminili (coronarie più piccole, più calcifiche, più fragili) ho voluto condividere quanto imparato negli anni e le strategie per fronteggiare, prevenire e prevedere tutti i possibili ostacoli.»

Certo, Tiziana ha dovuto fare però dei sacrifici, per poter raggiungere i risultati attuali. «La mia natura entusiasta mi ha reso sempre leggere le rinunce, anche se ne ho sempre avuto piena consapevolezza. Ma ha prevalso la mia linea guida: se vuoi fare bene qualcosa, ti devi dedicare davvero a farlo, senza pensare a cosa stai potenzialmente perdendo. Scegliere è la più grande risorsa che abbiamo, e dipende solo da noi. La tentazione di guardarsi indietro e vedere quello che si è lasciato è sempre fallimentare, perché in ogni caso si perde qualcosa. L’unico vero obiettivo è focalizzarsi sull’Amore per chi ne è meritevole, per se stessi e per quello che si sta facendo, che si è scelto di fare o a volte che ci ha scelto per farlo

Essere donna nel suo campo, non è stato e non è ancora una passeggiata. «La cardiologia interventistica è un campo tradizionalmente e culturalmente maschile. Per i carichi di lavoro, la necessità di dedizione, l’impegno fisico e mentale richiesto. Come in tutti i campi “maschili” la donna che fa una scelta lavorativa così totalizzante può essere vista come un’anomalia. In più vi è l’esposizione radiologica che impone l’assenza dalla sala di emodinamica in caso di gravidanza e allattamento. Le cose stanno cambiando, c’è ancora tantissimo da fare, ma cambieranno sempre di più. E’ già molto interessante vedere tra le giovani interventiste donne belle e determinate, a dispetto di vecchi cliché.».

Ed è proprio alle ragazze che Tiziana Claudia Aranzulla consiglia di: «In primis, non cadere nei vari sabotaggi. Non esiste un ruolo di “genere”: esistono le qualità personali, il talento e la dedizione. E sono egualmente distribuite tra uomini e donne. Il resto sono chiacchiere di fondo, sempre inutili e spesso distruttive. Bisogna sempre valutare il consiglio non richiesto e se si appura che la fonte non è valida, eliminarla. È un cammino costante, e impegnativo. Non ci sono deroghe o sconti. Ma va fatto. È un cammino anche a livello energetico, dove il rispetto per se stesse deve essere sempre al primo posto

La sua vita e il suo lavoro coincidono, per cui lei in sostanza, non li chiama nemmeno sacrifici, ma nutre comunque dei desideri! «Mi piacerebbe aver più tempo per le amiche, per la cura di me, per esplorare le bellezze della vita e tutto ciò che gli esseri umani sono riusciti a fare… Ho mille progetti, ma sempre poco tempo… Se potessi, vorrei che la mia giornata durasse 50 ore! Ma per avere risultati bisogna puntare all’essenziale e questo impone sempre una disciplina.»

Concludiamo questa intervista piena di spunti umani interessanti, chiedendo alla nostra protagonista cosa per lei nella vita e nel lavoro, rappresenta il ”More”. «Se la risposta fosse solo una, il mio “More” sarebbe la Forza. Alimentata da passione, entusiasmo, positività e dalla Fede, grande Maestra. Lo sguardo sempre alto, che si sforza di vedere oltre.»

Alice Bianco

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Camilla Mendini e il suo Amorilla – L’italiana a New York che si batte per la moda sostenibile

 

Camilla Mendini e il suo Amorilla – L’italiana a New York che si batte per la moda sostenibile

 

Per parlare di una delle donne straordinarie di questo mese, ci siamo trasferite a New York. È lì che attualmente risiede Camilla Mendini, veneta doc (di Verona), classe 1986, mamma di due bambini piccoli, graphic designer, ma soprattutto (dal marzo 2018), fashion designer, che ha fondato proprio a pochi passi dalla Grande Mela il suo brand di moda sostenibile, Amorilla.

A New York è appena risalita la temperatura, dopo il gelo delle ultime settimane, Camilla (conosciuta sul canale Youtube e su Instagram con il nickname Carotilla) accusa i primi effetti dello sbalzo termico, ma si appresta a raccontarci di lei.
Per prima cosa le abbiamo chiesto com’è nata l’idea di fondare Amorilla. «Io fino al 2015 ero una persona totalmente anti-moda, preferivo vestire con abiti vintage e altri vestiti che trovavo, ma mi preoccupavo poco. Poi quell’anno è uscito The True Cost, il documentario che svelava i retroscena della moda ed è scoppiata lì la mia voglia di impegnarmi a creare qualcosa che avesse a che fare con la sostenibilità e l’etica della moda.»

Prima di dar vita ad Amorilla però, Camilla, trasferitasi in America per seguire il marito, non ha passato un bel primo anno, lavorativamente parlando. «Sono rimasta ferma per i miei figli, perché non riuscivo a lavorare e a trovare proprio un posto che mi permettesse anche di stare accanto a loro e crescerli. Poi ho iniziato a collaborare con qualche agenzia qui a New York, per alcuni lavori di grafica, finché non ho capito e mi sentivo, che dovevo fare qualcosa di mio.»
Amorilla è nata così. «Non mi interessava di per sé di parlare di moda, ma mi sono buttata, del resto sono sempre stata una freelance, per cui non mi spaventava questo progetto, anzi!»

Con i suoi capi, Camilla ha iniziato a parlare e trasmettere il suo messaggio di sostenibilità e puntando sullo storytelling, ha creato quello che lei chiama ”contenitore di storie d’amore”: Amorilla.
Il brand si propone infatti di riscoprire le tradizioni tessili legate ad un Paese ogni volta diverso (ai tessuti e ai vestiti), riprenderle per creare delle mini collezioni da donna, in maniera totalmente etica e sostenibile.
La sua prima collezione (SS 2018/19) è nata in India, nel Rajasthan. È stata realizzata da sarti e artigiani locali: è stata ripresa un’antica tecnica di stampa con blocchi di legno intagliati a mano ed è stato utilizzata su cotone biologico Indiano, il Khadi, che Gandhi aveva eletto simbolo dell’indipendenza economica.
La seconda ”storia d’amore” (AW2018/19) ha invece il sapore dell’Italia: partendo dalla stoffa, filata nel Comasco mischiando fibre naturali di canapa e di lana di Yak, si è ottenuto un tessuto di lusso, molto morbido ma allo stesso resistente, ipoallergenico e altamente sostenibile. I capi sono poi stati realizzati a mano e a macchina da sarte nel Veronese.

Amorilla è prevalentemente formata quindi da capsule (collezioni con pochi capi): «Si, ho deciso di realizzarne pochi, perché i miei abiti sono di lusso, durevoli e si possono abbinare in vario modo. Chi li acquista deve sapere che costano, ma perché stanno facendo un investimento e potranno indossarli per molti anni.»
A tal proposito (consiglio nostro di WearMore) se iniziate o già seguite Camilla su Instagram, nelle sue stories, quasi ogni giorno vi dà dei consigli su come indossare i capi delle sue collezioni, abbinamenti sfiziosi e colorati.

Da fashion designer qual è diventata, le abbiamo chiesto se avesse qualche consiglio da dare ai giovani designer come lei: «Lo vorrei anch’io qualche consiglio in verità! Credo comunque in base anche alla mia esperienza, che l’importante sia essere sempre coerenti. Avere uno stile chiaro, definito e un obiettivo a cui puntare in ogni collezione, ed ovviamente differenziate il vostro prodotto.»

Proprio di distinzione e valore aggiunto le abbiamo chiesto infine, proponendone la domanda di rito: cos’è per te il More nella vita e nel lavoro. «Una domanda non proprio facile! Forse però, continuo a ripetermi, è la coerenza. Come madre, donna ed imprenditrice cerco di portare avanti la mia ”battaglia” per la sostenibilità e l’etica, elementi fondanti, che fanno parte di me e di come sono.»

Alice Bianco

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La La Stories – Annalisa: un cuore da donare ogni giorno

 

La La Stories – Annalisa: un cuore da donare ogni giorno

 

Alta, mora con gli occhi verdi, Annalisa da fin da subito un’immagine di donna forte, ma fragile, impenetrabile, ma aperta.

Nata in Piemonte, cresciuta appena fuori Milano, interprete di professione, decide di venire a Los Angeles all’età di 26 anni per perfezionare la lingua. Il suo progetto è di rimanere per 9 mesi, giusto il tempo di frequentare una scuola di sceneggiatura. Quello che ci proponiamo spesso non rispecchia quello che ci accade.

Infatti Annalisa incontra il suo futuro marito e i tempi si allungano… studia così altri 9 mesi Commercio Internazionale. Mentre le coincidenze già cominciano ad addensarsi nel suo mondo, viene assunta come Controllore della qualità dei sottotitoli italiani in film e serie televisive.
Scherzando lei mi dice che conosce tutte le puntate di E/R a memoria! E molte altre!

Si sposa, cambia il suo visto con la carta verde e decide di collaborare con il marito che lavora nell’immobiliare, per poterlo seguire in giro per gli Stati Uniti.

Nel 2007 viene assunta da E! Entertainment per gestire il sito italiano di notizie sullo spettacolo, una grande opportunità, quindi cambia. Esattamente prima del crollo immobiliare del 2008, cosa che ha permesso a lei di attutire il danno che il marito nel frattempo cercava di gestire.

Rimane nel campo spettacolo ed intrattenimento fino al 2014, quando inizia a ”sentire” dentro di lei che qualcosa la chiama.

Ricompone la sua vita, rivede le esperienze passate, accetta di guardare in faccia i ben tre tentativi di stupro che ha subito in gioventù, il primo addirittura a 17 anni, nonché l’abuso subito durante l’ultima relazione in Italia, con un uomo che non la lasciava nemmeno uscire in macchina da sola; si guarda attorno Annalisa. Vuole cambiare certo, ma vuole anche dare.

Fonda quindi, nel 2015, un’organizzazione NoProfit, la Lasting Impressions, www.LastingimpressionsCenter.org, per provvedere ed aiutare le vittime di abusi tramite la Arts Therapy. Impressionante vero?

Tuttora lavora come Digital Marketing in una azienda per riuscire a mantenere l’associaizone che comunque vanta finanziamenti sia da persone singole che da altre organizzazioni. Tutto ciò che lei mette a disposizione, strutture e team, sono gratuite.
Ha capito che non può salvare il mondo, ma ha anche capito che deve provarci.

La guardo, così semplice nel raccontare, eppure così ricca di esperienza. E mi sento bene anch’io, perché Annalisa mi fa sentire orgogliosa di essere donna.

Luisa Da Re

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Paola Da Re e le Pasta Sisters: da maestra d’asilo a cuoca per le star di Hollywood

 

Paola Da Re e le Pasta Sisters: da maestra d’asilo a cuoca per le star di Hollywood

 

Il cibo che salva, il successo che arriva. Una delle donne stra(ordinarie) di questo primo mese del 2019, è Paola Da Re, che proprio grazie alla sua passione per la cucina, è riuscita a dare una svolta alla sua vita con le Pasta Sisters e a ricominciare oltreoceano: da maestra d’asilo a cuoca per le star di Hollywood.
Per l’occasione, a raccontarci la sua storia, è intervenuta anche la sorella, Luisa (la nostra autrice delle La La Stories).

Le vicende, che poi hanno portato la famiglia Da Re a trasferirsi negli Stati Uniti, risalgono al 2006, quando Paola decide di fuggire dalla sua Padova e dalle violenze domestiche del compagno con il quale viveva da 16 anni. «Nessuno si era mai accorto di nulla, meno che meno io – afferma Luisa – Paola era venuta a vivere in casa mia dove abitavo con mio figlio e ci siamo difese strenuamente dalle vessazioni dell’ex compagno per tre anni, momento in cui distrutte dalla fatica e dallo stress, ho deciso di scrivere un libro per sollevare l’opinione pubblica sul nostro caso.»

E poi un po’ per bisogno, un per caso, complice anche il destino… si materializza il futuro a migliaia di chilometri di distanza. Luisa Da Re racconta: «Mio figlio aveva vinto una borsa di studio all’università di Santa Barbara in California, io mi sono ricordata che a Los Angeles abitava uno dei miei primi fidanzati, che non vedevo da più di 20 anni, l’ho cercato in Internet, gli ho scritto e… Luciano, il mio attuale marito, mi ha chiamata, era il gennaio 2008 ed abbiamo ripreso i contatti. É venuto a trovarmi a Padova in aprile e ci siamo rivisti, poi a dicembre è arrivato con un anello e una proposta… ho lasciato tutto (il mio lavoro come impiegata in Comune a Padova, la mia casa, mio figlio che si doveva laureare prima di raggiungermi) e sono partita. Mi sono sposata e dopo poco è arrivato mio figlio e poi mia sorella con tutta la sua famiglia.»

Paola Da Re si è trasferita così a Los Angeles con le due figlie e sin da subito si è rimboccata le maniche, ha pensato a cosa sapesse fare ed avendo lavorato per diversi anni come maestra d’asilo, per un periodo ha fatto la babysitter. La sorella ci ha spiegato come poi ha deciso di investirsi in cucina: «Un giorno, in un bar, parlando ci siamo dette: perché non apriamo una rosticceria? Abbiamo pensato a vari nomi e ne é venuto fuori Pasta Sisters. Io l’ho aiutata all’apertura per alcuni mesi, preparando le mie crostate, ma dopo poco non aveva senz’altro piu’ bisogno di me!»

Ed è così che sono nate le Pasta Sisters, che ora vanta due locali: uno a Mid City e l’altro a Culver City (la città degli Studios cinematografici). «Francesco (CEO), Giorgia (Creative Director) e Francesca, la più piccola che si occupa del lavoro d’ufficio. Senza di loro non sarebbe stato possibile arrivare dove siamo. – ci confessa Paola – Ognuno di loro ha apportato e aggiunto grande valore all’attività.»
La ricetta del successo però, è un’altra. « L’ingrediente principale è la professionalità, poi in parti uguali, passione e responsabilità, una quantità adeguata di tenacia e buon senso. Non può mancare l’incoscienza ed un ottimo team work che cresce insieme.»

Entrambe le sorelle, come motto hanno quello di non mollare mai. «Io ne sono la prova vivente. Quando ho iniziato, il mio percorso è stato costellato di “no” e di “il tuo progetto non può funzionare”. Io malgrado tutto ci ho creduto.»
Luisa invece, ha raccontato: «Ho sempre studiato e scritto tantssimo. Ho mandato quindi il mio curriculum ad alcune scuole private ed immediatamente mi ha risposto la Beverly Hills Lingual Institute: cercavano un’insegnante di italiano. Da un giorno all’altro mi sono trovata a dover gestire 8 classi, di adulti, ogni mattina e sera della settimana. Ho lavorato in questo istituto per 5 anni. Poi la richiesta di studenti privati era troppo alta e quindi mi sono dedicata solo all’insegnamento privato, attività che svolgo tutt’ora con grande soddisfazione. Ho studenti che nella maggior parte fanno parte del mondo di Hollywood, produttori, attrici, registi e musicisti.»

Il lavoro e la famiglia rappresentano la vera forza di queste due donne. Per Paola il More è: «Il benessere delle persone. Siamo di fatto un ristorante, serviamo cibo e sorrisi e certamente c’è anche un valore aggiunto nella qualità di quel che prepariamo e serviamo, ma io mi riferisco proprio al benessere dei clienti: vederli soddisfatti e talvolta emozionati é il risultato che amo di più e poi ancora di chi collabora per far funzionare questa attività, e qui mi riallaccio all’importanza del team. Sentire di far parte di una famiglia, sapere che ognuno può contare sugli altri, qui c’è questo senso di appartenenza e condivisione che per me sono cose sacre nella vita come nel lavoro».

Alice Bianco

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