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I’m Every Woman di Liv Strömquist – Noi siamo noi, ma siamo anche tutte

I’m Every Woman di Liv Strömquist – Noi siamo noi, ma siamo anche tutte

Liv Strömquist è una fumettista svedese. ‘‘I’m Every Woman’‘ è un fumetto che ha scritto quando aveva solo 20 anni. Adesso che ne ha 40, Liv afferma che quello è stato il suo lavoro più audace, irriverente, provocatorio.

Femminista fin dalle sue premesse, “I’m Every Woman” è un fumetto che ti sovrasta con la sua durezza senza filtri, con il suo sarcasmo feroce e con la sua ironia sottile. Liv Strömquist è davvero capace di farti ridere a crepapelle ad ogni pagina, ma ti lascia dentro anche un senso di fastidio, un desiderio di rivendicazione.
Ecco che, tra un siparietto e l’altro, narra le vite di donne talentuose che vengono schiacciate tuttavia dall’ego smisurato dei propri mariti. L’autrice confessa che l’idea di questo lavoro sia nato proprio da il famoso detto: “Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna.”

Se apparentemente sembra che le donne abbiano il merito di donare la propria sapienza a qualcuno che diventerà grande, in realtà, questo circolo vizioso fa sì che le donne rimangano nell’ombra. Emergere allora una realtà claustrofobica e soffocante.

Ecco che sentiamo che questi mariti abbiano rubato spazio e talento alle proprie mogli per essere grandi. Ecco che queste donne rimangono confinate in uno spazio ristretto senza essere mai conosciute per quello che sono davvero, ma solo come “la moglie di…”.
Ecco che le vediamo liberarsi da questo atroce destino quando riescono a divorziare o a rimanere vedevo.
Ecco che nasce in noi la volontà e il desiderio di liberarci da quel ruolo di cura, da quella veste che ci hanno cucito addosso e che ci è andata sempre troppo stretta.

I disegni sono abbozzati, sgraziati, disegnati di fretta e furia, perché non è importante l’esecuzione tecnica dello stesso, ma il messaggio.

In copertina vi sono due donne che si guardano, che quasi si baciano. Se inizialmente possono sembrare due donne che si amano, a guardarle meglio notiamo che sono la stessa persona. Allora, appare tutto chiaro: è la stessa donna che finalmente si sta guardando, si riconosce, si ama. Non ha bisogno di uno sguardo esterno per esistere, non ha bisogno del riconoscimento maschile del proprio valore. Lei è lì, è presente, è viva, perché c’è, esiste.
Io sono tutte le donne, ci dice Liv Strömquist, perché tutte noi abbiamo sentito di dover legittimare la nostra esistenza tramite lo sguardo altrui, tramite il riconoscimento esterno; ci siamo tutte fatte piccole per lasciare spazio a qualcun altro.
E invece eravamo sempre qui. Siamo state sempre noi, fin dal principio.


Basta quindi imparare a guardarsi, a guardarci. A capire che noi siamo noi, ma siamo anche tutte.

Ilaria Nessa

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Anna Elena Pepe wearmore la la stories

La La Stories – Anna Elena una trottola vivente

La La Stories – Anna Elena una trottola vivente

Raccontare la storia di Anna Elena è decisamente impegnativo. Anche se quando l’ho incontrata, l’immagine che ho avuto di lei è stata subito di una persona dolce e curiosa, la sua vita sembra una trottola su cui lei è saltata allegramente spargendo in giro nel suo vorticare, manciate di amore.

Da qualche parte dobbiamo cominciare: studia canto e ballo e teatro sin da bambina, liceo a Ferrara e laurea in Biotech a Bologna. Poi la sua vita si sposta a Londra una decina di anni fa, dopo aver vinto una borsa di studio. Viene accettata in un’importante accademia Londinese dove studia recitazione e nel frattempo insegna privatamente scienze e matematica per mantenersi.
A questo punto inizia la sua carriera di attrice, con conseguente Master firmato dalla Royal Academy a dall’International Institute of Performing di Parigi , dove comincia anche a studiare “scrittura creativa” e a realizzare i suoi primi progetti da autrice.

Come conseguenza dei suoi scritti viene selezionata da una competition della Writers Guild e una serie televisiva creata da lei viene scelta da una produzione TV importante. E questo è solo l’inizio. Da quel momento Anna Elena ha vinto premi e sfornato film, corti, webserie e soprattutto storie caratterizzate da forti personaggi femminili non convenzionali, donne fuori dagli schemi perbenisti che srotolano situazioni drammatiche raccontate in chiave di commedia, un connubio unico e, soprattutto, vincente. Con un’immaginazione che ha del geniale.

Nel 2019 avendo notato che a Londra la maggior parte dei provini che effettuava era per produzioni americane Anna Elena si sposta a Los Angeles lavorando tra Londra e la città californiana con sempre maggior passione.

Volete sapere cosa ha fatto questa giovane donna con gli occhi da saggia?
Intanto lavora attivamente in teatro sia in Italia che a Londra, al cinema ha interpretato “Un viaggio di Cento Anni” di Pupi Avati, “I love you” di Richard Blanshard, “The Tuscan Wedding” con Johan Nijenhuis (Netflix). Protagonista delle serie “It’s not you” e “Totò e Daiana”svolge anche lavoro di doppiatrice e speaker.
I nomi per cui ha lavorato fino ad ora?
Vodafone, Disney, Ryanair, Fisher Price, Hasbro, Sony, per dirne alcuni. E come se non bastasse, Anna Elena è anche una coach e gira il mondo tenendo workshop di Leadership al femminile.

Il tutto racchiuso in questo involucro soave, fatto di dolcezza e curiosità, Anna Elena è una persona che da subito, pur senza dirti niente, ti fa capire che esiste quella parte di lei profonda, quell’anima grande che racchiude tutte le parti che lei mostra alla gente, la sua creatività, il suo coraggio, la sua umiltà nel proporsi come persona che sta cercando di seguire le sue passioni, senza incensarsi, ma solo raccontando fatti che qui e là sono apparsi nella sua vita.

Ecco l’immagine che lei ha dato a me: Anna Elena è come un bellissimo giardino verde, dove la sua intelligenza e la sua creatività fanno spuntare fiori coloratissimi, rendendolo variopinto e profumato.

Il profumo della voglia e della capacità di osare, di fare, rendendo la vita di ognuno di noi che le incontra, più allegra e ricca.
E mi saluta, con il suo sguardo che trabocca d’amore per ogni piccola cosa, mi saluta e vola via.

Luisa Da Re

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barbara pollastrini luisa da re los angeles

La La Stories – Barbara Pollastrini, datele del cibo e vi stupirà

La La Stories – Barbara Pollastrini, datele del cibo e vi stupirà

Con il suo impareggiabile sorriso ed energia arriva Barbara, romana di origine! Cominciamo a raccontarla dagli inizi, così differenti da quello che poi è diventata!

Studi in ragioneria, una vita tranquilla, da sempre Barbara era legatissima alla madre, che aiutava fin da piccola in cucina, incuriosita da tutte quelle ricette, da quel calibrare i sapori, come avrebbe fatto un chimico, nella preparazione dei buonissimi piatti di cui sua madre era maestra. E quello che la bambina pensava mentre infilava le manine nella pasta era “da grande voglio fare questo”.

Un desiderio che poi passò attraverso la malattia della madre, che nella sofferenza aveva espresso la voglia di mangiare cibo francese.
Si, proprio francese! Così, Barbara, per darle quell’ultimo dono, si iscrisse, dopo ricerche e richieste, alla famosa scuola del Cordon Bleu, e ogni giorno riuscì a sfornare un dono per la madre, il cibo francese che lei agognava.

Tutto ciò, portò Barbara a prendere un meritato diploma, con relativo lavoro immediatamente dopo. Addio ragioneria o altre cose, la sua strada era stata disegnata! Diventò insegnante di cucina, proprio per questo poi conseguì un altro diploma a Milano. Si ritrovò ad insegnare a gruppi di ”studenti” che venivano dal Giappone o da altre parti del mondo.
Poi però la madre mancò e Barbara decise di cominciare ad insegnare, forse per ritrovare le radici di quell’amore per il cibo che proprio là nacque.

Dopo poco aprì una ditta di catering a Casalpalocco e venne richiesta come chef privato. A quel punto le capitò l’opportunità di trasferirsi negli Stati Uniti e Barbara sempre pronta a mettersi in gioco partì senza pensarci sopra due volte, perchè un altro suo sogno era diventare una ”Food Stylist” e lavorare ad Hollywood. Che lavoro è? L’arte di preparare i piatti che vengono ripresi dalla camera, giusti per i set cinematografici, creare effetti, giochi di luce. Arrivata a Los Angeles cominciò a guardarsi attorno e rispose semplicemente ad un annuncio in cui cercavano una assistente di un importante Food Stylist.
Entrò in questo gruppo di lavoro con umiltà, senza dire che era una professionista, assistendo gli altri chef in tutte le loro necessità.

Un giorno eccola la sua occasione! Uno degli chef si ammalò e il boss le chiese se poteva sostituirlo. Ovvio che rimasero sorpresi di trovarsi di fronte una tale professionista!

Da lì cominciò una vera e propria carriera, il passo era stato brevissimo e Barbara si trovò catapultata a lavorare come Food Stylist in film come ”Star Trek”. Diventò subito richiestissima e a quel debutto si aggiunsero molti altri film di successo: ”The Hunger games”, ”He’s not just that into you”, la serie dei Muppets, ”Luck” una serie televisiva con Dustin Hoffman, e altri ancora.

Ad un certo punto ci fu un’interruzione importante nella sua vita, che mise a dura prova Barbara e la costrinse a dirigere tutta la sua energia per uscire da quel problema di salute che la colse impreparata. Proprio per questo decise di rientrare in Italia, dove però rimase solo 7 mesi, perché, nonostante avesse credenziali decisamente importanti, non riuscì a trovare lavoro.

Appena decise di rientrare in Usa, ecco che le arrivò una richiesta per un lavoro come executive chef in Tennessee, un ristorante che non stava andando molto bene e che, conoscendo la sua reputazione, la voleva per risollevarne le sorti. Ed infatti, in poco meno di due anni, il posto decollà, dandole incredibili soddisfazioni.

Era arrivato per lei il momento di tornare a Los Angeles, dove ricominciò a fare la chef privata per le famiglie ricchissime, finché, anche in questa occasione le venne offerto un posto come executive chef in un ristorante dove lavora attualmente ed è anche socia.

Bisogna aggiungere, e lei lo dice con orgoglio, che nel frattempo è diventata ”Ambasciatrice del gusto’‘, nominata dall’associazione omonima di Milano, un riconoscimento importante per la sua carriera! Nonostante la storia che da sola potrebbe bastare per riempire più vite, Barbara ha ancora sogni nel cassetto: aprire un ristorante tutto suo, scrivere libri di cucina e, ciliegina sulla torta, un cooking shop!

Conoscendoti Barbara, basta aspettare un paio d’anni!

Luisa Da Re

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La La Stories – Maria: dalle stelle alle… montagne

Maria: dalle stelle alle… montagne

Maria nasce a Pisa 67 anni fa, e si nota fin da subito che è appassionata della montagna e che adora soprattutto l’inverno, la natura, l’aria aperta. Ma essendo figlia di due professori universitari viene subito incanalata in una vita di studi. Infatti studia ingegneria informatica e in America, oltre a laurearsi, prende numerose specializzazioni in ingegneria aerospaziale.

Appena concluso il corso di studi, Maria viene richiesta in sede alla Motorola a Boston, dove studia i primi telefoni e lavora per questa ditta alcuni anni. Sempre in questa città, che Maria non ama particolarmente, conosce quello che diventerà suo marito, un musicista che cerca di fare carriera all’interno di una band.

Si sposta quindi a Pasadena insieme al marito… marito che però non essendo riuscito a farsi strada nel mondo della musica vedeva le distanze tra le loro due vite sempre più abissali. Tanto che il matrimonio si sgretola e ben presto Maria prosegue da sola la sua ricerca come scienziata italiana alla NASA, lavorando con collaboratori di eccezione.

Tornando all’inizio di questa storia, torniamo alla passione segreta di Maria, la natura, correre, sciare, nuotare. Cosa succede ad un certo punto? maria la la stories luisa da reSuccede che dopo pochi anni Maria si stanca, vivere chiusa in questi uffici blindati, controllata, in cui tutto si misura a numeri, calcoli e algoritmi la sta saturando. Ha bisogno di tornare a contatto con il mondo.

Di punto in bianco si sveglia una mattina e prende una decisione che ha dell’incredibile: si licenzia e parte per il Big Bear, una località di montagna a nord di Los Angeles, dove ha saputo che cercano una insegnante di sci. Arriva con una sola valigia, si adatta a vivere in un bungalow e comincia la sua vita.
Scusate, la sua seconda vita, quella che avrebbe sempre voluto fare. Un bel calcio a tutti gli studi fatti, alla possibile gloria, ad uno stipendio degno di nota, per la sua montagna, per le valli, per il vento che le accarezza il viso mentre corre, per l’amore per l’aria aperta.

Da 20 anni Maria vive in montagna, alle pendici del Big Bear, insegna sci d’inverno, guida il gatto delle nevi per spianare le piste, tiene aperti gli impianti di risalita, e insegna sci d’acqua d’estate, canoa, a guidare un motoscafo nel lago d’estate, sistema le spiaggette, organizza gite e hiking nei sentieri.

Vive di poco, si nutre della fantastica vista delle sue amate montagne, ha sempre il sorriso sulle labbra ed è felice. Lo spazio è un ricordo lontano, ha tantissimi amici, adora l’Italia e ci ritorna almeno due volte l’anno.

Difficile cambiare vita? Sembra di no, basta avere una passione che ci guida, saper capire cosa ci rende sereni e non lasciarci trascinare da lavori che danno molto in termini di denaro, ma poco in calore e umanità.

La sua missione era mandare una sonda sofisticata su Giove, ma la sua vita è volteggiare sulla neve sulle montagne terrestri. Sorge spontanea una domanda: se succedesse una cosa simile a voi, riuscireste a seguire il vostro cuore?

Luisa Da Re

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La La Stories – Michela, che vorrebbe unire il bello di ogni posto per creare un Paese magico

Michela, che vorrebbe unire il bello di ogni posto per creare un Paese magico

Sono nata nella ridente Oderzo, in provincia di Treviso; ho studiato Scienze Statistiche ed Economiche a Padova, e prima ancora di finire gli studi mi era venuto il pallino di vivere e lavorare all’estero, quindi mi sono data da fare cercando opportunità (borse di studio, tirocini) che, sia durante che dopo la laurea, mi avrebbero portata in Slovacchia, Spagna, Stati Uniti e Inghilterra.

Negli Stati Uniti (Detroit, per la precisione) conobbi il mio futuro ex marito, che viveva in Australia e lavorava per la stessa ditta. Al nostro primo appuntamento siamo andati a vedere le cascate del Niagara, a qualche ora di strada. Dopo un annetto e mezzo di relazione a lunga distanza, e diversi viaggi assieme, con grande disperazione di mia mamma mi trasferii a Melbourne per stare con lui. L’Australia rappresentava un’avventura a cui non potevo resistere, anche se i primi tempi non furono facili – all’improvviso ero molto lontana da tutto ciò che mi era familiare, molto più di quanto non lo fossi stata prima. Trovare un lavoro mi aiutò a crearmi un mio giro di amicizie, ridando un certo equilibrio alla mia vita. Dopo circa un anno ci sposammo, una cerimonia ”alternativa” a bordo di un tram, che simboleggiava i vari viaggi fatti assieme – passati e futuri.

Dopo quanche anno al mio ex arrivò l’offerta di un trasferimento in California – cosa che accettammo perché per lui rappresentava una buona opportunità e per me un riavvicinamento all’emisfero settentrionale; seppur ancora lontana sarei stata un po’; più vicina all’Italia. La cosa buffa fu che, una volta arrivati in California, all’inizio mi mancava l’Australia, mentre quando mi ero trasferita in Australia mi mancava l’Italia.
Dopo un mese ci raggiunse la nostra cagnetta Spina, che una volta arrivata soffrì per qualche giorno il cambio di fuso orario… ci svegliava alle 4 di notte per giocare. Iniziava così una nuova avventura, con tanti nuovi luoghi da esplorare assieme; un’avventura che stavolta avremmo vissuto entrambi da espatriati, e che purtroppo si sarebbe conclusa con una dolorosa separazione. Come disse John Lennon, la vita è quello che ti succede quando sei impegnato a fare altri piani. E come dissero i Queen, ”the show must go on”, non si ha altra scelta che andare avanti. Sono grata di aver avuto accanto a me tanti amici che mi hanno aiutata a ricominciare e sono stati presenti quando ne avevo bisogno.”.

Ci sono stati vari cambiamenti da affrontare… traslochi, l’ennesimo cambiamento di lavoro, stavolta non perché mi trasferivo in un altro Paese ma perché a causa della separazione il mio visto sarebbe scaduto e mi serviva una sponsorizzazione. Grazie alle mie qualifiche ed esperienze come ”data scientist”; non mi fu difficile trovare una ditta che mi avrebbe sponsorizzata per la carta verde. Ormai lavoro da diversi anni per questa ditta, non perché ne sia tanto entusiasta, anzi… dovrei probabilmente cercare un nuovo lavoro, ma qualcosa mi frena. Penso che sia dovuto al fatto che finalmente dopo tanto tempo non ”devo” per forza cambiare qualcosa nella mia vita.

A distanza di diversi anni dal divorzio mi considero finalmente felicemente ”single” e anche un po’ orgogliosa di me stessa. Voglio continuare ad esplorare il mondo e viaggio spesso da sola, o con chi vuole accompagnarmi. Ho avuto esperienze indimenticabili, come quella di aver fatto volontariato in Cambogia o aver visitato le isole Galapagos. Ho vari buoni amici su cui posso contare, che mi sono stati vicini e continuano ad esserlo; apprezzo infinitamente la mia libertà e il fatto di non dover rendere conto a nessuno.

Quando non lavoro, o non viaggio, mi piace cucinare… ultimamente ho la passione per la pasta fatta in casa, faccio il limoncello, sperimento piatti nuovi … un mio amico ha detto che io faccio lo ‘yoga culinario’, mi rilasso così, per la gioia degli amici che poi inviterò a cena. Altrimenti amo fare camminate, esplorare parti di questa immensa città che ancora non ho visto, andare a concerti, imparare i passi di un nuovo ballo, farmi qualche corsetta in bici, o esplorare un nuovo museo con amici. Faccio parte di un circolo internazionale e ci troviamo spesso per un drink e quattro chiacchiere, così come gruppi sociali italiani per non perdere il contatto con la mia lingua e cultura.

Che dire? Non so cosa riservi il futuro o cosa farò “da grande” non so se vivrò sempre a Los Angeles, o negli USA. Mai dire mai, chiaro, ma per quanto sia una bella città, e la vita sia più facile qui sotto tanti aspetti, c’è una componente di umanità che sotto sotto sento che manca.
Sarà perché tutti sono sempre impegnati a far qualcosa, visto che giustamente le opportunità qui non mancano, sarà perché è sempre tutta una corsa e chi si ferma è perduto, ma spesso socializzare diventa un impegno in più che richiede organizzazione e perde spontaneità. Sarà perché il sistema sanitario e di assistenza sociale ha talmente tanti problemi, e non mi dilungo perché ci sarebbe da scriverne interi capitoli, sarà perché la vita qui costa, e tanto. Sarà perché faccio volontariato con i senzatetto, e ogni anno vedo che la situazione peggiora.
Chiaramente il Paese ideale non esiste, e ci sono tantissime cose che non vanno in Italia. In Australia si sta tutto sommato molto bene, ma è così lontana… vorrei tanto poter mettere assieme il meglio di ogni Paese in cui ho vissuto, con al massimo diciamo 5 ore di viaggio per raggiungere la mia famiglia.
Ci penserò, nel frattempo sono qui, non ci sto male ve lo assicuro, sono solo un’inguaribile cinica che non vede l’ora di essere smentita dai fatti.

Michela

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Silvia Sanna intervista wearmore

Silvia Sanna: una vita tra il calcio e lo storytelling

Silvia Sanna: una vita tra il calcio e lo storytelling

Infanzia passata, in quel di Sassari, a giocare a pallone nei campi di cemento, a giocare quel calcio che non ha mai dimenticato, che l’ha fatta diventare l’unica donna nella nazionale italiana scrittori. Sì perché Silvia Sanna è un vulcano ed oltre ad avere la passione per quella palla che rotola, è anche maestra di sostegno alla Scuola Primaria, docente di laboratori di editoria e scrittura creativa, nonché storyteller e autrice sia di romanzi che di reportage.

Una donna che ha vissuto un mese in una tendopoli a L’Aquila e per quasi un anno, sull’isola dell’Asinara in una galera abbandonata e occupata da operai cassintegrati con le loro famiglie. Una donna che, se così non dovesse bastare, è partita per la Palestina, lasciando in quel luogo cuore e testa. Una donna che, come si legge nel suo blog, “da grande, cioè verso i 110 anni, vorrei fare la fotoreporter, la libraia, la bibliotecaria e la guida turistica”.

Una donna così, non potevamo mica perdere l’occasione di intervistarla, per entrare nel suo mondo fatto di ironia e intelligenza.

Com’è nata la passione per la scrittura e per lo storytelling?

Ho sempre scritto, fin da bambina: poesie, canzoni, diari, qualunque cosa su qualunque superficie scrivibile. Se avessi potuto, avrei scritto sulle camicie bianche dei passanti. Scrivevo molto, ma raramente facevo leggere agli altri i miei scritti per una forma di pudore e imbarazzo: perché vivevo la scrittura come un atto intimo. Poi la necessità di raccontare storie che potessero e dovessero essere lette, ha preso il sopravvento: ho pensato che dar voce alle persone e alle loro storie fosse non solo necessario, ma in alcuni casi un vero e proprio dovere morale. Lo storytelling è la naturale prosecuzione del mio modo di raccontare: mettere al centro della narrazione le persone, con le loro storie, belle o brutte che siano. Se qualcuno non ha un nome, un volto, una storia, non esiste pienamente, rischia di rimanere solo un numero: ecco, io amo le persone, non i numeri.

Hai un passato tra i campi di calcio: come è venuta l’idea di unire la tua passione per la scrittura a quella del calcio dando vita a “Una Bomber”?

“Una bomber” è nato nel modo peggiore per una calciatrice e migliore per una persona che ama narrare: stare ore e ore in panchina. Ho iniziato a giocare a calcio molto tardi, anche se come molte, da bambina palleggiavo con la testa delle bambole. Per questo mi sento di ringraziare l’azzurra Valentina Giacinti che ha sdoganato un tabù ludico che qualcuno scambia per tortura ai danni delle Barbie.

Giocavo con i bambini perché le bambine preferivano giochi più composti e statici, che a me risultavano noiosi. I miei amici suonavano il citofono e chiedevano a mia madre il permesso per farmi scendere per strada, perché mancava un giocatore e nonostante le ansie come “Ti vengono le gambe storte” o le richieste “Ma non puoi giocare con le femmine?”, io e le mie ginocchia sbucciate eravamo felici. Tutto questo per dire che non avendo mai giocato al di là del campetto sotto casa, mi sono sempre mancate la preparazione e la tecnica, e l’istinto non bastava. Quando a vent’anni sono entrata in una squadra, vera e di sole donne, ero già troppo grande: le altre giocavano da sempre e io non avevo fiato, muscoli, tecnica, ma “solo” una passione infinita. Perciò il mio ruolo, a parte quello di entrare negli ultimi 10 minuti e segnare, era quello di panchinara. E dalla panchina si ha un punto di osservazione privilegiato, perciò ho scritto “Una bomber” ispirandomi a scene viste in campo e altre ricostruite, ma non troppo, con la fantasia. Lo considero un esperimento a metà strada tra il bestiario del calcio e un manuale per continuare a non capire le donne.

Ho giocato con gli stereotipi sperando di smontarli: non so se ci sono riuscita, ma il libro è stato apprezzato da molte calciatrici che hanno capito la mia volontà di esagerare in alcuni passaggi per ridicolizzare luoghi comuni, sessismo e omofobia.

Come hai vissuto la convocazione nella nazionale scrittori e com’è essere l’unica donna in questa squadra?

Ho pensato che il mister della Nazionale Scrittori, Francesco Trento fosse proprio disperato a convocare me. Però in fin dei conti non ci sono tante donne che amano scrivere e giocare a calcio. In realtà credo di essere quella che in gergo tecnico si definisce ‘na ”sola”. Una zavorra al centrocampo che crea confusione, ma tra i propri compagni, mica tra gli avversari! Ogni tanto, quando arrivo davanti all’area, rischio anche di fare gol. Il fatto è che mi diverto così tanto a giocare che alla fine mi dimentico che l’obbiettivo è fare gol. La squadra è formata da un gruppo meraviglioso di scrittori con i quali ho legato subito: sono divertenti, acuti, gentili e ben allenati. La loro preparazione atletica è seria e meticolosa e anche la dieta pre-partita.
Per prepararmi per la partita Austria-Italia a Vienna, io mi sono iscritta in palestra e l’ho frequentata per 3 giorni; prima del match loro mangiavano pasta in bianco e io wurstel e crauti. Così, giusto per smontare lo stereotipo dell’uomo famelico e della donna perennemente a dieta. Io li adoro e spero che mi portino come zavorra ad altre partite, perché se in campo non do il mio contributo sportivo, al terzo tempo, tra birra e crauti, non sono poi malaccio.

Seguendo molto il calcio femminile, mi sono accorta che negli ultimi anni, soprattutto grazie a emittenti come Sky, sia diventato fonte di storytelling per i giornalisti. Quanto credi questo strumento possa incidere per il coinvolgimento delle persone nel movimento?

Come già detto prima, lo storytelling è un mezzo utile e potente, quindi anche rischioso. Una storia narrata male può incidere negativamente sul singolo e sulla collettività, citando Moretti “Le parole sono importanti”. Spesso nel calcio femminile vengono usate senza criterio, altre volte il criterio purtroppo c’è ed è “doloso”. Oppure, spesso, vengono raccontate delle storie con una banalità sconcertante – linguistica e tematica – che non fanno che rafforzare gli stereotipi. Un tentativo di complimento come “Galli ci ricorda Pirlo” se può far piacere, rivela anche una totale mancanza di paragone di genere. Quanto sarebbe bello sentire, prima o poi: “Questa giocatrice ricorda Tona, Fuselli, Domenichetti, Iannella” e altre campionesse di calcio e di umanità. Come dicevo prima, una persona inizia a esistere solo se le dai un nome, un volto, una storia.


Detto questo, per me l’esempio migliore di storytelling è mia mamma che odia il calcio e quando la chiamo per dirle di mettere su Rai1 che c’è la Nazionale, mi prende per matta, ma poi aggiungo che giocano “Elisa e Aurora, le nostre ex vicine di casa” e si precipita a cambiare canale. Elisa Bartoli e Yaya Galli sono due bellissime persone, oltre che due campionesse: sapere questo, cioè conoscere anche solo un po’ della loro storia e personalità fuori dai campi, aiuta sicuramente ad avvicinarsi a loro come persone e come sportive, e quindi al calcio femminile. Anche perché per fortuna, al contrario di ciò che avviene con i calciatori, non troveremo mai le loro storie sui giornaletti di gossip. A parte i tentativi di attribuire fidanzate a tutto spiano a tutte le calciatrici, dico. Lo storytelling, quindi, se basato sulle competenze e le qualità personali, può servire a far conoscere contemporaneamente queste grandi donne e atlete.Se posso permettermi, consiglierei anche la lettura del libro “Volevo essere Maradona” di Valeria Ancione che racconta la donna e l’atleta Patrizia Panico ed è un ottimo esempio di storytelling.

A proposito di calcio femminile, cosa credi si possa fare di più per far cambiare mentalità a chi dice che non può essere paragonato a quello maschile?

La mia risposta “di pancia” data è: niente. Lasciamo che il calcio femminile non sia paragonato a quello maschile, per carità, perché perderebbe molto! Il calcio femminile è, nella maggior parte dei casi, genuino, corretto, umile. Si può dire altrettanto di quello maschile? Diverso è invece il discorso prettamente professionale: il calcio femminile deve essere equiparato a quello maschile, perché è vergognoso che sia considerato uno sport dilettantistico nonostante l’impegno, la professionalità e le competenze delle atlete; come se il giornalismo fosse considerato una professione per gli uomini e un hobby per le donne, quindi sottopagato o non retribuito proprio.

Conosco fior di giocatrici di serie A che per mantenersi giocano e lavorano allo stesso tempo e giocatori di serie inferiori che guadagnano il triplo. Pare che i recenti Mondiali stiano finalmente dando uno scossone al movimento: le donne hanno mantenuto un atteggiamento diplomatico per troppo tempo, è ora di iniziare a rovesciare le scrivanie, metaforicamente parlando. Cosa possiamo fare noi, a parte seguire il calcio femminile? Fare in modo che finiscano le assurde distinzioni tra “cose da maschi” e “cose da femmine” che da sempre caratterizzano – e spersonalizzano – la crescita di bambini e bambine. Sono una maestra e mi piace spiazzare bambini e colleghe prendendo un pallone e iniziando a palleggiare in mezzo al campetto. La maestra che gioca a calcio è, per me, la lezione migliore sulla parità di genere che io possa offrire alle mie alunne e ai miei alunni, ma soprattutto ai genitori e ai colleghi. Negli ultimi tre anni sono state quattro, le mie alunne che hanno iniziato a giocare a calcio (da sempre considerato “uno sport per maschi”) e sono il mio orgoglio tanto quanto Davide, il mio alunno del cuore, che è un campione di ginnastica artistica (da sempre
considerato “uno sport per femmine”).

Sono anni che mi batto per far capire quanto sia importante la creatività nella vita di una persona. Tu, da insegnante, quanto pensi sia fondamentale nella vita di un essere umano fin da piccolo dare sfogo alla sua creatività?

Penso che sia non solo importante, ma proprio vitale, esprimere la propria creatività. Se io non scrivessi mi sembrerebbe di vivere a metà, di non respirare abbastanza ossigeno, di non poter regalare, liberare o prestare i miei pensieri. Credo che tutti, ma proprio tutti, siano “portatori di creatività”, ma purtroppo non sempre questa riesce ad affiorare per vari motivi: il contesto in cui si vive, il carattere, gli strumenti che si possiedono, l’autostima. Mi viene in mente Vivian Maier: una bambinaia un po’ burbera che lavorava presso famiglie statunitensi abbienti. Era una donna molto riservata e poco socievole e solo molti anni dopo la sua morte si scoprì che aveva delle straordinarie doti come fotografa tanto da essere considerata, oggi, una delle migliori al mondo. Ecco: lei è riuscita non solo a scoprire, ma anche a coltivare la sua creatività e chissà quante potenziali Vivian ci sono tra i banchi di scuola, al mercato, in cucina, in fabbrica.

Da quel che ho letto su articoli e nel tuo blog sei una donna che non si ferma mai e assolutamente da prendere come esempio. Come riesci a trovare un equilibrio tra tutte le cose che fai?

Non so se sono da prendere come esempio: senz’altro quello che faccio, lo faccio sempre con passione, entusiasmo e onestà, mettendoci tutte le energie… per poi finire stesa a terra per la stanchezza, ma con orgoglio. Poi mi riprendo un po’ e ricomincio. E’ più forte di me: l’iperattività creativa e organizzativa mi hanno sempre accompagnato, fin da piccola: mi piace organizzare momenti di condivisione, creare gruppi di lavoro, creare relazioni tra persone che hanno tanto da dire e da dare. Non credo di aver trovato un equilibrio, anzi, ogni tanto barcollo un po’ perché mi rendo conto di fare troppe cose contemporaneamente. Ma se non ora, quando? Quindi più che un esempio, posso pensare umilmente di incoraggiare le persone che hanno delle passioni a coltivarle fino in fondo, sempre.

Noi di WearMore cerchiamo sempre il MORE, il valore aggiunto nella vita e nel lavoro. Cos’è quindi per Silvia il MORE?

Il mio personale “more” credo sia l’apertura verso l’altro, verso le differenze, con una vita personale e lavorativa protesa verso un arricchimento umano e culturale dato dagli scambi tra persone. Non è un caso che io abbia scelto di lavorare nella scuola più multietnica della mia città, San Donato, in una classe composta da 16 bambini di cui 12 figli di stranieri. Ogni giorno, entrando a scuola, mi sembrava di aver ricevuto un regalo immenso: tutti quei colori, quelle lingue, quei profumi…tutta quella ricchezza per il nostro presente e per il futuro. Il “more” per me è proprio questo: guardarsi attorno, cogliere quanto c’è di più bello e differente da noi e arricchirsi delle proprie reciproche differenze.

Sara Prian

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La La Stories – Nicole, un anatroccolo che diventa cigno

Nicole, un anatroccolo che diventa cigno

Ho conosciuto Nicole quando è arrivata a Los Angeles agli inizi di novembre 2018, e, come sempre quando si avvicina la celebrazione di Thanksgiving, casa mia si apre a chi è qui senza famiglia per festeggiare insieme e trovare calore nell’amicizia, quindi era subito entrata a far parte di questa nutrita cerchia.

Nonni paterni e materni veneti e friuliani, Nicole, 27 anni, è nata e cresciuta a Latina, si è laureata a Roma in Chimica e tecnologia farmaceutica, ha avuto l’opportunità di fare una parte del dottorato di ricerca all’UCLA, era arrivata, quindi, intenzionata a rimanere fino a fine agosto 2019. Carica di speranze e di amore. Speranze di fare un buon lavoro e amore per il suo ragazzo, con cui stava da quando aveva 16 anni, una storia lunga 11 anni e che, per lei, era la sua vita.

Come prima cosa, durante il pranzo di Thanksgiving, ognuno attorno alla tavola ringrazia per qualcosa. Tutti noi infatti avevamo espresso la nostra gratitudine, chi per la vita, chi per le persone… arrivati a Nicole, questa bella, piccola e magrissima ragazza piena di forza, i suoi occhi si erano illuminati e aveva detto ”Ringrazio per aver trovato qui all’UCLA un laboratorio per la ricerca fantastico”.

Subito avevo pensato che, nonostante mi avesse confessato che il suo ragazzo già le aveva chiesto di rinunciare alla carriera per tornare a casa da lui, forse dentro se stessa, questa piccola grande donna, aveva le idee più chiare di quello che credeva.

Quello su cui Nicole stava lavorando era lo sviluppo di Scaffold per l’ingegneria tissutale, in parole povere l’elaborazione di un gel che ricostruisca il tessuto epiteliale umano, con ricerche che chiedevano spesso la sua presenza in laboratorio anche nei fine settimana, perché si sa, le cellule non rispettano le feste comandate!

Avete presente quando una persona passa attraverso una tempesta in cui pioggia, vento, grandine e tutto quello che si può immaginare possa colpirla, succede, ma lei va avanti lo stesso?

Ecco, questa è Nicole, che dapprima con grande titubanza, poi sempre con più determinazione si è presa il suo tempo, ha rivoluzionato la sua storia d’amore che l’avrebbe voluta perdente e rinunciataria, rientrare a Latina, dove il suo fidanzato la rivoleva a tutti i costi. Le aveva promesso di acquistare un appartamento, voleva dei bambini subito, la ricattava affettivamente dicendole addirittura che se non fosse tornata avrebbe cercato altre donne. Inconsciamente lei sapeva che tornando, avrebbe sì salvato una relazione, ma le sue ali che si erano spiegate verso quello che ardentemente desiderava fare, si sarebbero a quel punto chiuse, forse per sempre.

Mesi di discussioni, in cui Nicole è andata in Italia per due giorni per parlare con il suo ragazzo e cercare di farlo ragionare, dove lui è venuto a Los Angeles per 2 giorni per riportarsela indietro. Mesi per accettare l’inevitabile, e cioè che l’amore non è cattiveria o ripicca, l’amore non toglie, l’amore da la libertà, e se quello era l’unico amore che capiva il suo °lui°, allora voleva dire che nonostante gli 11 anni, (una vita!!!), che avevano passato assieme, era arrivato dolorosamente, il momento di prendere ognuno la propria strada.

Nicole forse crede di essere fragile, ma è solida come una roccia. E la sua onestà, il suo rispetto dei valori della vita, alla fine l’hanno premiata e la premieranno in futuro.

Infatti il suo relatore le ha proposto adesso un lavoro in Pennsylvania, quindi dopo una meritata vacanza a fine agosto, volerà prima a casa per salutare la sua famiglia e poi di nuovo libera verso il suo nuovo appassionante lavoro, verso la vita.

Un futuro che si è guadagnata con lacrime e con determinazione. Un anatroccolo (che non è mai stato brutto) coraggioso che è diventato cigno.
Un esempio per ogni donna che sceglie di volersi bene, anche a costo di affrontare rotture dolorose.

Luisa Da Re

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gabriella marin wearmore intervista

Gabriella Marin, la stilista della moda sostenibile

Gabriella Marin, la stilista della moda sostenibile

Un piccolo bruco si sforzava ogni giorno di rompere il suo bozzolo. Un giorno, dopo tanti inutili tentativi, finalmente riesce a uscire dalla sua gabbia di seta trasformandosi in farfalla. Come quel bruco anche un progetto prende forma tra mille tentativi e molteplici prove quotidiane.

Questo è ciò che è accaduto all’idea che la stilista Gabriella Marin ha avuto sei anni fa. Castellana di nascita, trapiantata a Schio, Gabriella è attratta dal mondo del cucito fin da piccola. Passa intere giornate giocando tra le macchine da cucire, arrivando così a formarsi da autodidatta. Ha 23 anni, quando si iscrive a una scuola di modellista a Padova. Terminata la formazione, iniziano subito le sue collaborazioni con molte aziende legate ad importanti marchi italiani.».

Tuttavia nel 2008, a causa della crisi economica e alla conseguente chiusura di molte realtà, il lavoro inizia a diminuire, tanto che Gabriella è costretta a reinventarsi. Sulla scia di un suggerimento di uno dei suoi figli, che la supporta nell’idea di creare lei stessa gli abiti,avvia un suo laboratorio aprendo una sartoria nel garage di casa. Dopo un anno e mezzo si sposta inaugurando il suo primo punto vendita a Schio.

Da lì parte il suo sogno. Gabriella è infatti una modellista speciale: non solo utilizza le sue doti per creare abiti dal design innovativo, ma orienta il suo lavoro per dare vita a una moda che metta al centro l’etica e le persone. E per fare questo mette in gioco la sue competenze di modellista, sarta e stilista.

La sua ricerca si muove verso i temi della sostenibilità e questo la porta ad instaurare importanti collaborazioni, come quella del 2018 con Matteo Ward, il co-founder di Wrad, brand e manifesto di moda sostenibile. Insieme al suo team supporta la realizzazione di collezioni sostenibili e di recente ha partecipato all’ideazione dell’abito vincitore del Green Carpet Talent Competition di Parigi, del 3 luglio 2018. Il vestito è una creazione dipinta a mano, a cui Gabriella lavora giorno e notte, nella quale un tessuto ecologico alla menta viene unito al trattamento in grafite riciclata per ottenere l’effetto grigio della gonna. L’abito ha talmente successo da arrivare tra i finalisti del Green Fashion Carpet alla Scala di Milano il successivo settembre.

La sarta della moda sostenibile non si ferma qui. Nel suo laboratorio realizza capi su misura ecologici, gestisce i suoi canali social, collabora con brand supportandoli nella realizzazione di capi di qualità e intraprende importanti progetti. Alla Biennale di Venezia di quest’anno presta il suo modello Madame Butterfly per l’installazione “Sun & Sea” situata nel Padiglione Lituania. Queste creazioni sono dipinte a mano e ideate pensando alla farfalla e alla sua evoluzione. E quest’estate i suoi abiti saranno protagonisti di un’esposizione temporanea presso il suggestivo spazio di Punta d’Incanto a Venezia.

Non da ultimo, il sogno di Gabriella è quello di vedere indossato uno dei suoi abiti sostenibili da Michelle Obama, per lei esempio di donna eccezionale e fonte d’ispirazione. Un sogno che ha recentemente tentato di realizzare quando la moglie dell’ ex presidente degli Stati Uniti si trovava in Italia nei pressi di Siena. Gabriella ci prova e dopo una notte passata al volante arriva nel luogo dove la ex first lady della Casa Bianca alloggia. Con sé ha il vestito che lei stessa ha cucito per Michelle. Ma la polizia ferma questo sogno, bloccando il suo coraggioso tentativo. La determinazione e la passione non mancano di certo a questa stilista, modellista e sarta unica e speciale. Qual è il motore in più del suo progetto ce lo dice lei stessa:

«Il More, il valore aggiunto degli abiti che creo è quello di mettere al centro le persone, di ritornare ai legami e alle cose sane. Eliminare la logica del tutto e subito. Ma prendersi tempo per aspettare. Come in passato quando si ordinava un abito alla sarta e lei ti dava i tempi di consegna. Quell’attesa era magica. E se a tutto questo si unisce il ricorso a tessuti ecologici che rispettano l’ambiente, si crea un circolo virtuoso verso un futuro fatto di una moda sostenibile.»

Virginia Grozio

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elisabetta wearmore think italian events

La La Stories – Elisabetta: una donna che ha come casa il mondo

La La Stories – Elisabetta: una donna che ha come casa il mondo

Elisabetta è stata una delle mie prime amiche, quando sono arrivata a Los Angeles. Quando l’ho conosciuta, 10 anni fa, era alla ricerca di un confronto reale delle sue capacità. Ma cominciamo a raccontare la sua fantastica storia!

Nata a Roma, italiana al 300%, fino ai 18 anni non le era mai balenato nella mente che potesse esistere un’altra lingua che non fosse l’italiano, ma aveva un grande desiderio di conoscerne altre. Il suo primo viaggio fu in Francia, a seguito di una borsa di studio e le si aprì il mondo.

Conseguita la maturità a 19 anni, partì come ragazza alla pari per Washington, e lì si crearono le basi della sua vita avventurosa. Infatti conobbe Geert, colui che sarebbe diventato suo marito, e, ancora di più, cominciò a conoscere il mondo, quel mondo che nel corso degli anni avrebbe girato in lungo e in largo.

Geert, belga, studiava per diventare diplomatico; Elisabetta, dopo un anno in Usa, era rientrata a Roma, dove Geert, che lavorava come funzionario in una banca, l’aveva seguita presentandosi ai suoi genitori.

Una serie di coincidenze aveva fatto sì che i due si trasferirono in Belgio per un periodo, poi a Milano, quindi a Roma, dove Elisabetta si laureò in giurisprudenza, e quindi di nuovo a Milano, per approdare nuovamente in Belgio, paese in cui inizialmente lei faceva fatica ad ambientarsi, per il clima cupo e per le differenze culturali.
Ma animata come sempre da tenacia e buona volontà, studiò il fiammingo e il francese, le due lingue nazionali, per integrarsi meglio e cercare di entrare in sintonia con la cultura locale; e poi anche l’inglese, conseguendo un diploma come interprete dell’Unione Europea. Insomma, mentre Geert lavorava in banca, Elisabetta percorse una strada personale di tutto rispetto. Dimenticavo, in mezzo a questi quasi perenni traslochi, i due si sposarono!

Il soggiorno in Belgio minò però alla base, la fiducia in se stessa, che Elisabetta, già di suo, non aveva. Geert era sempre più intenzionato a buttarsi nella carriera diplomatica, e lei sentiva che non avrebbe potuto rappresentare con passione un paese straniero, che non sentiva come suo.

Ma il destino volle che proprio suo marito ne diventasse il rappresentante, quindi destinazione Roma: cominciò la sua vita da moglie dell’addetto culturale belga.
A Roma, dove rimasero 3 anni, nacquero le due figlie, Carlotta e Matilda, poi improvvisamente Geert venne richiamato in Belgio e vissero lì altri 3 anni, difficili per Elisabetta.

Finalmente la svolta con destinazione Israele arrivò nel 1998, 2 anni in cui Elisabetta fece esperienze meravigliose e indimenticabili. Ma, dietro l’angolo, li aspettava un rientro precoce in Belgio, dove la Regina Paola richiese Geert come segretario particolare.

I successivi 4 anni passati a Bruxelles furono pieni di gioia e di soddisfazioni; Elisabetta decise di cambiare atteggiamento nei confronti di questa vita da nomade, e diventarne protagonista anzichè subirla passivamente. Finita questa missione, vennero destinati a Washington, dove altri 4 anni di vita felice li aspettava.

A seguire arrivò a Los Angeles. Elisabetta per aiutare Geert, sempre appassionato del suo lavoro, si dedicò all’accoglienza in casa e a tutti i ricevimenti, cene e incontri rappresentativi, orgnizzando cibo, intrattenimento ed ogni altra cosa servisse per collaborare a rendere perfette e indimenticabili quelle occasioni. Insomma, la coppia diplomatica per eccellenza.

Ed ecco che, finiti i 4 anni losangelini, lei capì una cosa importante: il suo valore come organizzatrice, come chef, come donna d’affari. Una cosa che si era negata per troppo tempo. O meglio che aveva da sempre fatto ma senza averne coscienza. E volle una conferma dall’esterno, volle misurarsi da sola, non attraverso il lavoro del marito.

Mentre Geert partì per L’Arabia Saudita, lei rimase a Los Angeles, dove nel frattempo avevano acquistato una casa, e fondò una compagnia di catering dal nome ”Think Italian! Events”.

Tutti i pezzi del puzzle che giravano scollegati combaciarono e, anche con un po’ di fortuna, Elisabetta riuscì, con il duro lavoro e l’impegno, a realizzare se stessa, a conseguire un visto come imprenditrice per rimanere in California e mantenersi. Adesso è una donna che non ha più timore di dimostrare la propria forza, una donna di successo e piena di affetto per i suoi cari. Il marito attualmente si trova in Cile e che dal periodo arabo divebbe Ambasciatore, le figlie hanno fatto carriera (la maggiore vive in Australia e la minore in California) entrambe intelligenti ed in gamba.

E lei, Elisabetta, che dal credere di non riuscire a far niente bene nella propria vita, ha realizzato solo con la forza di volontaà un’impresa difficile, che lei sembra svolgere senza alcuna fatica e sempre con il sorriso sulle labbra. Quando la chiami al telefono è usuale sentirsi rispondere che è a Sidney, ad Abu Dhabi, in Argentina, Alaska, o in qualsiasi altro posto del mondo. Una donna con una forza incredibile, che ancora non sa di possedere appieno. Un vero peccato non avere a disposizione almeno 100 pagine per raccontare la sua vita più nel dettaglio.

Eppure, vi assicuro, lei nell’anima è ancora al 300% italiana!

Luisa Da Re

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diana santi matthew modine e michael young

La La Stories – Diana Santi, un’energia positiva che cammina per il mondo

La La Stories – Diana Santi, un’energia positiva che cammina per il mondo

Io e Diana ci siano conosciute in piscina. Era seduta sul suo lettino e parlava al telefono, quindi la prima cosa che ho notato era che parlava italiano, in ordine di successione poi, che era toscana e, infine, quando le ho rivolto la parola per conoscerla, che era bellissima.

Diana ha una bellezza che ti avvolge, con occhi che ti fanno specchiare nella sua anima da tanto sono profondi. Ovviamente lei lo nega e non ci crede.

È nata a Firenze e della fiorentina ha tutte le caratteristiche: simpatia, schiettezza e accento. Oltre ad essere una tifosa della Fiorentina, ma una tifosa vera, (suo caro amico è Pepito Rossi, che mi ha fatto anche conoscere qui a Los Angeles), Diana ha giocato a calcio da quando aveva 14 anni, prima in squadre minori per arrivare all’eà di 17 anni al debutto in seria A!

Uno sport che anche dopo aver lasciato, ha sempre nel cuore, sebbene abbia dovuto smettere dopo pochi anni a seguito di un incidente in motorino.

Questa fonte di prorompente energia positiva si è dedicata allo studio della cinematografia presso il DAMS di Bologna, producendo nel frattempo cortometraggi, il primo dei quali Lady goal, realizzato con i fondi della Regione Toscana, ha vinto vari premi in festival italiani ed è stato stato acquistato dalla UISP per promuovere il calcio femminile.

Studiando, Diana lavorava anche come primo assistente alla regia di produzioni di spot pubblicitari nazionali ed entrò così in quel mondo che l’aveva attirata fin da bambina. Dopo la laurea, Diana ha deciso di iscriversi a un corso di regia presso la NYFA di Los Angeles a Hollywood, e da lì è cominciata la sua fantasica carriera.

Ne è talmente appassionata, da mettersi in evidenza per originalità e professionalità. Com’è vero che le cose basta cominciarle e poi ci aprono le braccia. Infatti, dopo poco essere rientrata in Italia, la NYFA aveva deciso di aprire un corso estivo proprio a Firenze e Diana era stata contattata per una consulenza in merito a questo programma.

Mettete gli strumenti giusti in mano alla persona giusta e il resto….e’ storia!
Ad oggi questo semplice corso estivo si è trasformato ed è diventato il Centro Europeo della NYFA, dove affluiscono studenti sia europei che americani, una scuola che ha creato un vero e proprio ponte tra l’America e l’Europa, mettendo a disposizione dei due Continenti un progetto comune con cui crescere assieme e creare.

Diana che ha raggiunto la posizione di Florence Program Director, è la responsabile nella ricerca di talenti che vogliono affermarsi in questo settore, per tentare una carriera a Hollywood.
La sua vita si divide tra Los Angeles e Firenze, due città che ama.

Ringrazio questa amica che ha portato bellezza nel mondo, non solo quella che le ha donato.

Luisa Da Re

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