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Venezia Liquida – Intervista al regista Giovanni Pellegrini

Venezia Liquida – Intervista al regista Giovanni Pellegrini

Venezia Liquida, è un viaggio nella Venezia dei canali e della sua laguna, un documentario interattivo creato dal regista Giovanni Pellegrini di Ginko Film, con la produzione di Tostapane Studio e promosso da Confartigianato Imprese Venezia.

Perché si intitola proprio così? Ce l’ho spiega il suo regista: «Volevo raccontare del rapporto intrinseco tra città e acqua e tra la città e i suoi abitanti, di come ogni giorno fronteggino le minacce che stanno mettendo a rischio la sopravvivenza di Venezia: da un lato quella dei cambiamenti climatici, che rischiano di sommergerla e dall’altro, quella del turismo di massa, che rischia di farla affondare.»

Al documentario è stato dato l’appellativo di interattivo perché è stato pensato come un progetto più grande. Oltre al classico documentario lungometraggio, lo spettatore potrà deviare liberamente il percorso e scegliere il suo itinerario in un panorama di oltre 2 ore di contenuti audiovisivi.

Questo come?
Attraverso una piattaforma si potrà esplorare e conoscere la Venezia nascosta tra i canali e poi come ci ha spiegato Giovanni Pellegrini: «Chi entra nel sito web potrà decidere se vedere il documentario e basta o visitare Venezia, mettendo quasi il pilota automatico e navigare per i canali, oppure scegliere la forma “interattiva”, scegliendo da un menù tematico e geografico quali contenuti vedere, come per esempio scegliendo se approfondire temi come l’artigianato, l’ambiente o le barche».

I protagonisti di “Venezia Liquida” sono 12 persone che sono nate a Venezia o hanno scelto di viverci, personaggi molto diversi e tra loro ci sono anche alcuni artigiani: il remer Paolo Brandolisio, la famiglia dei battiloro Mario Berta Battiloro, il produttore di corde per strumenti musicali Dogal, la fonderia Valese, i terrazzieri Vianello.

«Senza l’apporto e la collaborazione con Confartigianato Venezia non avremmo mai potuto realizzare questi 5 cortometraggi,» spiega il regista, Giovanni Pellegrini «agli artigiani mi sono approcciato come fa un bambino curioso, non come un giornalista che fa reportage, piuttosto come un video-maker che vuole sottolineare l’unicità dell’esperienza e trasmettere delle emozioni. Poi ci ho messo del mio, costruendo pian piano la relazione con ognuno di loro.
Grazie a Confartigianato Venezia, ma anche Legambiente, Remiera Settemari e Vela al Terzo (di cui faccio parte), ho avuto sicuramente un accesso privilegiato, ho potuto conoscere persone con una storia bella da raccontare, artigiani e non».

L’occhio del turista bambino, ma soprattutto dell’antropologo, è quello di Giovanni Pellegrini, che per Venezia Liquida sta anche facendo una raccolta crowdfunding. «É in crescita, dobbiamo promuoverla ancora per bene. Finirà a giugno 2020 e su questo mi soffermerei, perché le persone non del settore, non hanno idea di quanto serva per riuscire a realizzare anche solamente uno dei 12 cortometraggi: circa 1000€ (al giorno) e con almeno 4 giorni di lavoro. Oltre alla troupe e alla fase di realizzazione e montaggio, ci sono da fare i sopralluoghi, le ricerche, insomma, serve molto tempo.»

Durante la serata di Giovedi 7 Novembre, presso il Laboratorio Uni.S.Ve a Dorsoduro, Giovanni Pellegrini racconterà di più sulla piattaforma Venezia Liquida, sul crowdfunding e quanto duro lavoro e passione c’è dietro a questo progetto per la città.

Alice Bianco

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‘Na sera in botéga di Confartigianato Venezia – Asin Erminio Pavimenti si racconta

‘Na sera in botéga di Confartigianato Venezia – Asin Erminio Pavimenti si racconta

Il 29 ottobre si è tenuta la sesta ‘Na sera in botéga, il ciclo di incontri organizzato da Confartigianato Venezia insieme alla Camera di Commercio di Venezia e Rovigo. Ad ospitare i numerosi partecipanti, la famiglia Asin, capitanata da Erminio, che da più di 80 anni si occupa di pavimentazioni, in particolar modo i pavimenti alla veneziana.

Ad accoglierci sin fuori dal negozio in Fondamenta della Misericordia, è tutta la famiglia Asin, che a Venezia è famosa per mantenere viva la tradizione del terrazzo alla veneziana. Grazie infatti all’esperienza accumulata e alla volontà di dedicarsi esclusivamente al mestiere del “Terrazziere”, Erminio Asin e i suoi collaboratori eseguono i noti pavimenti alla veneziana, sia usando leganti cementizi che adoperando esclusivamente calce spenta, rispettando le tecniche originali del battuto alla veneziana.

Proprio in Fondamenta della Misericordia si trova il quartier generale della ditta: ufficio, magazzino per il deposito dei materiali e attrezzature e il laboratorio, dove si predispongono le campionature, la successiva preparazione delle graniglie e lo sviluppo delle decorazioni frutto della collaborazione e creatività degli architetti.

La ditta Erminio Asin Pavimenti lavora prevalentemente a Venezia, ma nel corso degli anni il nome e la bravura della famiglia è arrivata anche all’estero, ecco perché l’impresa ha aperto un altro magazzino/deposito/laboratorio in terraferma (Mogliano Veneto), più pratico e conveniente per l’approvvigionamento dei materiali e lo smistamento.

Numerosi palazzi, musei, alberghi e ville prestigiose, veneziane e non solo, godono di pavimentazioni create proprio dagli Asin, così come case private. La ditta si occupa inoltre del recupero di pavimenti antichi, oltre che la realizzazione di nuovi terrazzi alla veneziana.

La particolarità di un pavimento realizzato dagli Asin? Sarà fatto su misura. Per le loro lavorazioni infatti, possono usare qualsiasi tipo di granaglia di marmo o pietra; realizzano pavimenti con granaglia comune e per i più esigenti, granaglie di marmo pregiato.

Oggi la ditta Erminio Asin Pavimenti collabora con numerosi architetti e designers, dando consigli e offrendo il massimo della qualità e come ha ripetuto spesso il titolare durante la serata, il terrazzo alla veneziana si presta a qualsiasi tipo di design (dal pavimento classico, al pavimento moderno, al pavimento di design sperimentale), l’unico limite è la fantasia del progettista.

Alice Bianco e Sara Prian

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‘Na sera in botéga di Confartigianato Venezia – Centro Stampa Digitale Al Canal si racconta

‘Na sera in botéga di Confartigianato Venezia – Centro Stampa Digitale Al Canal si racconta

Il 22 ottobre si è tenuta la quinta ‘Na sera in botéga, il ciclo di incontri organizzato da Confartigianato Venezia insieme alla Camera di Commercio di Venezia e Rovigo. Ad ospitare i numerosi partecipanti, il Centro Stampa Digitale Al Canal di Giancarlo Bareato, situata a Dorsoduro, che oltre ad occuparsi di fotocopie, stampa dei modellini plastici per l’architettura, vetrofanie e poster, è dotato di una serie di stampanti in 3d.

Agli inizi del ‘900 però, questo edificio ospitava un’attività commerciale nettamente diversa: era la sede della salumeria di Vitale Rossi (originario dell’Agordino) e ancor prima dello zio Emilio Tos. Nel 1949 inziò la sua prima attività e si trasferì qui in Fondamenta de la Pescheria nel 1955, insieme alla moglie.

Negli anni ’80 furono i figli ad occuparsi del negozio, che riforniva bar, alimentar e ristoranti di Venezia e dintorni. Nel 2003 il negozio chiuse, dopo cinquant’anni di attività e nel 2009 il Centro Stampa Digitale Al Canal, insieme alla moglie di Vitale Rossi, ha rinnovato il locale, mantenendo intatta la memoria del passato.

Centro Stampa Digitale Al Canal offre qualsiasi tipo di aiuto stampa: dalle fotocopie alla stampa 3d, dando vita, grazie a plastica e resina (e ovviamente alle stampanti), oggetti di vario genere.

Il modello di stampante 3d che usano al Centro Stampa Digitale Al Canal è una FDM, dove fili di materie plastiche vengono sciolti all’interno di estrusore che serve per ottenere degli estrusi, ossia delle forme di sezione costante e prestabilita dalla forma della trafila, che vanno a creare i vari livelli dell’oggetto che si formerà.

Si può partire da un disegno cartaceo e trasformarlo digitale e poi, attraverso un apposito programma, va creato il disegno tridimensionale, che poi la stampante legge, creando attraverso vari strati, l’oggetto.

Accanto alle stampanti che colano le materie plastiche, ce n’é un’altra, che funziona colando resina e serve per dar vita ad oggetti ricchi di dettagli. Anche qui ci sono vari livelli, che vengono solidificati uno alla volta; l’oggetto rimane attaccato al piano di stampa che via via sale e crea l’oggetto finale.

Centro Stampa Digitale Al Canal da quasi 30 anni si occupa di stampa a 360 gradi, riesce a creare qualsiasi tipo di progetto grafico, con una strumentazione ed una professionilità, ricercate.

Alice Bianco e Sara Prian

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‘Na sera in botéga di Confartigianato Venezia – Mario Berta Battiloro si racconta

‘Na sera in botéga di Confartigianato Venezia – Mario Berta Battiloro si racconta

Il 15 ottobre si è tenuta la quarta ‘Na sera in botéga, il ciclo di incontri organizzato da Confartigianato Venezia insieme alla Camera di Commercio di Venezia e Rovigo. Ad ospitare i numerosi partecipanti, Mario Berta Battiloro, l’unico battiloro rimasto a Venezia.

Ad introdurre la storia dell’attività artigiana, la figlia dell’attuale maestro, Eleonora, che lavora lì insieme alla madre e alla sorella gemella, Sara. Come ha introdotto Eleonora, nello storico laboratorio artigianale vicino alle Fondamenta Nove, oro, argento ed altri metalli preziosi, vengono trasformati in sottilissime foglie, adatte ad applicazioni in svariati settori: dall’estetica al food.

Il locale dove avviene prima la fusione dell’ora e la battitura è separato dal laboratorio artigianale dove la mamma di Sara ed Eleonora divide i fogli per metterli in commercio. La lavorazione manuale permette di ottenere una qualità superiore del prodotto finito, grazie alle minori alterazioni cui viene sottoposta la materia prima.

Come ha spiegato Eleonora, l’oro in lingotto viene messo in un crogiolo, un vaso di grafite e a 1700 gradi diventa liquido, dopodiché viene versato in una formina per creare il nuovo lingotto, questo perché a loro serve in una forma diversa (stretto e alto) da quella che acquistano. Poi viene passato in un laminatoio e si ottiene così una lamina di 10 metri di lunghezza e 3cm di larghezza.

La lamina poi viene tagliata in piccoli pezzi quadrati di 2cm e vengono inserite in alcune carte verdi, pergamino, trasparenti ed usa e getta. Vengono inseriti circa 350 pezzi che vengono battuti con il maglio del 1926 per circa 40 minuti, dopodiché si ottengono dei fogli di circa 11cm di diametro.

Ed è stata proprio la fase della battitura, quella più apprezzata. Il padre delle ragazze è l’unico battiloro rimasto in Europa, per circa 40 minuti e contando quante volte batte da una parte e dall’altra della mazzetta di fogli d’oro, lavora ininterrottamente. Non riesce a trovare un degno sostituto, perché è un mestiere molto faticoso, soprattutto mentalmente.

Recenti ricerche hanno dimostrato come l’oro abbia delle proprietà antiage e penetrando in profondità nella pelle, riempiendo le rughe, riduce le occhiaie, neutralizza i comedoni e dona al tessuto epiteliale una lucentezza senza paragoni.

In ambito cosmetico può essere utilizzato anche per decorare il proprio corpo: unghie, labbra e palpebre in primis, infatti, ricevono da questo nobile materiale una rivalorizzazione estetica che rivela la propria eleganza e la propria raffinatezza.

Alice Bianco e Sara Prian

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‘Na sera in botéga di Confartigianato Venezia- Torrefazione Girani si racconta

‘Na sera in botéga di Confartigianato Venezia- Torrefazione Girani si racconta

L’8 ottobre si è tenuta la terza ‘Na sera in botéga, il ciclo di incontri organizzato da Confartigianato Venezia insieme alla Camera di Commercio di Venezia e Rovigo. Ad ospitare i numerosi partecipanti, la famiglia Girani, capitanata dalla figlia Gigliola, figlia dello storico fondatore, Giuseppe Girani (ormai scomparso).

Ad accoglierci sin fuori dal negozio in Campo della Bragora, l’odore dei chicchi di caffé ed è stata proprio la signora Gigliola a fare da cicerone, accompagnandoci all’interno della sua casa, più precisamente in salatto, dove insieme alla figlia Roberta ha iniziato a raccontare come è nata la Torrefazione artigianale Girani, la più antica di Venezia.

Venne fondata nel 1928 da Giuseppe Girani, celebre allenatore del Venezia e di tante altre squadre, dopo che era stato introdotto da alcuni amici triestini (città di provenienza della moglie) all’arte del caffè, all’epoca un’industria più che mai fiorente. Giuseppe Girani divenne molto conosciuto in città e il caffè di altissima qualità, era presente in tutti gli hotel e caffetterie di lusso dell’epoca, dall’Hotel Bauer al mitico Bar Americano in Piazza San Marco.

Nel 1951, in seguito alla prematura scomparsa del padre Giuseppe, l’attività passa alla figlia Gigliola, oggi affiancata a sua volta dalle figlie Roberta e Laura e a colui che si occupa della tostatura e del confezionamento del caffé, Emanuele.

Al piano di sotto della casa, proprio a sinistra del negozio, si trova infatti il laboratorio dove avviene la torrefazione del caffé. Per garantire il suo inconfondibile aroma, i chicchi del caffè Girani provengono principalmente da selezionate piantagioni del centro America.

Il caffè viene poi tostato manualmente ad una temperatura più bassa rispetto ad altre tostature, con una rara macchina Vittoria del secondo dopoguerra, secondo tempi e modi diversi per ciascuna varietà di caffè, in modo da esaltare gli aromi floreali e fruttati limitando al massimo l’acidità. Vero orgoglio della Torrefazione Girani sono le miscele, ovvero le “ricette” con cui vengono combinate le polveri delle diverse varietà di caffè.

Alla fine degli anni ’50 le torrefazioni veneziane erano molte, poi pian piano con l’avvento dei grandi marchi di caffé industriale, sono diminuite. Oggi la bottega Caffè Girani è piena di meravigliose foto vintage e moke, prodotti legati all’arte di questa bevanda, un paradiso per chi è un intenditore ed ama il caffé.

Alice Bianco e Sara Prian

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‘Na sera in botéga di Confartigianato Venezia- Falegnameria Cuogo e Tapezzeria Dal Mas si raccontano

‘Na sera in botéga di Confartigianato Venezia –  Falegnameria Cuogo e Tapezzeria Dal Mas si raccontano

Il 24 settembre si è tenuta la prima ‘Na sera in botéga, il ciclo di incontri organizzato da Confartigianato Venezia e la Camera di Commercio di Venezia e Rovigo. I protagonisti sono stati Paolo Cuogo e il figlio, dell’omonima falegnameria, situata a Cannaregio, zona San Girolamo, più precisamente Calle de le Capuzzine.

La loro attività artigianale è il frutto di tre generazioni di lavoro tradizionale di falegnameria. Dopo aver ricevuto lo sfratto dov’erano (zona San Giacomo dell’Orio), Paolo e il figlio hanno deciso di trasferirsi qui a Canareggio ed è già da un po’ che il padre sta tramandando al figlio il mestiere.

I Cuogo lavorano prevalentemente con e per i veneziani e si occupano di costruire dall’inizio mobili, finestre ed altro, ma anche di restauro. In falegnameria, ben esposta, era presente una trifora appartenente ad un palazzo storico di privati, che necessitava di essere riportata all’antico splendore. Privati, ma anche istituzioni.

I Cuogo lavorano anche per parrocchie veneziane, hanno infatti recentemente lavorato al restauro di alcuni mobili di una di queste.

Martedì 1 ottobre invece, è stata la tapezzeria Dal Mas ad accogliere i partecipanti di queste affollate serate. Luigi Dal Mas assieme al figlio Andrea nella sua bottega, zona Frari (Calle Larga Prima 2942/A), da 50 anni porta avanti l’eccellenza della vera produzione artigianale.

Ad accogliere i partecipanti alla serata è stata la storica macchina da cucire, ancora in uso, che i Dal Mas utilizzano per restaurare mobili imbottiti, in collaborazione con i migliori restauratori lignei, per confezionare poltrone, divani e letti su misura. Si occupano poi, anche di lavori di tappezzeria murale per appartamenti, alberghi e dimore storiche ed è stato proprio Dal Mas senior, che ha raccontato alcuni aneddoti riguardanti le prove pratiche all’interno di diversi palazzi storici veneziani, quando nessun ostacolo di metratura, gli impediva di portare a termine i propri lavori.

La tapezzeria Dal Mas è l’esempio migliore di come l’impiego di metodi e materiali tradizionali, mantenga il suo valore. Tra i clienti della famiglia Dal Mas, numerosi italiani, ma anche stranieri.

Il divano in bella mostra, che si trovava alle spalle dei partecipanti alla serata, era nella fase iniziale di restauro. Le molle erano state legate e calcolate in base allo sforzo che dovranno portare e l’imbottitura riportata a misura originale. Verrà poi riempito con l’ovatta e poi la crine di cavallo.

Ottimi risultati per la categoria dei tappezzieri, che soprattutto nel Centro storico ha subito un forte calo: dalle 46 botteghe del 1976 agli 11 di oggi; tra queste proprio la tappezzeria Dal Mas, che rappresenta un esempio di passaggio generazionale andato a buon fine così da garantire, nonostante le tante difficoltà, un futuro positivo.

Alice Bianco e Sara Prian

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Rivoluzione digitale: web marketing turistico e local marketing

Rivoluzione digitale: web marketing turistico e local marketing

Il turismo si sa, da sempre è una grande risorsa per l’Italia. L’hanno capito bene le imprese turistiche, che negli ultimi anni hanno attuato una rivoluzione digitale, sfruttando gli strumenti a disposizione, per sensibilizzarne l’importanza.
Ciò su cui si dovrebbe puntare maggiormente è comunque, il local marketing: promuovere di più il territorio, far leva su di esso, per un turismo migliore e più sano: il turismo di qualità.

Secondo il report e-tourism 2019 “Migliora l’offerta digitale, cresce il turismo” realizzato da Bem Research, il flusso annuo (2018) di visitatori dall’estero è stato pari a 94 milioni.
Negli ultimi otto anni l’aumento di turisti è stato di quasi 18 milioni e il merito va ad un maggiore e migliore utilizzo degli strumenti digitali.
Per raggiungere i 100 milioni di turisti, manca poco e un contributo potrebbe giungere anche da un diverso rapporto con il web, sempre più in crescita.

Maggiore è l’affluenza turistica, maggiore è il gettito (totale derivante dalle tasse di soggiorno) ed è per questo che il turismo è diventato materia privilegiata anche del marketing, oggi, ancora di più, del Web Marketing turistico.
Migliorata è soprattutto l’offerta digitale, grazie a siti web multilingua e più usabili dai dispositivi mobili: la digitalizzazione legata ai dati, è ormai il presente e il futuro.
La cosa da tenere sempre in considerazione è rispondere a tutti i bisogni e le domande che si pongono i turisti (risposte puntuali ed esaustive), facendogli provare una piacevole user experience.

La definizione precisa di web marketing turistico è la creazione di progetti e programmi volti a garantire lo sviluppo delle strutture e delle attività imprenditoriali di un determinato comprensorio territoriale. Materia strettamente legata ad un altro tipo di marketing è il Local Marketing, come tecnica per far conoscere l’intero territorio: cultura, ma anche enogastronomia, commercio ed artigianato.

Ma che cos’è davvero il local marketing?

È quella tipologia di marketing che punta tutto sulle potenzialità del territorio, facendo dialogare l’ambiente online con quello offline.
Local significa orgoglio, appartenenza, fidelizzazione ed è proprio attraverso i mezzi ora a nostra disposizione (quindi il web marketing), che si può arrivare ai più ed accrescere la propria reputazione, online ed offline.

Fare web marketing turistico e local marketing online, significa pricipalmente farsi trovare dai propri clienti, ma anche costruire relazioni durevoli con gli utenti/clienti, che saranno i primi portavoce delle proprie esperienze sia offline che online, attraverso i commenti sui social network, le fotografie sul web e i post sui loro blog personali.

Per un’attività commerciale, essere sul web vuol dire innanzitutto indicare con precisione la propria posizione, puntare sullo storytelling esperienziale, raccontare cioè, storie che influenzino il turista a diventare consumatore, dargli le informazioni che cerca e soprattutto creare una community che lo renda protagonista.

Il web è una fonte e un mezzo importante. Il turista lo usa sin da quando inizia a programmare la sua vacanza, valuta attività e servizi e può, dovrebbe, capitare anche sul nome e sul sito web della tua attività.
Segui l’esempio delle imprese turistiche, forniscigli le informazioni di cui ha bisogno, affascinalo con lo storytelling e fallo diventare il tuo brand ambassador: influenzandolo, diventare il tuo influencer!

Se non sai da che parte iniziare per promuovere la tua attività, puoi contattarci, sapremo indicarti la strada più giusta per far arrivare da te i turisti e i clienti!

Alice Bianco

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Fer Project – Il design unico e artigianale che nasce dagli scarti

Fer Project – Il design unico e artigianale che nasce dagli scarti

Minimalismo e design moderno. Scarti che diventano protagonisti, che si trasformano in accessori artigianali grazie alla collaborazione con fabbri e orafi. Creatività che passa di mente in mente, di mano in mano dando vita al brand Fer. Sentite cosa ci hanno raccontato le ideatrici del progetto: Cristina Rossi e Giulia Loviselli.

«L’idea dei nostri anelli nasce da uno “scarto” di ferro – ci racconta Cristina, designer e fondatrice di Fer – Durante un periodo di lavoro come assistente da un fabbro ho visto tra gli scarti alcuni pezzi di tubo triangolari. Subito ho pensato alla possibilità di farci un anello, ho chiesto al mio collega di limarlo per togliere le bave e l’ho regalato a Giulia la mia compagna. Dal momento in cui lo ha iniziato ad indossare subito ha riscosso successo, così questo ci ha spinto a produrne diversi modelli. Un po’ alla volta abbiamo iniziato anche con l’aiuto di Alessandra e Roberta (due care amiche grafiche) a creare social, sito e pubblicare foto, accorgendoci presto di quanto in effetti gli anelli piacessero. Da lì poi una bella opportunità è stata quella di tenere con loro un corso di design creativo all’Appartamento Lago durante il Fuorisalone.
Successivamente abbiamo suscitato anche l’interesse di British Vogue che ci ha contattato per una possibile comparsa dei nostri anelli sulla Copertina di gennaio 2019. Anche se alla fine non è andata in porto perché è cambiato lo stile della copertina è stata comunque una bella soddisfazione»

Un’attenzione la loro anche per le altre culture, con una visione aperta alle contaminazioni tanto che la collezione che le rappresenta maggiormente è quella chiamata Kintsugi. «Il Kintsugi è un’antica tecnica giapponese per cui alla rottura di un vaso le crepe venivano aggiustate con l’oro, il significato metaforico di questa arte nipponica sta nell’idea che dall’imperfezione e da una ferita possa nascere una forma di bellezza e di perfezione estetica ancora maggiore, la bellezza di abbracciare il danno e amare le proprie ferite.
Tradotto nel design dei nostri anelli si è trattato di creare dei tagli, quindi delle incisioni lineari, sulla superficie che poi sono stati riempiti con oro o argento attraverso la tecnica dell’agemina. Questa tecnica prevede che il metallo prezioso venga battuto e incastrato all’interno del solco. Ci piaceva l’idea che due materiali estremamente contrastanti tra loro si “abbracciassero”: il ferro metallo povero e diffusissimo e l’oro, che al contrario è molto prezioso e altrettanto raro. È interessante come infatti indossandoli si possa vedere che la parte in ferro muta nel tempo e invecchia mentre l’oro rimarrà sempre invariato e splendente».

Ma qual è la storia che si cela dietro a queste ragazze così intraprendenti? «Ho studiato architettura allo Iuav di Venezia – racconta Cristina – Anche se la mia vera passione è sempre stata il design. A seguito di una serie di esperienze sul campo come assistente di un fabbro prima e creativa in uno studio di grafica e architettura dopo, ho iniziato a lavorare come grafica presso una grande multinazionale nel settore del mobile, nella quale continuo a lavorare a tempo pieno. Dopo l’esperienza dal fabbro l’idea di Fer è nata e si è sviluppata in maniera sempre più concreta nel corso di quasi due anni. Giulia è laureata in scienze della comunicazione e ha sempre condiviso con me la passione per il bello e da quando è nata l’idea di Fer mi ha aiutata sia nella fase di progettazione che nella fase più commerciale. Si può dire in effetti che è proprio grazie a lei se i nostri anelli hanno avuto gran parte del loro successo. Anche Giulia lavora a tempo pieno in un’azienda che si occupa di conservazione digitale. In effetti i nostri lavori ci impediscono di dedicare il tempo che vorremmo al nostro progetto anche se questo non ci scoraggia e continuiamo a creare ogni volta che ne abbiamo possibilità. Una delle nostre linee è stata disegnata proprio da Giulia, si tratta dell’anello con inciso graficamente un diamante e riempito con oro o argento, una visione non tradizionale del classico anello con diamante».

Il mondo del design è un mondo in evoluzione continua, ma è anche un mondo dove nel nostro Paese non è facile emergere «Sicuramente il design come lo si intendeva in passato sta diventando un settore sempre più raro o perlomeno qui in Italia è molto difficile affermarsi o poterne fare una professione. I social sono diventati un mezzo potentissimo per mettersi in mostra in molti modi e questo permette certamente a chi realizza cose belle di mostrarsi e condividerle avendo un feedback velocissimo, nel design questo può essere un mezzo davvero interessante. I trend del momento poi hanno ridato voce ad un settore come l’artigianato che rischiava di scomparire fagocitato dalla cultura delle multinazionali. È molto bello vedere come anche i giovani si stiano riavvicinando a questa realtà che ci riporta un po’ ai ritmi lenti del passato, facendo apprezzare e dando valore a quello che veniva fatto a mano in maniera unica e originale»

E nel futuro di Fer cosa c’è? « Il nostro futuro ideale ci vede impegnate nella produzione continua di creazioni. È bellissimo essere parte di un progetto, avere sempre nuove idee e vederle prima su carta e poi realizzate e indossate dalle persone. Un po’ alla volta speriamo di dare al nostro Brand sempre maggiore struttura e visibilità anche grazie alle collaborazioni con tante persone diverse e appassionate di arti come la fotografia, la grafica, l’arredamento. Il design ci permette di sperimentare e sperimentarci continuamente».

Infine, immancabile, la nostra domanda sul MORE, ovvero qual è il valore aggiunto di questo brand «Dal punto di vista creativo per noi è molto importante unire l’estetica ad un significato, non diamo niente per scontato e amiamo i dettagli. I nostri prodotti si basano su geometrie semplici che però ci permettono di lavorare in maniera molto creativa e molto versatile con i dettagli. Ogni facciata dei nostri anelli e come una tavola da disegno bianca, ci apre mille possibilità ed è per questo che abbiamo in mente molti modelli che prossimamente vorremmo sperimenta e produrre. I nostri prodotti sono stati fatti artigianalmente uno ad uno, sono passati da moltissime mani: Fabbri, orafi , problem solvers, specialisti nel trattamento dei metalli, fotografi, grafici e infine anche nelle nostre. Crediamo che il nostro MORE Sia proprio questo: aver creato una rete di persone provenienti da settori molto diverse, le quali hanno contribuito alla nascita di Fer».

Sara Prian

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Salone Nautico di Venezia – Confartigianato Venezia e i suoi artigiani presenti

Salone Nautico di Venezia – Confartigianato Venezia e i suoi artigiani presenti

Ha aperto i battenti, alla stampa il 18 giugno e dal 19 al pubblico, il Salone Nautico di Venezia. Cornice più adatta, non poteva che essere l’Arsenale di Venezia, sede della Marina Militare.
Attraccati nel bacino interno, numerosi yacht di diverse aziende del lusso italiano, ma proprio accanto a queste, all’interno del padiglione 89, precisamente alla Tesa 91, è l’artigianato veneziano ad essere protagonista.

Allo stand di Confartigianato Venezia si possono trovare cinque artigiani espositori: il maestro d’ascia Giovanni Da Ponte, Maurizio Agabitini e il suo cantiere nautico Il Barcarizzo di Murano; Mirco, Marco, Rosanna e Valentina della tappezzeria nautica Hydro Mirò, Alessandro Visentin dell’assistenza nautica Venice Rescue Seassist ed Igor e Marco del cantiere nautico Ba.Si. Snc.

Ba.Si Snc di Igor Silvestri e Marco Bacci è il cantiere nautico più recentemente costituito e si trova a Castello. Nello stand è possibile vedere e toccare i loro ferri del mestiere, gli strumenti di lavoro che utilizzano per costruire e restaurare le imbarcazioni tipiche veneziane, nonché tutte le fotografie delle numerose barche realizzate.

Giovanni Da Ponte e Maurizio Agabitini de Il Barcarizzo, il primo di Venezia e il secondo di origini umbre, hanno deciso di unire le loro capacità ed abilità come maestri d’ascia e non solo, per dar vita ad una rete artigianale.
In occasione del Salone Nautico di Venezia, hanno deciso di allestire una mini bottega artigiana proprio allo stand. Tra trucioli di legno, casse piene di attrezzi usati per lavorare il legno, motori e il modello a originale di una delle barche che hanno creato insieme.
Prima di varcare la soglia del padiglione però, accanto al sommergibile Dandolo, a sinistra, attraccata potrete trovare una delle imbarcazioni realizzate dai due artigiani.

Marco, Mirco, Rossana e Valentina di Hydro Mirò, sono presenti allo stand di Confartigianato Venezia con un esempio di copertura per imbarcazione privata.
Hanno da pochi giorni festeggiato 20 anni dall’inizio della loro attività come tappezzieri nautici. Il loro quartiere generale si trova alla Giudecca ed oltre ad occuparsi della tapezzeria d’interni di imbarcazioni private e taxi acquei, mantengono viva la tradizione del realizzare ”pareci” (il corredo della gondola).

Alessandro Visentin e il suo Venice Rescue Seassist è invece presente nel suo stand con numerose informazioni riguardo le attività di Seassist, la rete di carrozzieri nautici che operano sulle coste del Mediterraneo per dare assistenza tecnica in mare 24 ore su 24.

Insieme alle grandi aziende e realtà imprenditoriali italiane e regionali, Confartigianato Venezia si vuol far portavoce della qualità del Made in Italy, della passione ed impegno di queste piccole imprese a servizio di privati ed altre aziende.

Alice Bianco e Sara Prian

Taskwhat : tre ragazze e i loro taschini iconici

Taskwhat : tre ragazze e i loro taschini iconici

Avere tutto a portata di tasca, o meglio, di taschino. Che sia il nostro fedele farmaco preferito in grado di curarci ogni male, che sia una faccia iconica che ha segnato la nostra adolescenza o il pallone che abbiamo calciato per intere estati al campetto, Taskwhat, brand di magliette creato da tre ragazze, ha pensato che sarebbe stato giusto che lo portassimo sempre con noi, anche se sottoforma di design. Detto, fatto.

«Siamo tre ragazze di Roma, sui trent’anni, tutte lavoratrici, che hanno fatto studi diversi – ci hanno raccontato – Martina è un po’ la mente, fondamentalmente negata a disegnare e progettare, ma con molta (troppa) fantasia; Giada è decisamente il braccio, pratica e dinamica si occupa della gestione degli ordini e delle stampe, della ricerca dei taschini ‘migliori’; e infine Livia è la nostra grafica, senza di lei le nostre idee non avrebbero forma. Delle tre, solo Livia ha fatto studi inerenti grafica e design, per il resto spaziamo dalle lingue straniere alle scienze motorie. Abbiamo puntato sui taschini perché rappresentano per eccellenza l’idea di avere qualcosa sempre a portata di mano. Utilizziamo il taschino vero e non disegnato perché ci permette di tenere sempre parte dell’oggetto nascosto ma visibile, rendendolo più ‘reale’».

Ma com’è nata l’idea di un brand così originale? «L’idea di Taskwhat è nata per caso scherzando fra di noi sul fatto che sarebbe fantastico avere l’OKI (celebre antidolorifico che risolve spesso acciacchi vari) sempre a disposizione, magari nel taschino. Da qui, abbiamo iniziato ad immaginare oggetti ‘indispensabili’ a loro modo, o comunque iconici, da portare sempre con noi, spaziando dalle medicine, ai personaggi famosi, ai miti degli anni 90, alle parole e a tante altre idee che arriveranno».

Se vi fate un giro tra le loro creazioni, vi rivedrete nella faccia di Dawson che piange o nello scettro di Sailor Moon che da bambine abbiamo sognato di stringere, ma c’è una loro idea a cui sono più affezionate «Sicuramente siamo molto affezionate ad OKI, perchè è un po’ la nostra numero zero. Ad ogni modo, ci sentiamo molto affini anche alla nostra Taskwhat A-sociale perché è un’idea nostra, studiata insieme, per scherzare sul bipolarismo che c’è dietro alla mondo dei social».

Ogni giorno, chi fa il nostro lavoro, si scontra con realtà che ancora non hanno compreso il valore dei social, che li vedono come un gioco e difficilmente come uno strumento per aumentare le vendite. Le ragazze di Taskwhat, fortunatamente, la pensano in maniera diversa «I social permettono anche alle realtà emergenti, come la nostra, di aprirsi ‘un negozio’ quasi a costo zero. Questo però vuol dire che la concorrenza è spietata. La vendita delle t-shirt – per esempio – è fra le più diffuse ed è molto difficile distinguersi. Le t-shirt paradossalmente spaziano dai 5 euro ai 50 e non sempre l’originalità viene premiata, l’abilità e la costanza di seguire una pagina social è importante, ma non possiamo negare che ci voglia anche tanta fortuna. Ci piace pensare che esista un pubblico che voglia distinguersi dai classici marchi ‘ da centro commerciale’ e voglia acquistare qualcosa di più raro, proprio come succede nelle piccole botteghe di artigianato, magari non spendendo 4,99 euro per una t-shirt bianca con una parola stampata, ma divertendosi a trovare un’icona che lo rappresenta da infilare nel taschino».

Nonostante però questo sia un mondo difficile, sono molti, almeno nel mondo dei social, i giovani artigiani del design che si mettono in gioco, come le ragazze «Il design artigianale comporta dei costi, parliamo sia di chi decide di creare sia di chi decide di acquistare. Oggi, rispetto alla qualità, di preferisce la quantità e questo rema un po’ contro l’artigianato e le creazioni originali in genere. La tendenza attuale è quella di acquistare tanti prodotti a poco prezzo, anche se questo inevitabilmente incide sulla qualità. Pensiamo comunque che l’originalità delle idee rimanga il punto di forza in questo campo e puntiamo su un target che apprezzi l’originale e voglia distinguersi, non allinearsi alla massa».

E sul loro futuro rivelano «Siamo agli inizi e con i piedi molto per terra quindi non abbiamo fatto progetti troppo lontani. Sicuramente eravamo pronte a regalare qualche t-shirt solo ad amici e parenti, ma abbiamo invece visto la nostra attività crescere e vendere molto più di quello che pensavamo, grazie ad Instagram e Facebook. Stiamo valutando diverse proposte per la vendita diretta in alcuni negozi sia veri che online, con i quali siamo entrati in contatto proprio grazie ai social. Presto, inoltre, partiremo con le personalizzazioni dei taschini che potranno essere quindi disegnati ‘on demand’ a seconda delle richieste e anche con nuovi colori per le nostre t-shirt, che ad oggi sono disponibili solo in bianco».

Non esiste intervista nostra che non si chiuda con il MORE, quel valore aggiunto che distingue ogni azienda o persona. Qual è per Taskwhat? «Il nostro MORE è l’ironia, ne siamo certe. Il progetto è nato per scherzo, continua con estrema allegria ed andrà avanti così. Chi ci segue sui social e chi ci conosce di persona sa bene che cerchiamo sempre un modo per vedere le cose sorridendo. Anche le nostre Taskwhat rispettano questo mood e non vogliono fare ‘tendenza’ ma far sorridere chi le indossa e chi le guarda. Insomma, la nostra influencer ideale non è Chiara Ferragni, quindi ci dispiace Chiara, ma niente t-shirt omaggio :)»

Sara Prian