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‘Na sera in botéga di Confartigianato Venezia – Asin Erminio Pavimenti si racconta

‘Na sera in botéga di Confartigianato Venezia – Asin Erminio Pavimenti si racconta

Il 29 ottobre si è tenuta la sesta ‘Na sera in botéga, il ciclo di incontri organizzato da Confartigianato Venezia insieme alla Camera di Commercio di Venezia e Rovigo. Ad ospitare i numerosi partecipanti, la famiglia Asin, capitanata da Erminio, che da più di 80 anni si occupa di pavimentazioni, in particolar modo i pavimenti alla veneziana.

Ad accoglierci sin fuori dal negozio in Fondamenta della Misericordia, è tutta la famiglia Asin, che a Venezia è famosa per mantenere viva la tradizione del terrazzo alla veneziana. Grazie infatti all’esperienza accumulata e alla volontà di dedicarsi esclusivamente al mestiere del “Terrazziere”, Erminio Asin e i suoi collaboratori eseguono i noti pavimenti alla veneziana, sia usando leganti cementizi che adoperando esclusivamente calce spenta, rispettando le tecniche originali del battuto alla veneziana.

Proprio in Fondamenta della Misericordia si trova il quartier generale della ditta: ufficio, magazzino per il deposito dei materiali e attrezzature e il laboratorio, dove si predispongono le campionature, la successiva preparazione delle graniglie e lo sviluppo delle decorazioni frutto della collaborazione e creatività degli architetti.

La ditta Erminio Asin Pavimenti lavora prevalentemente a Venezia, ma nel corso degli anni il nome e la bravura della famiglia è arrivata anche all’estero, ecco perché l’impresa ha aperto un altro magazzino/deposito/laboratorio in terraferma (Mogliano Veneto), più pratico e conveniente per l’approvvigionamento dei materiali e lo smistamento.

Numerosi palazzi, musei, alberghi e ville prestigiose, veneziane e non solo, godono di pavimentazioni create proprio dagli Asin, così come case private. La ditta si occupa inoltre del recupero di pavimenti antichi, oltre che la realizzazione di nuovi terrazzi alla veneziana.

La particolarità di un pavimento realizzato dagli Asin? Sarà fatto su misura. Per le loro lavorazioni infatti, possono usare qualsiasi tipo di granaglia di marmo o pietra; realizzano pavimenti con granaglia comune e per i più esigenti, granaglie di marmo pregiato.

Oggi la ditta Erminio Asin Pavimenti collabora con numerosi architetti e designers, dando consigli e offrendo il massimo della qualità e come ha ripetuto spesso durante la serata, il terrazzo alla veneziana si presta a qualsiasi tipo di design (dal pavimento classico, al pavimento moderno, al pavimento di design sperimentale), l’unico limite è la fantasia del progettista.

Alice Bianco e Sara Prian

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‘Na sera in botéga di Confartigianato Venezia – Centro Stampa Digitale Al Canal si racconta

‘Na sera in botéga di Confartigianato Venezia – Centro Stampa Digitale Al Canal si racconta

Il 22 ottobre si è tenuta la quinta ‘Na sera in botéga, il ciclo di incontri organizzato da Confartigianato Venezia insieme alla Camera di Commercio di Venezia e Rovigo. Ad ospitare i numerosi partecipanti, il Centro Stampa Digitale Al Canal di Giancarlo Bareato, situata a Dorsoduro, che oltre ad occuparsi di fotocopie, stampa dei modellini plastici per l’architettura, vetrofanie e poster, è dotato di una serie di stampanti in 3d.

Agli inizi del ‘900 però, questo edificio ospitava un’attività commerciale nettamente diversa: era la sede della salumeria di Vitale Rossi (originario dell’Agordino) e ancor prima dello zio Emilio Tos. Nel 1949 inziò la sua prima attività e si trasferì qui in Fondamenta de la Pescheria nel 1955, insieme alla moglie.

Negli anni ’80 furono i figli ad occuparsi del negozio, che riforniva bar, alimentar e ristoranti di Venezia e dintorni. Nel 2003 il negozio chiuse, dopo cinquant’anni di attività e nel 2009 il Centro Stampa Digitale Al Canal, insieme alla moglie di Vitale Rossi, ha rinnovato il locale, mantenendo intatta la memoria del passato.

Centro Stampa Digitale Al Canal offre qualsiasi tipo di aiuto stampa: dalle fotocopie alla ha come fiore all’occhiello, quello di essere un’officina 3d, che riesce a dar vita, grazie a plastica e resina (e ovviamente alle stampanti 3d), oggetti di vario genere.

Il modello di stampante 3d che usano al Centro Stampa Digitale Al Canal è una FDM, una di quelle un po’ più economiche, dove fili di materie plastiche vengono sciolti all’interno di estrusore che serve per ottenere degli estrusi, ossia delle forme di sezione costante e prestabilita dalla forma della trafila, che vanno a creare i vari livelli dell’oggetto che si formerà.

Si può partire da un disegno cartaceo e trasformarlo digitale e poi, attraverso un apposito programma, va creato il disegno tridimensionale, che poi la stampante legge, dando poi vita, attraverso vari strati, all’oggetto.

Accanto alle stampanti che colano le materie plastiche, ce n’era un’altra che funziona colando resina e serve per dar vita ad oggetti ricchi di dettagli. Anche qui ci sono vari livelli, che vengono solidificati uno alla volta; l’oggetto rimane attaccato al piano di stampa che via via sale e crea l’oggetto finale.

Centro Stampa Digitale Al Canal mette a disposizione, da quasi 30 anni si occupano di stampa a 360 gradi, riescono a creare qualsiasi tipo di progetto grafico, con una strumentazione ed una professionilità, ricercate.

Alice Bianco e Sara Prian

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‘Na sera in botéga di Confartigianato Venezia – Mario Berta Battiloro si racconta

‘Na sera in botéga di Confartigianato Venezia – Mario Berta Battiloro si racconta

Il 15 ottobre si è tenuta la quarta ‘Na sera in botéga, il ciclo di incontri organizzato da Confartigianato Venezia insieme alla Camera di Commercio di Venezia e Rovigo. Ad ospitare i numerosi partecipanti, Mario Berta Battiloro, l’unico battiloro rimasto a Venezia. Ad introdurre la storia dell’attività artigiana, la figlia dell’attuale maestro, Eleonora, che lavora lì insieme alla madre e alla sorella gemella, Sara.

Come ha introdotto Eleonora, nello storico laboratorio artigianale vicino alle Fondamenta Nove, oro, argento ed altri metalli preziosi, vengono trasformati in sottilissime foglie, adatte ad applicazioni in svariati settori: dall’estetica al food.

Il locale dove avviene prima la fusione dell’ora e la battitura è separato dal laboratorio artigianale dove la mamma di Sara ed Eleonora divide i fogli per metterli in commercio. La lavorazione manuale permette di ottenere una qualità superiore del prodotto finito, grazie alle minori alterazioni cui viene sottoposta la materia prima.

Come ha spiegato Eleonora, l’oro in lingotto viene messo in un crogiolo, un vaso di grafite e a 1700 gradi diventa liquido, dopodiché viene versato in una formina per creare il nuovo lingotto, questo perché a loro serve in una forma diversa (stretto e alto) da quella che acquistano. Poi viene passato in un laminatoio e si ottiene così una lamina di 10 metri di lunghezza e 3cm di larghezza.

La lamina poi viene tagliata in piccoli pezzi quadrati di 2cm e vengono inserite in alcune carte verdi, pergamino, trasparenti ed usa e getta. Vengono inseriti circa 350 pezzi che vengono battuti con il maglio del 1926 per circa 40 minuti, dopodiché si ottengono dei fogli di circa 11cm di diametro.

Ed è stata proprio la fase della battitura, quella più apprezzata. Il padre delle ragazze è l’unico battiloro rimasto in Europa, per circa 40 minuti e contando quante volte batte da una parte e dall’altra della mazzetta di fogli d’oro, lavora ininterrottamente. Non riesce a trovare un degno sostituto, perché è un mestiere molto faticoso, soprattutto mentalmente.

Recenti ricerche hanno dimostrato come l’oro abbia delle proprietà antiage e penetrando in profondità nella pelle, riempiendo le rughe, riduce le occhiaie, neutralizza i comedoni e dona al tessuto epiteliale una lucentezza senza paragoni.

In ambito cosmetico può essere utilizzato anche per decorare il proprio corpo: unghie, labbra e palpebre in primis, infatti, ricevono da questo nobile materiale una rivalorizzazione estetica che rivela la propria eleganza e la propria raffinatezza.

Alice Bianco e Sara Prian

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‘Na sera in botéga di Confartigianato Venezia- Torrefazione Girani si racconta

‘Na sera in botéga di Confartigianato Venezia- Torrefazione Girani si racconta

L’8 ottobre si è tenuta la terza ‘Na sera in botéga, il ciclo di incontri organizzato da Confartigianato Venezia insieme alla Camera di Commercio di Venezia e Rovigo. Ad ospitare i numerosi partecipanti, la famiglia Girani, capitanata dalla figlia Gigliola, figlia dello storico fondatore, Giuseppe Girani (ormai scomparso).

Ad accoglierci sin fuori dal negozio in Campo della Bragora, l’odore dei chicchi di caffé ed è stata proprio la signora Gigliola a fare da cicerone, accompagnandoci all’interno della sua casa, più precisamente in salatto, dove insieme alla figlia Roberta ha iniziato a raccontare come è nata la Torrefazione artigianale Girani, la più antica di Venezia.

Venne fondata nel 1928 da Giuseppe Girani, celebre allenatore del Venezia e di tante altre squadre, dopo che era stato introdotto da alcuni amici triestini (città di provenienza della moglie) all’arte del caffè, all’epoca un’industria più che mai fiorente. Giuseppe Girani divenne molto conosciuto in città e il caffè di altissima qualità, era presente in tutti gli hotel e caffetterie di lusso dell’epoca, dall’Hotel Bauer al mitico Bar Americano in Piazza San Marco.

Nel 1951, in seguito alla prematura scomparsa del padre Giuseppe, l’attività passa alla figlia Gigliola, oggi affiancata a sua volta dalle figlie Roberta e Laura e a colui che si occupa della tostatura e del confezionamento del caffé, Emanuele.

Al piano di sotto della casa, proprio a sinistra del negozio, si trova infatti il laboratorio dove avviene la torrefazione del caffé. Per garantire il suo inconfondibile aroma, i chicchi del caffè Girani provengono principalmente da selezionate piantagioni del centro America.

Il caffè viene poi tostato manualmente ad una temperatura più bassa rispetto ad altre tostature, con una rara macchina Vittoria del secondo dopoguerra, secondo tempi e modi diversi per ciascuna varietà di caffè, in modo da esaltare gli aromi floreali e fruttati limitando al massimo l’acidità. Vero orgoglio della Torrefazione Girani sono le miscele, ovvero le “ricette” con cui vengono combinate le polveri delle diverse varietà di caffè.

Alla fine degli anni ’50 le torrefazioni veneziane erano molte, poi pian piano con l’avvento dei grandi marchi di caffé industriale, sono diminuite. Oggi la bottega Caffè Girani è piena di meravigliose foto vintage e moke, prodotti legati all’arte di questa bevanda, un paradiso per chi è un intenditore ed ama il caffé.

Alice Bianco e Sara Prian

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‘Na sera in botéga di Confartigianato Venezia- Falegnameria Cuogo e Tapezzeria Dal Mas si raccontano

‘Na sera in botéga di Confartigianato Venezia –  Falegnameria Cuogo e Tapezzeria Dal Mas si raccontano

Il 24 settembre si è tenuta la prima ‘Na sera in botéga, il ciclo di incontri organizzato da Confartigianato Venezia e la Camera di Commercio di Venezia e Rovigo. I protagonisti sono stati Paolo Cuogo e il figlio, dell’omonima falegnameria, situata a Cannaregio, zona San Girolamo, più precisamente Calle de le Capuzzine.

La loro attività artigianale è il frutto di tre generazioni di lavoro tradizionale di falegnameria. Dopo aver ricevuto lo sfratto dov’erano (zona San Giacomo dell’Orio), Paolo e il figlio hanno deciso di trasferirsi qui a Canareggio ed è già da un po’ che il padre sta tramandando al figlio il mestiere.

I Cuogo lavorano prevalentemente con e per i veneziani e si occupano di costruire dall’inizio mobili, finestre ed altro, ma anche di restauro. In falegnameria, ben esposta, era presente una trifora appartenente ad un palazzo storico di privati, che necessitava di essere riportata all’antico splendore. Privati, ma anche istituzioni. I Cuogo lavorano anche per parrocchie veneziane, hanno infatti recentemente lavorato al restauro di alcuni mobili di una di queste.

Martedì 1 ottobre invece, è stata la tapezzeria Dal Mas ad accogliere i partecipanti di queste affollate serate. Luigi Dal Mas assieme al figlio Andrea nella sua bottega, zona Frari (Calle Larga Prima 2942/A), da 50 anni porta avanti l’eccellenza della vera produzione artigianale.

Ad accogliere i partecipanti alla serata è stata la storica macchina da cucire, ancora in uso, che i Dal Mas utilizzano per restaurare mobili imbottiti, in collaborazione con i migliori restauratori lignei, per confezionare poltrone, divani e letti su misura. Si occupano poi, anche di lavori di tappezzeria murale per appartamenti, alberghi e dimore storiche ed è stato proprio Dal Mas senior, che ha raccontato alcuni aneddoti riguardanti le prove pratiche all’interno di diversi palazzi storici veneziani, quando nessun ostacolo di metratura, gli impediva di portare a termine i propri lavori.

La tapezzeria Dal Mas è l’esempio migliore di come l’impiego di metodi e materiali tradizionali, mantenga il suo valore. Tra i clienti della famiglia Dal Mas, numerosi italiani, ma anche stranieri.

Il divano in bella mostra, che si trovava alle spalle dei partecipanti alla serata, era nella fase iniziale di restauro- Le molle erano state legate e calcolate in base allo sforzo che dovranno portare e l’imbottitura riportata a misura originale. Verrà poi riempito con l’ovatta e poi la crine di cavallo.

Ottimi risultati per la categoria dei tappezzieri, che soprattutto nel Centro storico ha subito un forte calo: dalle 46 botteghe del 1976 agli 11 di oggi; tra queste proprio la tappezzeria Dal Mas, che rappresenta un esempio di passaggio generazionale andato a buon fine così da garantire, nonostante le tante difficoltà, un futuro positivo.

Alice Bianco e Sara Prian

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Fer Project – Il design unico e artigianale che nasce dagli scarti

Fer Project – Il design unico e artigianale che nasce dagli scarti

Minimalismo e design moderno. Scarti che diventano protagonisti, che si trasformano in accessori artigianali grazie alla collaborazione con fabbri e orafi. Creatività che passa di mente in mente, di mano in mano dando vita al brand Fer. Sentite cosa ci hanno raccontato le ideatrici del progetto: Cristina Rossi e Giulia Loviselli.

«L’idea dei nostri anelli nasce da uno “scarto” di ferro – ci racconta Cristina, designer e fondatrice di Fer – Durante un periodo di lavoro come assistente da un fabbro ho visto tra gli scarti alcuni pezzi di tubo triangolari. Subito ho pensato alla possibilità di farci un anello, ho chiesto al mio collega di limarlo per togliere le bave e l’ho regalato a Giulia la mia compagna. Dal momento in cui lo ha iniziato ad indossare subito ha riscosso successo, così questo ci ha spinto a produrne diversi modelli. Un po’ alla volta abbiamo iniziato anche con l’aiuto di Alessandra e Roberta (due care amiche grafiche) a creare social, sito e pubblicare foto, accorgendoci presto di quanto in effetti gli anelli piacessero. Da lì poi una bella opportunità è stata quella di tenere con loro un corso di design creativo all’Appartamento Lago durante il Fuorisalone.
Successivamente abbiamo suscitato anche l’interesse di British Vogue che ci ha contattato per una possibile comparsa dei nostri anelli sulla Copertina di gennaio 2019. Anche se alla fine non è andata in porto perché è cambiato lo stile della copertina è stata comunque una bella soddisfazione»

Un’attenzione la loro anche per le altre culture, con una visione aperta alle contaminazioni tanto che la collezione che le rappresenta maggiormente è quella chiamata Kintsugi. «Il Kintsugi è un’antica tecnica giapponese per cui alla rottura di un vaso le crepe venivano aggiustate con l’oro, il significato metaforico di questa arte nipponica sta nell’idea che dall’imperfezione e da una ferita possa nascere una forma di bellezza e di perfezione estetica ancora maggiore, la bellezza di abbracciare il danno e amare le proprie ferite.
Tradotto nel design dei nostri anelli si è trattato di creare dei tagli, quindi delle incisioni lineari, sulla superficie che poi sono stati riempiti con oro o argento attraverso la tecnica dell’agemina. Questa tecnica prevede che il metallo prezioso venga battuto e incastrato all’interno del solco. Ci piaceva l’idea che due materiali estremamente contrastanti tra loro si “abbracciassero”: il ferro metallo povero e diffusissimo e l’oro, che al contrario è molto prezioso e altrettanto raro. È interessante come infatti indossandoli si possa vedere che la parte in ferro muta nel tempo e invecchia mentre l’oro rimarrà sempre invariato e splendente».

Ma qual è la storia che si cela dietro a queste ragazze così intraprendenti? «Ho studiato architettura allo Iuav di Venezia – racconta Cristina – Anche se la mia vera passione è sempre stata il design. A seguito di una serie di esperienze sul campo come assistente di un fabbro prima e creativa in uno studio di grafica e architettura dopo, ho iniziato a lavorare come grafica presso una grande multinazionale nel settore del mobile, nella quale continuo a lavorare a tempo pieno. Dopo l’esperienza dal fabbro l’idea di Fer è nata e si è sviluppata in maniera sempre più concreta nel corso di quasi due anni. Giulia è laureata in scienze della comunicazione e ha sempre condiviso con me la passione per il bello e da quando è nata l’idea di Fer mi ha aiutata sia nella fase di progettazione che nella fase più commerciale. Si può dire in effetti che è proprio grazie a lei se i nostri anelli hanno avuto gran parte del loro successo. Anche Giulia lavora a tempo pieno in un’azienda che si occupa di conservazione digitale. In effetti i nostri lavori ci impediscono di dedicare il tempo che vorremmo al nostro progetto anche se questo non ci scoraggia e continuiamo a creare ogni volta che ne abbiamo possibilità. Una delle nostre linee è stata disegnata proprio da Giulia, si tratta dell’anello con inciso graficamente un diamante e riempito con oro o argento, una visione non tradizionale del classico anello con diamante».

Il mondo del design è un mondo in evoluzione continua, ma è anche un mondo dove nel nostro Paese non è facile emergere «Sicuramente il design come lo si intendeva in passato sta diventando un settore sempre più raro o perlomeno qui in Italia è molto difficile affermarsi o poterne fare una professione. I social sono diventati un mezzo potentissimo per mettersi in mostra in molti modi e questo permette certamente a chi realizza cose belle di mostrarsi e condividerle avendo un feedback velocissimo, nel design questo può essere un mezzo davvero interessante. I trend del momento poi hanno ridato voce ad un settore come l’artigianato che rischiava di scomparire fagocitato dalla cultura delle multinazionali. È molto bello vedere come anche i giovani si stiano riavvicinando a questa realtà che ci riporta un po’ ai ritmi lenti del passato, facendo apprezzare e dando valore a quello che veniva fatto a mano in maniera unica e originale»

E nel futuro di Fer cosa c’è? « Il nostro futuro ideale ci vede impegnate nella produzione continua di creazioni. È bellissimo essere parte di un progetto, avere sempre nuove idee e vederle prima su carta e poi realizzate e indossate dalle persone. Un po’ alla volta speriamo di dare al nostro Brand sempre maggiore struttura e visibilità anche grazie alle collaborazioni con tante persone diverse e appassionate di arti come la fotografia, la grafica, l’arredamento. Il design ci permette di sperimentare e sperimentarci continuamente».

Infine, immancabile, la nostra domanda sul MORE, ovvero qual è il valore aggiunto di questo brand «Dal punto di vista creativo per noi è molto importante unire l’estetica ad un significato, non diamo niente per scontato e amiamo i dettagli. I nostri prodotti si basano su geometrie semplici che però ci permettono di lavorare in maniera molto creativa e molto versatile con i dettagli. Ogni facciata dei nostri anelli e come una tavola da disegno bianca, ci apre mille possibilità ed è per questo che abbiamo in mente molti modelli che prossimamente vorremmo sperimenta e produrre. I nostri prodotti sono stati fatti artigianalmente uno ad uno, sono passati da moltissime mani: Fabbri, orafi , problem solvers, specialisti nel trattamento dei metalli, fotografi, grafici e infine anche nelle nostre. Crediamo che il nostro MORE Sia proprio questo: aver creato una rete di persone provenienti da settori molto diverse, le quali hanno contribuito alla nascita di Fer».

Sara Prian

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Taskwhat : tre ragazze e i loro taschini iconici

Taskwhat : tre ragazze e i loro taschini iconici

Avere tutto a portata di tasca, o meglio, di taschino. Che sia il nostro fedele farmaco preferito in grado di curarci ogni male, che sia una faccia iconica che ha segnato la nostra adolescenza o il pallone che abbiamo calciato per intere estati al campetto, Taskwhat, brand di magliette creato da tre ragazze, ha pensato che sarebbe stato giusto che lo portassimo sempre con noi, anche se sottoforma di design. Detto, fatto.

«Siamo tre ragazze di Roma, sui trent’anni, tutte lavoratrici, che hanno fatto studi diversi – ci hanno raccontato – Martina è un po’ la mente, fondamentalmente negata a disegnare e progettare, ma con molta (troppa) fantasia; Giada è decisamente il braccio, pratica e dinamica si occupa della gestione degli ordini e delle stampe, della ricerca dei taschini ‘migliori’; e infine Livia è la nostra grafica, senza di lei le nostre idee non avrebbero forma. Delle tre, solo Livia ha fatto studi inerenti grafica e design, per il resto spaziamo dalle lingue straniere alle scienze motorie. Abbiamo puntato sui taschini perché rappresentano per eccellenza l’idea di avere qualcosa sempre a portata di mano. Utilizziamo il taschino vero e non disegnato perché ci permette di tenere sempre parte dell’oggetto nascosto ma visibile, rendendolo più ‘reale’».

Ma com’è nata l’idea di un brand così originale? «L’idea di Taskwhat è nata per caso scherzando fra di noi sul fatto che sarebbe fantastico avere l’OKI (celebre antidolorifico che risolve spesso acciacchi vari) sempre a disposizione, magari nel taschino. Da qui, abbiamo iniziato ad immaginare oggetti ‘indispensabili’ a loro modo, o comunque iconici, da portare sempre con noi, spaziando dalle medicine, ai personaggi famosi, ai miti degli anni 90, alle parole e a tante altre idee che arriveranno».

Se vi fate un giro tra le loro creazioni, vi rivedrete nella faccia di Dawson che piange o nello scettro di Sailor Moon che da bambine abbiamo sognato di stringere, ma c’è una loro idea a cui sono più affezionate «Sicuramente siamo molto affezionate ad OKI, perchè è un po’ la nostra numero zero. Ad ogni modo, ci sentiamo molto affini anche alla nostra Taskwhat A-sociale perché è un’idea nostra, studiata insieme, per scherzare sul bipolarismo che c’è dietro alla mondo dei social».

Ogni giorno, chi fa il nostro lavoro, si scontra con realtà che ancora non hanno compreso il valore dei social, che li vedono come un gioco e difficilmente come uno strumento per aumentare le vendite. Le ragazze di Taskwhat, fortunatamente, la pensano in maniera diversa «I social permettono anche alle realtà emergenti, come la nostra, di aprirsi ‘un negozio’ quasi a costo zero. Questo però vuol dire che la concorrenza è spietata. La vendita delle t-shirt – per esempio – è fra le più diffuse ed è molto difficile distinguersi. Le t-shirt paradossalmente spaziano dai 5 euro ai 50 e non sempre l’originalità viene premiata, l’abilità e la costanza di seguire una pagina social è importante, ma non possiamo negare che ci voglia anche tanta fortuna. Ci piace pensare che esista un pubblico che voglia distinguersi dai classici marchi ‘ da centro commerciale’ e voglia acquistare qualcosa di più raro, proprio come succede nelle piccole botteghe di artigianato, magari non spendendo 4,99 euro per una t-shirt bianca con una parola stampata, ma divertendosi a trovare un’icona che lo rappresenta da infilare nel taschino».

Nonostante però questo sia un mondo difficile, sono molti, almeno nel mondo dei social, i giovani artigiani del design che si mettono in gioco, come le ragazze «Il design artigianale comporta dei costi, parliamo sia di chi decide di creare sia di chi decide di acquistare. Oggi, rispetto alla qualità, di preferisce la quantità e questo rema un po’ contro l’artigianato e le creazioni originali in genere. La tendenza attuale è quella di acquistare tanti prodotti a poco prezzo, anche se questo inevitabilmente incide sulla qualità. Pensiamo comunque che l’originalità delle idee rimanga il punto di forza in questo campo e puntiamo su un target che apprezzi l’originale e voglia distinguersi, non allinearsi alla massa».

E sul loro futuro rivelano «Siamo agli inizi e con i piedi molto per terra quindi non abbiamo fatto progetti troppo lontani. Sicuramente eravamo pronte a regalare qualche t-shirt solo ad amici e parenti, ma abbiamo invece visto la nostra attività crescere e vendere molto più di quello che pensavamo, grazie ad Instagram e Facebook. Stiamo valutando diverse proposte per la vendita diretta in alcuni negozi sia veri che online, con i quali siamo entrati in contatto proprio grazie ai social. Presto, inoltre, partiremo con le personalizzazioni dei taschini che potranno essere quindi disegnati ‘on demand’ a seconda delle richieste e anche con nuovi colori per le nostre t-shirt, che ad oggi sono disponibili solo in bianco».

Non esiste intervista nostra che non si chiuda con il MORE, quel valore aggiunto che distingue ogni azienda o persona. Qual è per Taskwhat? «Il nostro MORE è l’ironia, ne siamo certe. Il progetto è nato per scherzo, continua con estrema allegria ed andrà avanti così. Chi ci segue sui social e chi ci conosce di persona sa bene che cerchiamo sempre un modo per vedere le cose sorridendo. Anche le nostre Taskwhat rispettano questo mood e non vogliono fare ‘tendenza’ ma far sorridere chi le indossa e chi le guarda. Insomma, la nostra influencer ideale non è Chiara Ferragni, quindi ci dispiace Chiara, ma niente t-shirt omaggio :)»

Sara Prian

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‘Na sera in botéga di Confartigianato Venezia – Tappezzeria Vianello e Uni.S.Ve si raccontano

‘Na sera in botéga di Confartigianato Venezia- Tappezzeria Vianello e Uni.S.Ve si raccontano

Il 10 aprile, i protagonisti di ‘Na sera in botéga, organizzata da Confartigianato Venezia, sono stati Giovanni e il figlio Davide Vianello, dell’omonima tappezzeria, situata a Cannaregio in Ruga Due Pozzi.
La loro attività artigianale è il frutto di tre generazioni di lavoro tradizionale di tappezzeria e arredamento d’interni. È stato il padre di Giovanni, Guido, ad insegnare al figlio il mestiere e a sua volta l’ha tramandato a Davide, che nonostante la laurea in materie scientifiche ha preferito dedicarsi a questo lavoro ed ora insieme al padre sta tramandando il lavoro ad un altro ragazzo.

I Vianello lavorano sia per privati, arredando gli interni delle abitazioni (produzione di salotti, tendaggi su misura e la posa di tessuti in tensione su pareti), sia riportando alla alla bellezza originaria, antichi mobili. Si occupano inoltre di allestimenti per musei, chiese e alberghi, nonché il Gran Teatro la Fenice e la sede Patriarcale di Venezia con la Basilica di San Marco.

La cosa che contraddistingue di più i Vianello, oltre che la passione per il proprio lavoro, è l’approccio alle collaborazioni. Far rete per loro è importantissimo, collaborano con falegnami ed ebanisti, restauratori e con l’Unione Stuccatori Veneziani (Uni.S.Ve) ed è proprio quest’ultima ad essere stata protagonista dell’ultimo appuntamento con ‘Na sera in botéga.

I partecipanti all’evento si sono dati appuntamento presso la sede dell’Unione (presso San Barnaba), ex sede di una falegnameria, la settimana seguente, il 17 aprile.
Ad accoglierli Guido Jaccarino, architetto e restauratore come Chiara, addetta anche alla conservazione e Giorgio, socio e stuccatore, non presente invece, ma altre parte importante dell’Uni.S.Ve è Danilo, a capo delle decorazioni.
Presente all’incontro anche colui che ha deciso di fidarsi di loro e donargli la possibilità di mettere apposto questa struttura: Giorgio Forcellini.

Guido Jaccarino ha illustrato i lavori di restauro compiuti per la Domus Grimani a Santa Maria Formosa e il duro lavoro compiuto per le Gallerie dell’Accademia per il quadro de La presentazione al tempio di Tiziano. Giorgio invece ha illustrato il lavoro della squadra, come sia difficile lavorare con l’intonaco, di quante tipologie ce ne siano. Giulia invece si occupa di supervisionare gli altri componenti dell’Unione, che oltre agli interni,si occupano anche di facciate esterne.

Il lavoro di squadra e la formazione, sono senza dubbio il loro punto di forza e l’hanno ampiamente dimostrato anche durante la serata, con la spiegazione finale di Giorgio, che ha illustrato ai presenti in cosa consiste la tecnica del marmorino.

Alice Bianco e Sara Prian

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Artigiani a Palazzo e La notte è piccola per noi – Da Santa Maria Mater Domini a Sant’Agostin

 

Artigiani a Palazzo e La notte è piccola per noi – Da Santa Maria Mater Domini a Sant’Agostin

 

13 e 14 Aprile, Venezia, grazie a Confartigianato, The Merchant of Venice e Palazzo Mocenigo, ha dedicato il weekend completamente agli artigiani: nei diversi piani del museo del profumo, si è tenuta infatti, l’iniziativa Artigiani a Palazzo. Terminata la visita, a pochi passi, sabato, si è tenuta la visita al secondo distretto, facente parte della manifestazione La notte è piccola per noi. Protagonisti? Alcune delle realtà artigianali di Calle Longa.

Ad accogliere gli ospiti nell’androne di Palazzo Mocenigo, lo stand di Vizio e Virtù, una delle cioccolaterie più famose e storiche di Venezia. Tanti assaggi: dalle praline al cioccolato e frutto della passione, passando per quelle al caramello e alle mandorle, per poi assaggiare il cioccolato 100% fondente.
Sempre nell’androne, a pochi passi, sono stati Stefano Nicolao e la moglie ad accogliere i visitatori. Tanti gli aneddoti legati ai costumi teatrali e cinematografici, creati e famosi in tutto il mondo, ormai da più di 30 anni.

Al piano superiore invece, si è stati accolti dalle incisioni ed acqueforti di Bac Art Studio, una galleria che si trova vicino a San Marco (Campo Santo Stefano), nata grazie a Paolo Baruffaldi e Claudio Bazzichetto, che espone opere di grafica (i proprietari continuano a svolgere la propria attività di progettazione/ricerca), opere di altri artisti ed ha anche una sezione editoria, per la presentazione di stampe, manifesti, cataloghi e libri d’arte, ecc.

La prima sala invece (la Sala dei Mobili), ospita Marco Lachin e le sue Antichità. Da più di vent’anni l’artigiano esegue esclusivamente restauri con tecniche e materiali tradizionali (la lucidatura a gommalacca con il tampone, l’uso della colla a caldo, ecc.) con pochi strumenti meccanici.
Nella sala successiva invece, sono i gioielli di Francesco Pavan a farla da protagonisti. L’orafo, formatosi negli anni ’80, progetta da sé i gioielli e per le sue creazioni si ispira all’archeologia sperimentale, le tecniche che usa sono: a sbalzo, a cesello, in fusione. Negli anni, Pavan si è anche appassionato alla creazione di oggetti che risalgono a I secolo Avanti Cristo (Afgani), nonché forte è la sua passione per la realizzazione di oggetti in ambra.

L’odore del cuoio però si fa sentire e nella sala successiva si trova Antonio ”Toni” Peressin, proprietario del negozio Il Grifone, che da circa 40 anni si occupa di lavorare la pelle (ora in società con il figlio), realizzando cartelle, diari, borse. É un autodidatta, ha sempre amato lavorare manualmente ed ha iniziato a lavorare il cuoio con la moglie, perché è più facile da usare.
Dalla pelle alle perle, quelle di Edoardo Occelli e Luisa Conventi. Il primo è famoso per le sue perle tahitiane (quelle grigie sono le più famose ed impiegano 8 anni per farle diventare grandi), la seconda per la pazienza e la bravura con la quale assieme alle sue collaboratrici (tutte impiraresse), porta avanti una tradizione iniziata dal nonno Ferenaz nei primi anni ’50, per realizzare gioielli in vetro, dove predomina la perla in vetro e le piccole perline ricavate dal taglio delle canne di vetro, chiamate “conterie” .

L’ultima stanza è quella dedicata al sapone e ai profumi di The Merchant of Venice. A creare delle fragranze accattivanti e naturali, Domenico Moramarco, esperto di profumi, che ha spiegato come le spezie che servivano per i profumi, venissero portate tra il XIII e il XVII secolo da alcune imbarcazioni chiamata Mude e poi vi erano i Muschieri a creare oli essenziali ed essenze.
Con la scia di profumi che si mescolano insieme, si finisce per trovare al lavoro le signore di Burano, le merlettaie, che alle spalle hanno una tradizione lunga secoli.

Al di fuori del museo di Palazzo Mocenigo, il percorso tra le attività artigianali è proseguito. Abbiamo rifatto visita a Stefania di Paperoowl, poi ci siamo inoltrate nel mondo di Lunardelli e Laberintho, due realtà del design: i primi creano oggetti, i secondi, gioielli.
Lo showroom (la sede aziendale è a Fossalta di Piave) di Lunardelli (attività nata circa 50 anni fa) è il luogo dove l’azienda vuole esprimere la passione e l’amore per Venezia, sottoforma di design. È un laboratorio (aperto ad adulti, bambini ed anziani), dove svolgono anche attività didattiche, perché hanno una concezione sociale del loro lavoro. Vogliono trasmette l’amore per il legno (usano solo quello di aziende che applicano la poltica della riforestazione)e la bellezza del mestiere del falegname. Lunardelli è un’azienda che unisce tradizione all’innovazione, crea oggetti di design, usando delle macchine, ma sono comunque manufatti.

Qualità e realizzazione a mano, caratterizzano anche il laboratorio orafo Laberintho, di Davide Visentin e Marco Venier. Dal 1994, da quando passeggiando per Venezia hanno trovato per caso in affitto questo negozio ed amanti dell’orificeria e dei gioielli, hanno deciso di intraprendere questa strada, per creare oggetti eleganti e funzionali.

Alice Bianco e Sara Prian

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La notte è piccola per noi – Dalla Sensa alla Misericordia

 

La notte è piccola per noi – Di Fondamenta in Fondamenta (dalla Sensa alla Misericordia)

 

Si è tenuto sabato 6 aprile, il primo appuntamento per riscoprire “Il Bello Nascosto” dei distretti produttivi della Venezia artigianale. I protagonisti di questo primo itinerario sono stati: l’Officina dei Fratelli Zanon, l’Atelier di Stefano Nicolao e la bottega di restauro Cincotto Arte.

Poco dopo il Ghetto, all’inizio di quella che è la Fondamenta de la Sensa, si trova l’officina dei fabbri Zanon, ora di proprietà dei fratelli Paolo e Francesco (prima del padre Gino). L’esperienza è tanta, i fratelli ora hanno rispettivamente 80 e 76 anni, con loro lavora un altro dipendente sulla cinquantina, che però probabilmente sarà costretto a chiudere bottega perché persiste il problema del ricambio generazionale (dagli anni ’80, numerose scuole hanno aderito a far fare dei corsi per insegnare ai più giovani la loro arte, ma non si è mai presentato nessuno).

Paolo e Francesco sono diventati maestri artigiani negli anni ’80, hanno collaborato con il celebre architetto Carlo Scarpa ed altri, che li hanno fatti diventare famosi in tutta Italia ed Europa. Oltre a fornire componenti metallici su misura, i Zanon hanno realizzato anche sculture (il basamento della partigiana vicino a Sant’Elena) e numerose altre opere a Venezia e in tutto il Paese.
A tal proposito, per mantenere viva la memoria dei vari lavori realizzati in tutta Europa, oltre ad alcuni libretti fotografici, i fratelli Zanon hanno realizzato una mappatura dei luoghi: attraverso delle bandierine, hanno segnalato i posti e la tipologia di edificio in cui hanno realizzato una loro opera.

Dai metalli alla sartoria, fino ai restauri: si è lasciata la Fondamenta de la Sensa per trasferirsi nell’adiacente Fondamenta de la Misericordia, dove ha sede l’Atelier di costumi di Stefano Nicolao e Cincotto Arte, famoso per i suoi restauri.
Ad accogliere il gruppo, all’interno dell’atelier, è stata la moglie di Stefano Nicolao, che ha raccontato un aneddoto particolare legato alla carriera del marito: il viaggio in Nepal, quando ha dovuto insegnare alla popolazione del luogo a lavorare con le macchine a manovella e ha dovuto interpretare le gestualità di quelle popolazioni.

Stefano Nicolao lavora molto con i giovani (la media è 28 anni), che vengono ad imparare da tutte le parti d’Europa. Avendo una cattedra anche all’Accademia di Belle Arti (insegna taglio storico), coinvolge spesso anche i suoi studenti.
La profonda conoscenza tecnica, il rispetto del taglio d’epoca e dei materiali, nonché la sapienza nell’usarli e la continua ricerca dell’identificazione del costume con la storia, garantiscono un prodotto artistico che rende le creazioni apprezzate in tutto il mondo e rapprensenta il valore aggiunto dell’atelier.

Stefano Nicolao è da sempre un appassionato di teatro, ha iniziato la sua carriera come assistente di sartoria per scene e costumi con diversi costumisti di teatro, cinema e televisione. Nel 1975, presso il Teatro Stabile Friuli Venezia Giulia di Trieste dirisse come freelance la sartoria per la stagione di prosa, riconfermata poi per la stagione successiva e si avviò così la carriera di libero professionista.
Negli anni ’80 ritorna a Venezia e si occupa di far rinascere il Carnevale di Venezia e nell’83 fonda la ditta Nicolao Atelier, per realizzare costumi storici, con un occhio di riguardo per la storia del costume veneziano, mantenendo primaria la lavorazione artigianale anche per gli accessori.

Adriano Cincotto ha invece iniziato la sua attività lavorativa, facendo l’apprendistato come rettificatore, restauratore di elementi metallici, meccanici, dopodiché a 28 anni si è iscritto all’Accademia di Belle Arti ed ha iniziato a lavorare per il Centro Diagnosi e Conservazione di Arezzo, ha girato l’Italia e poi quando gli è stato assegnato il lavoro di smontaggio delle guglie della Basilica di San Giovanni e Paolo, ha deciso di rimanere a Venezia.

Dal 1997 realizza interventi di restauro conservativo (pietra, marmi policromi, stucchi e affreschi parietali e di soffitti), ha 4 dipendenti, tutti formati da lui ed ha anche intrapreso l’attività di scultore e una parte del suo laboratorio ora è adibita a spazio espositivo.

Una galleria di foto dell’evento potete sfogliarla nella nostra PAGINA FACEBOOK

Alice Bianco e Sara Prian

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