Silvia Sanna: una vita tra il calcio e lo storytelling

Silvia Sanna: una vita tra il calcio e lo storytelling

Infanzia passata, in quel di Sassari, a giocare a pallone nei campi di cemento, a giocare quel calcio che non ha mai dimenticato, che l’ha fatta diventare l’unica donna nella nazionale italiana scrittori. Sì perché Silvia Sanna è un vulcano ed oltre ad avere la passione per quella palla che rotola, è anche maestra di sostegno alla Scuola Primaria, docente di laboratori di editoria e scrittura creativa, nonché storyteller e autrice sia di romanzi che di reportage.

Una donna che ha vissuto un mese in una tendopoli a L’Aquila e per quasi un anno, sull’isola dell’Asinara in una galera abbandonata e occupata da operai cassintegrati con le loro famiglie. Una donna che, se così non dovesse bastare, è partita per la Palestina, lasciando in quel luogo cuore e testa. Una donna che, come si legge nel suo blog, “da grande, cioè verso i 110 anni, vorrei fare la fotoreporter, la libraia, la bibliotecaria e la guida turistica”.

Una donna così, non potevamo mica perdere l’occasione di intervistarla, per entrare nel suo mondo fatto di ironia e intelligenza.

Com’è nata la passione per la scrittura e per lo storytelling?

Ho sempre scritto, fin da bambina: poesie, canzoni, diari, qualunque cosa su qualunque superficie scrivibile. Se avessi potuto, avrei scritto sulle camicie bianche dei passanti. Scrivevo molto, ma raramente facevo leggere agli altri i miei scritti per una forma di pudore e imbarazzo: perché vivevo la scrittura come un atto intimo. Poi la necessità di raccontare storie che potessero e dovessero essere lette, ha preso il sopravvento: ho pensato che dar voce alle persone e alle loro storie fosse non solo necessario, ma in alcuni casi un vero e proprio dovere morale. Lo storytelling è la naturale prosecuzione del mio modo di raccontare: mettere al centro della narrazione le persone, con le loro storie, belle o brutte che siano. Se qualcuno non ha un nome, un volto, una storia, non esiste pienamente, rischia di rimanere solo un numero: ecco, io amo le persone, non i numeri.

Hai un passato tra i campi di calcio: come è venuta l’idea di unire la tua passione per la scrittura a quella del calcio dando vita a “Una Bomber”?

“Una bomber” è nato nel modo peggiore per una calciatrice e migliore per una persona che ama narrare: stare ore e ore in panchina. Ho iniziato a giocare a calcio molto tardi, anche se come molte, da bambina palleggiavo con la testa delle bambole. Per questo mi sento di ringraziare l’azzurra Valentina Giacinti che ha sdoganato un tabù ludico che qualcuno scambia per tortura ai danni delle Barbie.

Giocavo con i bambini perché le bambine preferivano giochi più composti e statici, che a me risultavano noiosi. I miei amici suonavano il citofono e chiedevano a mia madre il permesso per farmi scendere per strada, perché mancava un giocatore e nonostante le ansie come “Ti vengono le gambe storte” o le richieste “Ma non puoi giocare con le femmine?”, io e le mie ginocchia sbucciate eravamo felici. Tutto questo per dire che non avendo mai giocato al di là del campetto sotto casa, mi sono sempre mancate la preparazione e la tecnica, e l’istinto non bastava. Quando a vent’anni sono entrata in una squadra, vera e di sole donne, ero già troppo grande: le altre giocavano da sempre e io non avevo fiato, muscoli, tecnica, ma “solo” una passione infinita. Perciò il mio ruolo, a parte quello di entrare negli ultimi 10 minuti e segnare, era quello di panchinara. E dalla panchina si ha un punto di osservazione privilegiato, perciò ho scritto “Una bomber” ispirandomi a scene viste in campo e altre ricostruite, ma non troppo, con la fantasia. Lo considero un esperimento a metà strada tra il bestiario del calcio e un manuale per continuare a non capire le donne.

Ho giocato con gli stereotipi sperando di smontarli: non so se ci sono riuscita, ma il libro è stato apprezzato da molte calciatrici che hanno capito la mia volontà di esagerare in alcuni passaggi per ridicolizzare luoghi comuni, sessismo e omofobia.

Come hai vissuto la convocazione nella nazionale scrittori e com’è essere l’unica donna in questa squadra?

Ho pensato che il mister della Nazionale Scrittori, Francesco Trento fosse proprio disperato a convocare me. Però in fin dei conti non ci sono tante donne che amano scrivere e giocare a calcio. In realtà credo di essere quella che in gergo tecnico si definisce ‘na ”sola”. Una zavorra al centrocampo che crea confusione, ma tra i propri compagni, mica tra gli avversari! Ogni tanto, quando arrivo davanti all’area, rischio anche di fare gol. Il fatto è che mi diverto così tanto a giocare che alla fine mi dimentico che l’obbiettivo è fare gol. La squadra è formata da un gruppo meraviglioso di scrittori con i quali ho legato subito: sono divertenti, acuti, gentili e ben allenati. La loro preparazione atletica è seria e meticolosa e anche la dieta pre-partita.
Per prepararmi per la partita Austria-Italia a Vienna, io mi sono iscritta in palestra e l’ho frequentata per 3 giorni; prima del match loro mangiavano pasta in bianco e io wurstel e crauti. Così, giusto per smontare lo stereotipo dell’uomo famelico e della donna perennemente a dieta. Io li adoro e spero che mi portino come zavorra ad altre partite, perché se in campo non do il mio contributo sportivo, al terzo tempo, tra birra e crauti, non sono poi malaccio.

Seguendo molto il calcio femminile, mi sono accorta che negli ultimi anni, soprattutto grazie a emittenti come Sky, sia diventato fonte di storytelling per i giornalisti. Quanto credi questo strumento possa incidere per il coinvolgimento delle persone nel movimento?

Come già detto prima, lo storytelling è un mezzo utile e potente, quindi anche rischioso. Una storia narrata male può incidere negativamente sul singolo e sulla collettività, citando Moretti “Le parole sono importanti”. Spesso nel calcio femminile vengono usate senza criterio, altre volte il criterio purtroppo c’è ed è “doloso”. Oppure, spesso, vengono raccontate delle storie con una banalità sconcertante – linguistica e tematica – che non fanno che rafforzare gli stereotipi. Un tentativo di complimento come “Galli ci ricorda Pirlo” se può far piacere, rivela anche una totale mancanza di paragone di genere. Quanto sarebbe bello sentire, prima o poi: “Questa giocatrice ricorda Tona, Fuselli, Domenichetti, Iannella” e altre campionesse di calcio e di umanità. Come dicevo prima, una persona inizia a esistere solo se le dai un nome, un volto, una storia.


Detto questo, per me l’esempio migliore di storytelling è mia mamma che odia il calcio e quando la chiamo per dirle di mettere su Rai1 che c’è la Nazionale, mi prende per matta, ma poi aggiungo che giocano “Elisa e Aurora, le nostre ex vicine di casa” e si precipita a cambiare canale. Elisa Bartoli e Yaya Galli sono due bellissime persone, oltre che due campionesse: sapere questo, cioè conoscere anche solo un po’ della loro storia e personalità fuori dai campi, aiuta sicuramente ad avvicinarsi a loro come persone e come sportive, e quindi al calcio femminile. Anche perché per fortuna, al contrario di ciò che avviene con i calciatori, non troveremo mai le loro storie sui giornaletti di gossip. A parte i tentativi di attribuire fidanzate a tutto spiano a tutte le calciatrici, dico. Lo storytelling, quindi, se basato sulle competenze e le qualità personali, può servire a far conoscere contemporaneamente queste grandi donne e atlete.Se posso permettermi, consiglierei anche la lettura del libro “Volevo essere Maradona” di Valeria Ancione che racconta la donna e l’atleta Patrizia Panico ed è un ottimo esempio di storytelling.

A proposito di calcio femminile, cosa credi si possa fare di più per far cambiare mentalità a chi dice che non può essere paragonato a quello maschile?

La mia risposta “di pancia” data è: niente. Lasciamo che il calcio femminile non sia paragonato a quello maschile, per carità, perché perderebbe molto! Il calcio femminile è, nella maggior parte dei casi, genuino, corretto, umile. Si può dire altrettanto di quello maschile? Diverso è invece il discorso prettamente professionale: il calcio femminile deve essere equiparato a quello maschile, perché è vergognoso che sia considerato uno sport dilettantistico nonostante l’impegno, la professionalità e le competenze delle atlete; come se il giornalismo fosse considerato una professione per gli uomini e un hobby per le donne, quindi sottopagato o non retribuito proprio.

Conosco fior di giocatrici di serie A che per mantenersi giocano e lavorano allo stesso tempo e giocatori di serie inferiori che guadagnano il triplo. Pare che i recenti Mondiali stiano finalmente dando uno scossone al movimento: le donne hanno mantenuto un atteggiamento diplomatico per troppo tempo, è ora di iniziare a rovesciare le scrivanie, metaforicamente parlando. Cosa possiamo fare noi, a parte seguire il calcio femminile? Fare in modo che finiscano le assurde distinzioni tra “cose da maschi” e “cose da femmine” che da sempre caratterizzano – e spersonalizzano – la crescita di bambini e bambine. Sono una maestra e mi piace spiazzare bambini e colleghe prendendo un pallone e iniziando a palleggiare in mezzo al campetto. La maestra che gioca a calcio è, per me, la lezione migliore sulla parità di genere che io possa offrire alle mie alunne e ai miei alunni, ma soprattutto ai genitori e ai colleghi. Negli ultimi tre anni sono state quattro, le mie alunne che hanno iniziato a giocare a calcio (da sempre considerato “uno sport per maschi”) e sono il mio orgoglio tanto quanto Davide, il mio alunno del cuore, che è un campione di ginnastica artistica (da sempre
considerato “uno sport per femmine”).

Sono anni che mi batto per far capire quanto sia importante la creatività nella vita di una persona. Tu, da insegnante, quanto pensi sia fondamentale nella vita di un essere umano fin da piccolo dare sfogo alla sua creatività?

Penso che sia non solo importante, ma proprio vitale, esprimere la propria creatività. Se io non scrivessi mi sembrerebbe di vivere a metà, di non respirare abbastanza ossigeno, di non poter regalare, liberare o prestare i miei pensieri. Credo che tutti, ma proprio tutti, siano “portatori di creatività”, ma purtroppo non sempre questa riesce ad affiorare per vari motivi: il contesto in cui si vive, il carattere, gli strumenti che si possiedono, l’autostima. Mi viene in mente Vivian Maier: una bambinaia un po’ burbera che lavorava presso famiglie statunitensi abbienti. Era una donna molto riservata e poco socievole e solo molti anni dopo la sua morte si scoprì che aveva delle straordinarie doti come fotografa tanto da essere considerata, oggi, una delle migliori al mondo. Ecco: lei è riuscita non solo a scoprire, ma anche a coltivare la sua creatività e chissà quante potenziali Vivian ci sono tra i banchi di scuola, al mercato, in cucina, in fabbrica.

Da quel che ho letto su articoli e nel tuo blog sei una donna che non si ferma mai e assolutamente da prendere come esempio. Come riesci a trovare un equilibrio tra tutte le cose che fai?

Non so se sono da prendere come esempio: senz’altro quello che faccio, lo faccio sempre con passione, entusiasmo e onestà, mettendoci tutte le energie… per poi finire stesa a terra per la stanchezza, ma con orgoglio. Poi mi riprendo un po’ e ricomincio. E’ più forte di me: l’iperattività creativa e organizzativa mi hanno sempre accompagnato, fin da piccola: mi piace organizzare momenti di condivisione, creare gruppi di lavoro, creare relazioni tra persone che hanno tanto da dire e da dare. Non credo di aver trovato un equilibrio, anzi, ogni tanto barcollo un po’ perché mi rendo conto di fare troppe cose contemporaneamente. Ma se non ora, quando? Quindi più che un esempio, posso pensare umilmente di incoraggiare le persone che hanno delle passioni a coltivarle fino in fondo, sempre.

Noi di WearMore cerchiamo sempre il MORE, il valore aggiunto nella vita e nel lavoro. Cos’è quindi per Silvia il MORE?

Il mio personale “more” credo sia l’apertura verso l’altro, verso le differenze, con una vita personale e lavorativa protesa verso un arricchimento umano e culturale dato dagli scambi tra persone. Non è un caso che io abbia scelto di lavorare nella scuola più multietnica della mia città, San Donato, in una classe composta da 16 bambini di cui 12 figli di stranieri. Ogni giorno, entrando a scuola, mi sembrava di aver ricevuto un regalo immenso: tutti quei colori, quelle lingue, quei profumi…tutta quella ricchezza per il nostro presente e per il futuro. Il “more” per me è proprio questo: guardarsi attorno, cogliere quanto c’è di più bello e differente da noi e arricchirsi delle proprie reciproche differenze.

Sara Prian

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