I numeri della moda italiana – Cresce il fatturato, ma gli stipendi no

 

I numeri della moda italiana – Cresce il fatturato, ma gli stipendi no

 

Sono usciti qualche giorno fa i dati di Confindustria Moda che riguardano il fatturato di questo settore per l’anno 2018. Volete sapere a quanto ammonta?

 

Se andiamo a cercare la definizione, uscirà qualcosa del genere: Ricavi stimati per 95, 7 miliardi di euro (+0,9% rispetto al 2017) ed export a 63,4 miliardi (+2,6% rispetto al 2017).

 

Come fa notare però, il Sole 24 Ore, volete sapere qual è il colmo?

 

Gli stipendi delle oltre 400mila persone operanti nel settore, sono fermi.

 

Il fashion è l’industria italiana tra le prime a fatturare maggiormente, questo perché all’estero il Made in Italy (anche se poi molti marchi delocalizzano la produzione) è molto apprezzato. La moda italiana ce la fa, nonostante alcune difficoltà politiche internazionali (sanzioni della Russia e l’ombra incombente della Cina) e quindi, mentre gli italiani si impoveriscono, dobbiamo tutto all’export.

Secondo i dati, l’Italia è la seconda nazione al mondo come esportazioni di tessile, moda ed accessori (dietro a metallurgia e Food&Beverage). Chi gode però dei nostri stupendi prodotti di artigianalità?

 

In Europa: la Francia (+2,4%), in Germania (+ 0,9%), Regno Unito (+6,5%).
Fuori dall’Europa: Svizzera (+14,2%), USA (+1,3%) la Cina (+13,6%), la Corea del Sud (+11,3%)

 

Artigianalità ed una filiera produttiva da preservare: questo il valore aggiunto (il More) della moda nostrana. Ebbene, la parte più importante la giocano coloro che sono parte attiva nella produzione e cioè gli operai del settore. È da sottolineare però, che (secondo le stime del Sole 24 Ore) «negli ultimi 4 anni, solo per i quadri (le cariche più alte e vicine alla dirigenza), si è avuta una dinamica retributiva in crescita, mentre sulle altre qualifiche della filiera i trend sono al ribasso o in stagnazione.» A soffrire di più è il reparto del tessile (abbigliamento ed accessori), dove gli stipendi medi sono del -5% rispetto alla media nazionale.


Mentre volete sapere quali retribuzioni crescono? Quelle dei dirigenti, ovviamente! Circa il doppio di quelle dei loro vice, il triplo rispetto a quelle degli impiegati e il quadruplo degli operai.
Nel 2016 gli stipendi erano aumentati, su base annua, del 2,1% c’è quindi una domanda da porsi: stiamo tornando indietro?

C’è poi da distinguere tra il lavorare in una grande azienda con una produzione grande, non luxury e fast e il lavoro negli atelier artigianali, dove sarte/i ed operai, realizzando pochi capi, di lusso e con la qualità del Made in Italy e della tradizione, debbano impiegare più tempo e precisione.

Ci sono casi in cui poi, come ha dimostrato il servizo di Report (Rai 3) di un mese fa, (sulla produzione delle grandi case di moda e non solo), in cui a prevalere è la delocalizzazione, preferita per i costi troppo alti del lavoro qui in Italia. E siccome perché venga considerato Made In Italy, un capo basta sia fatto per il 10% da noi, il gioco è semplice: è facile apporre un’etichetta e guadagnarci molto di più di quanto effettivamente è stato speso per produrre.

C’è quindi da rivalutare prima, l’intera gamma di requisiti, affinché il Made in Italy venga considerato tale. Soprattutto servirebbero delle leggi diverse, che garantissero condizioni di lavoro migliori per i lavoratori, in generale. E la salvaguardia della vita lavorativa di questi operai/operaie: si sa che senza di essi, specializzati in questo settore, i prodotti non verrebbero nemmeno confezionati e messi in commercio.
Bisognerebbe rivedere tutto in un’ottica meno da ”catena di montaggio”, più rispettando il lavoro di nicchia e specializzato che queste persone svolgono (soprattutto nel luxury).

Che ne pensate?

Alice Bianco

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