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Brand Journalism: quanto è importante raccontarsi

 

Brand Journalism: quanto è importante raccontarsi

Oggi vi vogliamo parlare di una branca del giornalismo poco conosciuta, ma che abbiamo avuto modo di esplorare parlando con voi e raccontandovi sulle pagine di questo blog. Stiamo parlando del brand journalism.

Se andiamo a cercare la definizione, uscirà qualcosa del genere: “tipo di giornalismo che si occupa della comunicazione di tutto ciò che ruota attorno a un marchio – brand – con lo scopo di informare i lettori sulla storia dell’azienda attraverso gli strumenti e le regole proprie del professionista che opera nei mass media”.

Esploso negli ultimi anni, grazie al web e ai social media qualsiasi brand può raccontarsi distaccandosi anche dalle più classiche testate giornalistiche, ancora magari legate fortemente al cartaceo, e scegliere blog, blogger o, addirittura, di diventare editori di se stessi con creazione di magazine o di un blog all’interno del loro sito internet (quest’ultima cosa, ormai imprescindibile per aumentare la visibilità organica nei motori di ricerca).

Fare marketing e fare giornalismo quindi, sono due azioni che sembrano, nell’era moderna sovrapporsi, grazie anche all’applicazione dello storytelling attraverso non solo la parola scritta, ma anche e soprattutto attraverso le immagini. Diventa quindi fondamentale, per fare bene brand journalism, sapersi raccontare, tenendo sempre bene a mente che nessuna storia è troppo banale. C’è sempre qualcosa di interessante dentro di noi, dentro al nostro brand o azienda che vale la pena far arrivare agli altri.

Per questo motivo nell’era del digitale diventa imprescindibile avere qualcuno in grado di creare contenuti per comunicare con le proprie community di riferimento e creare con loro, attraverso articoli, stories e quant’altro, un filo diretto che non prevede più una lunga sequela di intermediari.

Un altro strumento interessante diventa quindi raccontare di sé in altri blog, per ampliare la propria community e fare affidamento sull’engagement che nano e micro blogger riescono ad avere, collaborando con loro in maniera proficua.

Tutto ciò perché ormai il consumatore è stanco della solita pubblicità e per comprare qualcosa deve rivedersi nei valori del brand o dell’azienda ed è per questo che ha bisogno di conoscere la storia, di leggere e sentirsi coinvolto. Diventa quindi impossibile non fare brand journalism, soprattutto perché questo permette ad un’azienda, non solo di promuovere la propria immagine in maniera coinvolgente, ma trasformare i propri articoli o quelli che appaiono nei blog, in fonte primaria di notizie, diventando così esse stesse opinion leader del settore.

Fatevi coinvolgere dal brand journalism, raccontandoci di voi. Come fare? Lasciate la vostra mail qui sotto e vi ricontatteremo il prima possibile.

Raccontaci la tua storia


Sara Prian

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Neuromarketing – Identificare, Codificare, Modificare. Quinta Lezione

 

Neuromarketing – Identificare, Codificare, Modificare. Quinta Lezione.

Sviluppare delle abitudini negli utenti richiede pazienza e perseveranza e, soprattutto, non esiste modo di sapere se un’idea possa funzionare senza prima testarla con dei clienti reali. Dovrete quindi analizzare continuamente i comportamenti e sperimentare per capire quale vostra azione è recepita in maniera migliore.

Per fare questo dovete:

 

IDENTIFICARE

Domandatevi: “chi sono le persone abituali del prodotto / servizio x?” “Quanto spesso un utente dovrebbe utilizzarlo?”

Le risposte a queste due semplici domande sono molto importanti e potrebbero cambiare radicalmente la vostra strategia iniziale. È quindi fondamentale definire le personas (gruppi di utenti tipo, ognuno con le proprie caratteristiche) e l’engagement del vostro target rispetto al prodotto o servizio.

Avete bisogno di analisi, supposizioni e proiezioni realistiche per capire, ad esempio, quanto spesso qualcuno interagisce con il vostro prodotto.

Scovate dunque nei numeri, fate ricerche di mercato, solo così potrete indirizzarvi bene e, nel caso, correggere il tiro.

 

CODIFICARE

Vi state domandando quanti utenti sono un buon numero di partenza? Secondo alcune stime il 5%. Dunque se almeno il 5% dei vostri utenti / clienti non trova il vostro prodotto / servizio interessante da usarlo tanto quanto sono state le vostre proiezioni prevedono, c’è sicuramente bisogno di correggere il tiro.

Diventa quindi importante codificare gli step che i vostri clienti compiono per usare il vostro prodotto, per comprendere cosa piace e cosa no. Il modo in cui un cliente / utente usa il vostro prodotto crea una sorta di mappa unica per ogni utente che è ben analizzare. Voi, infatti, state cercando un percorso abitudinario, una sorta di routine, una serie di azioni simili, condivise dai vostri clienti.

Questo serve per determinare quali step sono fondamentali per creare clienti fedeli, così da incoraggiare questi step per portare nuovi utenti ad amare il vostro marchio.

 

MODIFICARE

A questo punto è tempo di rivedere il vostro prodotto o servizio in base a quanto emerso dalle analisi precedenti.

Dovete diventare quello che viene chiamato facilitatore: creare cioè qualcosa che renda migliore in qualche modo la vita di qualcuno.

Domandarvi sempre non “quale problema dovrebbe risolvere”, ma “quale problema vorrei che qualcuno risolvesse per me?” Osservare il vostro stesso comportamento potrebbe ispirare la creazione di un prodotto o trovare la soluzione ad un problema già esistente.

Sara Prian

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Neuromarketing – L’Impegno e l’investimento. Quarta lezione

 

Neuromarketing – L’Impegno e l’investimento. Quarta lezione.

L’ultima fase affinché il cliente crei l’associazione mentale che attiva i loro comportamenti automatici è quella che riguarda l’impegno che ci mette l’utente stesso e il potere che questo impegno genera.

Più un cliente investe tempo ed impegno in un prodotto o servizio, più questo viene valutato da loro con maggiore importanza.

Quelli che investono tempo e sforzi, associano all’oggetto/servizio grande valore semplicemente perché ci hanno messo un grande impegno. Pensate alla più semplice costruzione con i mattoncini che avete fatto: capirete subito che non importa il suo valore monetario, ma se ci avete investito del tempo, quell’oggetto per voi aumenterà il suo valore.

E questo accade anche di riflesso. Se, infatti, vediamo gli altri apprezzare un oggetto o un servizio, veniamo spinti a provarlo anche noi e se non ci piace, lo proviamo ancora fino a farcelo piacere e tutto questo per evitare quella che viene chiamata dissonanza cognitiva, quella cioè che non ci fa amare ciò che agli altri sembra recare grande piacere. Così, lentamente, senza accorgercene, modifichiamo la nostra percezione sulle cose che una volta non ci piacevano.

In fin dei conti è provato che se un cibo non ci piace, a suon di assaggiarlo, il nostro palato si abitua fino a farcelo piacere!

Quindi più impegno ci mettiamo in qualcosa , più siamo portati a valutarlo e questa è chiamata fase di INVESTIMENTO nella quale chiediamo al nostro cliente di fare un po’ di lavoro. Gli investimenti riguardano la sfera del piacere che provoca l’anticipo di una ricompensa a lungo termine e che quindi non corrisponde ad una gratificazione nell’immediato.

L’idea dietro a tutto questo è quella di fare leva sulla capacità dell’utente di capire che il servizio/prodotto migliorerà sempre di più con l’uso e con l’investimento (tempo) personale. Più impegno i clienti/utenti ci mettono, più beneficio se ne trae da entrambe le parti.

I valori, dunque, che un utente assegna ad un determinato prodotto o servizio, aumentano la possibilità che esso venga riutilizzato.

Vediamo quindi cosa sono gli STORED VALUES e come si suddividono.

CONTENT

Ogni volta che ognuno di noi aggiunge, ad esempio, un brano su Spotify nella nostra personale playlist, ecco che siamo sempre più legati a questo servizio al quale siamo noi a dare valore aggiunto ogni volta che compiamo un’azione come, appunto, aggiungere un brano. E più persone entrano in contatto con quella canzone, più persone utilizzeranno il servizio, più il servizio migliorerà.

DATA

Aumentiamo il valore di un servizio o di un prodotto aggiungendo i nostri dati o registrando i nostri comportamenti. Un esempio a cui pensare è Tinder dove, inserendo i nostri dati e scegliendo o meno qualcuno, di volta in volta, permettiamo al servizio di migliorarsi e di offrirci risultati sempre più vicini alle nostre preferenze.

FOLLOWERS

Pensiamo ad Instagram; più ognuno di noi cura la propria cerchia di persone che segue, più l’algoritmo ci mostrerà contenuti che rispecchiano meglio i nostri interessi. Motivo per cui chi si occupa di creazione di contenuti deve investire in produrre sempre più contenuti interessanti e di qualità, migliorando il servizio stesso e quello che offre.

REPUTAZIONE

Chi ha un negozio su Etsy o eBay, oppure chi ha una struttura su TripAdvisor, sa che la reputazione, le famose stelline, sono fondamentali per crescere. E questi “punteggi” vengono assegnati dagli utenti, dai vostri clienti, che valutano il vostro lavoro, permettendo ai portali di assegnare valore a chi vende o si fa pubblicità attraverso di loro, migliorando così di volta in volta la proposta per il successivo user alla ricerca di un determinato prodotto o servizio.

SKILL

Investire tempo e impegno nell’imparare ad usare un prodotto è una forma di investimento e di stored value, che riprende i principi elencati nelle lezioni precedenti quando si parlava di abilità.

Aumentare quindi la propria capacità nel fare qualcosa, porta a sentirsi padroni di qualche talento (ricordate le rewards of the self?). Questo però porta con sè un rovescio della medaglia: una volta che un cliente impara ad usare qualcosa, difficilmente investirà altro tempo per imparare ad usare un prodotto simile per testare se la concorrenza è migliore.

Sara Prian

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Neuromarketing – Le Ricompense. Terza lezione

 

Neuromarketing – Le Ricompense. Terza lezione.

Oggi facciamo conoscenza con il terzo punto della nostra base di #neuromarketing , ovvero la RICOMPENSA (Reward).

Per conservare alto l’engagement, un prodotto o un servizio deve offrire delle promesse che, ovviamente, poi dovrà mantenere. In questa fase, quindi, voi ricompensate il vostro cliente / utente, come già detto moltissime altre volte, risolvendo loro un problema, rafforzandone così la loro motivazione al proseguimento di un certo tipo di comportamento e / o azione.

Facciamo quindi un piccolo salto dentro il nostro cervello per comprendere al meglio l’importanza delle ricompense.

Negli anni ’40 del Novecento, due scienziati, James Old e Peter Milner, iniziarono i primi esperimenti sui topi da laboratorio, applicando degli elettrodi nei loro cervelli. Questo permise loro di dare dei piccoli impulsi elettrici che stimolavano una piccola area del cervello chiamata Nucleus Accumbens (Nucleo adiacente al setto) e si resero conto che i topi diventavano dipendenti dalla sensazione che l’impulso provocava.

Passarono quindi all’esperimento successivo che fu quello di applicare lo stesso procedimento sugli uomini e si accorsero che i risultati erano praticamente gli stessi. Addirittura, i volontari che si erano prestati all’esperimento, dimenticavano i bisogni primari come quello di bere o mangiare, pur di schiacciare il pulsante che faceva azionare gli impulsi elettrici.

Furono così convinti di aver scoperto il centro del piacere.

Brian Knutson, con i suoi recenti studi, invece ha ribaltato quanto detto fino ad adesso. Grazie ad una risonanza magnetica e allo studio dell’apporto di sangue al cervello, studiò come il Nucleus Accumbens si illuminasse non per la sensazione di ricevere la ricompensa di per sé, ma per il bisogno di alleviare il desiderio per la ricompensa. È quindi l’attesa di ricevere una ricompensa che fa pulsare il nostro cervello.

Vediamo però ora un altro aspetto e l’importanza della VARIABILITÀ all’interno delle ricompense stesse.

Quando ci troviamo davanti a qualcosa di nuovo, se da una parte magari siamo intimoriti, dall’altra veniamo attratti da una forte curiosità. Non sappiamo, almeno inizialmente, se ciò che stiamo guardando possa provocarci qualche danno e, nel momento in cui comprendiamo che non può causare nessun pericolo, ecco che la maggior parte delle volte scoppiamo a ridere.

La risata, infatti, viene identificata come una valvola di sfogo quando proviamo del disagio e quel senso di incertezza (che però provoca anche una sorta di eccitazione), ma senza la paura di rimanere “feriti” da ciò che abbiamo davanti.

E una volta capito questo, la “cosa nuova” non attrarrà la nostra attenzione nella stessa maniera di prima: conosciamo il comportamento di questa cosa e possiamo prevederlo, rischiando così che quindi non sia più una cosa eccitante da vedere.

Ecco che quindi in un prodotto o servizio, o nei vostri account, è fondamentale la variabilità che offrite: è fondamentale perché qualcosa mantenga la nostra attenzione che offra periodicamente qualcosa di nuovo.

Le ricompense nel neuromarketing

Secondo Nir Eyal esistono tre tipi di ricompense variabili che vale la pena citare per farvi un’idea migliore.

REWARDS OF THE TRIBE

Inutile negarlo: abbiamo bisogno delle altre persone e ancora di più abbiamo bisogno che gli altri riconoscano il nostro ruolo all’interno di una comunità, ci accettino e ci facciamo sentire parte di qualcosa. Per questi motivi i social media sono diventati così popolari: perché soddisfano i bisogni sopracitati e in più soddisfano il bisogno dell’essere umano di imparare. È infatti dimostrato che le persone si sentono ricompensate se guardando qualcuno possono imparare qualcosa.

REWARDS OF THE HUNT

Quando gli uomini vengono spinti dal bisogno di possedere una determinata cosa, ecco che in loro trovano una persistenza che si fa sempre più forte in base alla ricompensa. Il bisogno di acquistare qualcosa che secondo noi serve per la sopravvivenza, è un elemento insito nel sistema operativo del nostro cervello da sempre.

REWARDS OF THE SELF

L’essere umano è spinto a superare ostacoli anche solo per la soddisfazione di riuscirci. Cercare di risolvere qualcosa, come un livello in un videogioco, può spingere le persone a continuare a compiere quel determinato comportamento.

Uno dei desideri del singolo sta nell’acquisire più competenze possibili riguardo un elemento X , non sapere poi come andrà a finire (vedi i cliffhanger nelle serie TV) aggiunge quel pizzico di eccitazione in più che spinge il singolo ulteriormente a perseguire un certo tipo di obiettivo.

 

Ora che avete appreso questi concetti, vi invito a fare degli esercizi e a porvi delle domande.

Contattate dei vostri clienti fidati, chiedete loro se c’è mai stato qualcosa che avete pubblicato o creato che li ha sorpresi, che ha ha provocato in loro un forte engagement e annotate tutto. Poi prendete il vostro prodotto / servizio e cercate di capire come risponde alle tre tipologie di Reward (Tribe, Hunt, Self).

Condividete i vostri esercizi ed insieme potremo capire se c’è qualcosa da migliorare oppure no.

Sara Prian

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Neuromarketing – Le Azioni. Seconda lezione

 

Neuromarketing – Le Azioni. Seconda lezione

1, 2, 3… AZIONE!

Dopo i trigger e le emozioni, un secondo elemento da analizzare nelle nostre mini lezioni di neuromarketing è l’azione, o meglio come il design o l’uso di un prodotto possono spingere un utente all’azione.

Secondo il Dr. BJ Fogg, , direttore del Persuasive Technology Lab alla Standford University, ci sono tre ingredienti base che non possono mancare per dare il via ad ogni comportamento:

– il cliente / utente deve avere sufficiente MOTIVAZIONE

– il cliente / utente deve essere in grado (ABILITÀ) di compiere questa azione

– deve essere presente un trigger che attivi il comportamento

E il tutto si può riassumere con la seguente formula:

B=MAT

 

Dove la B sta per Behavior, la M per Motivation, la A per Ability e la T per Trigger.

Pensate ad una torta, mettiamo tutti gli ingredienti necessari tranne uno, supponiamo il lievito. Ecco che la mia torta si cucinerà sì, sarà mangiabile, certo, ma rimarrà bassa e a livello di molte altre.

Voglio che adesso vi poniate una domanda. È vero che abbiamo detto che affinché la nostra torta sia perfetta da portare in tavola ci devono essere tutti gli ingredienti, ma immaginate di poter spendere di più solo per un ingrediente, in cosa investireste: sulla motivazione o sull’ abilità?

Vi dò qualche minuto per pensare.

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Bravissimi! È proprio l’abilità!

Questo perché cercare di aumentare la motivazione può diventare costoso anche in termini di tempo. In un sito web, ad esempio, un utente medio di solito tende a non considerare i testi o le istruzioni del perché o per come deve fare questo invece di quello. Se invece influenzo il comportamento riducendo gli sforzi e quindi rendendo più abile il mio utente a compiere un azione, allora ecco che capiamo perché l’abilità è più importante.

Ma spieghiamo più nel dettaglio questi due termini.

 

MOTIVAZIONE – MOTIVATION

Definisce il livello di desiderio che serve per compiere un’azione. Sapendo che l’essere umano per natura cerca il piacere per evitare il dolore, oppure cerca l’accettazione sociale contro il rifiuto, provate ad iniziare a guardare con occhio più critico le pubblicità, le comprenderete meglio e potrete prendere spunto. Ma tenete bene a mente il target: quello che motiva qualcuno non motiva per forza qualcun altro.

 

ABILITÀ – ABILITY

Più facile = migliore.

Il motivo perché gli utenti utilizzino un servizio piuttosto che un altro è da ricercare nella sua semplicità di utilizzo. Quando create qualcosa scrivetevi tutti gli step che il vostro futuro cliente dovrà compiere per utilizzare il vostro prodotto e, una volta scritte, cominciate ad eliminare gli step finché il risultato non sarà il più semplice possibile.

Altro elemento fondamentale che dovete trovare è la semplictà. Charles Bukowski diceva “Che fine ha fatto la semplicità? Sembriamo tutti messi su un palcoscenico e ci sentiamo tutti in dovere di dare spettacolo.”

Voi invece, miei cari fornitori di prodotti o servizi quella semplicità dovete ritrovarla, almeno nella fruizione dell’arte che donate con la vostra creazione.

Per questo motivo il Dr.BJ Fogg ha individuato i sei elementi di semplicità (ELEMENTS OF SIMPLICITY) da tenere conto quando si offre un prodotto o un servizio.

Essi sono:

Tempo: ovvero quanto ci metto a compiere un’ azione

Soldi: ovvero quanto mi costa compiere un’azione

Sforzo fisico: la quantità di impegno fisico che ci devo mettere per compiere un’azione

Ciclo del cervello: ovvero la quantità di impegno e attenzione richiesti per compiere un’azione

Deviazione sociale: quanto il comportamento per quell’azione è accettato dagli altri

Non-routine: ovvero quanto l’azione è concorde o meno con la mia solita routine

Voi dovete concentrarvi sulla semplicità e comprendere quali possono essere le difficoltà che un cliente potrà incontrare nell’uso del vostro prodotto o servizio.

Ovviamente le risposte cambieranno da target a target, da luogo a luogo, ma è bene e che voi abbiate davanti tutte le problematiche che i vostri utenti potrebbero riscontrare per risolverle e rendere l’esperienza più semplice possibile.

Sara Prian

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Neuromarketing – I Triggers e le emozioni. Prima lezione

Neuromarketing – I Triggers e le emozioni. Prima lezione

Neuromarketing, ovvero recente disciplina per l’individuazione di canali di comunicazione più diretti ai processi decisionali d’acquisto grazie all’utilizzo di metodologie legate alle scoperte delle neuroscienze.

Il concetto di fondo che sta alla base di questa disciplina è quindi quello di fare in modo che ciò che offro diventi un’ abitudine per il mio cliente e, per fare questo, devo risolvergli problemi o necessità immediate.

E come capire se un vostro prodotto o servizio è diventato un’abitudine? Quando, attraverso attente analisi di mercato, comprendete che per i vostri utenti non usarlo provoca una sorta di pizzicore (itch, in inglese). Pensate, ad esempio, a non poter controllare Instagram ogni volta che volete. Vi provoca un certo “dolore”, no? Un bisogno estremo di soddisfare questo bisogno andando a cliccare sull’iconcina o sulle notifiche che mi sono arrivate. Questo perché l’app è ormai entrata nella nostra routine.

Come fornitori di un servizio e/o prodotto dovete mettervi nell’ottica di focalizzare la vostra ricerca non su cosa fanno i vostri clienti, ma su quello che realmente vorrebbero fare. Questo perché i prodotti più abitudinari cominciano il loro percorso nel mercato e nella vita delle persone, come qualcosa che in inglese diciamo “nice-to-have”, ma una volta che questi diventano un’abitudine e quindi parte della nostra routine ecco che il prodotto/servizio si trasforma in un “must-have”.

Rispondete ora a queste domande:

– Cosa i miei clienti vogliono fare usando il mio prodotto / servizio?

– Dove e quando lo useranno?

– Quali emozioni suscita e impulsi attiva?

Partite dalle risposte a queste domande e mettetevi nei panni del vostro cliente / utente e proseguite scrivendo delle storie, le cosiddette USER NARRATIVES. Penna in mano e sentitevi un po’ come i vecchi narratori, quelli che raccontavano le favole, create i vostri personaggi, ovvero i vostri futuri clienti, e immergetevi nella storia che permetterà al vostro prodotto o servizio di far presa sul mercato.

Ipotizziamo che Marco voglia andare a comprare una maglietta. Questa è l’esperienza che sta per vivere. Partendo da qui, inizio a scrivere un racconto su quello che farà e cosa lo smuoverà a compiere determinate azioni. Posso così anticipare le abitudini dei miei possibili clienti, sapendo di che cosa avranno bisogno e vedendoli come protagonisti di un racconto del quale io sarò il narratore onnisciente ed empatico.

Attraverso questi mini racconti andrete a capire quali sono le emozioni che spingono il vostro cliente a compiere una certa azione. Questi impulsi, o attuatori di comportamento, vengono chiamati TRIGGERS, ma vediamo nel dettaglio cercando di schematizzarvi il più possibile la questione.

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Paid, Earned e Relationship sono triggers sono triggers che mi permettono di acquisire nuove persone che vengono a conoscenza del mio prodotto o servizio. Owned triggers invece mi permettono di avere un engagement continuativo.

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È di fondamentale importanza ricordare che il cliente creerà un’associazione tra il prodotto o servizio e la risoluzione di un suo problema, per cui voi dovete diventare l’elemento a cui il cliente / utente si rivolgerà per risolvere quel determinato problema a cui voi offrirete la soluzione. 

Abbiamo dunque parlato di come un elemento fondamentale per comprendere gli impulsi che ci portano a compiere un’azione, siano le emozioni e come attraverso di esse possiamo comprendere i potenziali clienti.

Bene, un altro metodo che si aggiunge alla User Narratives è il ‘5 WHYS METHOD‘, che sta alla base della strategia di neuromarketing della Toyota. Ripetendo ‘perché’ cinque volte la natura del problema che sta avendo un potenziale cliente, così come la sua soluzione, emergono.

Per comprendere meglio, vi riporto l’esempio che fa Nir Eyal nel suo “Hooked“: abbiamo appena inventato una cosa chiamata e-mail e andiamo ad applicare il metodo dei cinque perché.

 

Q: Perché Julie dovrebbe aver voglia di usare l’e-mail?

A: Così che possa ricevere e mandare messaggi

Q: Perché dovrebbe aver voglia di farlo?

A: Perché vuole ricevere e condividere informazioni in maniera veloce

Q: Perché vuole farlo?

A: Per sapere cosa succede nella vita di amici, colleghi ecc

Q: Perché ha bisogno di saperlo?

A: Per sapere se qualcuno ha bisogno di lei

Q: Perché le interessa?

A: Ha paura di rimanere fuori dal giro

 

Ecco che abbiamo scoperto che la PAURA è l’emozione che la muove! Abbiamo scovato il problema e scoperto che la nostra invenzione può diventare la soluzione!

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Se prendiamo ad esempio un social network come Instagram e proviamo a riflettere sulle cause del suo successo, alla luce di quanto vi ho spiegato fino adesso, ecco che tutto diventa più chiaro: è stata la capacità da parte dell’azienda di capire al meglio i triggers e le emozioni, nonché le paure, dei propri utenti.

Fermatevi un attimo a riflettere: quando vedete una foto nel vostro feed cosa provate? Volete saperne di più sulla persona? Volete comprare l’oggetto ritratto? Volete andare a visitare quel posto?

Ecco che le foto diventano l’ EXTERNAL RELATIONSHIP TRIGGERS che farà scattare qualcosa nella mente di un’altra persona che, vedendo quelle foto condivise magari in altri social media, vorrà scaricare ed installare la app.

Altre persone, invece, verranno a sapere di un’ app come Instagram attraverso articoli sui blog o giornali, aprendo gli app store ecc e tutti questi rispondono agli EXTERNAL EARNED TRIGGERS.

E una volta installata, l’app beneficia degli EXTERNAL OWNED TRIGGERS, con le notifiche che ci avvisano costantemente dei like e follow che riceviamo.

Con l’uso ripetitivo di Instagram, ben presto l’app entra a far parte della nostra routine, facendo leva sulla paura di perdere un momento speciale, conosciuto anche come FOMO – Fear Of Missing Out.

Avete quindi capito come funzionano le emozioni nella spinta a comprare un vostro prodotto o servizio? Provate ad applicare i metodi che vi ho spiegato ai vostri prodotti e servizi, oppure provate a rispondere alle domande che vi ho posto e mandatemi i vostri “esercizi” a s.prian@wearmore.it, capiremo assieme se ci sia qualcosa da migliorare.

Nella prossima lezione parleremo di come i triggers siano solo il primo passo verso il secondo elemento importante, cioè l’azione.

 

Sara Prian

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Comunicazione aziendale: il customer journey come l’innamoramento

 

Comunicazione aziendale: il customer journey come l’innamoramento

Sei un imprenditore/imprenditrice? Hai un’azienda di piccole, medie o grandi dimensioni? Non importa quanto tu sia ”grande” in termini di capitale, fatturato o quanto il tuo mercato sia globale o locale, l’importante è che tu riesca a diventare grande: a comunicare chi sei, cosa produci, la tua filosofia e perché sei utile e/o indispensabile al tuo potenziale cliente. Se non c’è la comunicazione, non esisti.

Raccontarsi, mettersi a nudo, arrivare al tuo target facendo scattare nella persona dall’altra parte, il tuo possibile acquirente, un qualcosa che lo induca a volersi mettere in relazione con te, a darti fiducia, a diventare il tuo brand ambassador. Devi pensare al potenziale cliente come ad una persona che ami, che devi cercare di conquistare affinché si innamori di te.

comunicazione aziendale wearmorePer prima cosa devi guardarti dentro: osservare oggettivamente la tua azienda/brand, ciò che produci e capire le tue qualità e i tuoi difetti, per sapere dove puntare. Devi capire il giusto tono di voce con cui comunicare il tuo messaggio: affascinante e ammaliatorio, per far sì che quella persona diventi il tuo lead (un individuo che ha mostrato interesse verso il tuo prodotto), che inizi a provare interessamento per te.

Una volta scattata la scintilla, si passa alla seconda fase o base (touchpoint): il coinvolgimento. Il lead cerca di conoscerti meglio, vuole sapere più cose su di te: chi sei, cosa gli puoi dare, perché non potrebbe vivere senza di te. Ora, attraverso i social media, è anche più facile perché si può comunicare, si possono condividere valori, criticare per far sì che l’altra persona migliori.

Pian piano, il lead inizia ad acquistare fiducia in te e nel tuo brand. Inizia a svelarti anche lui quali sono i suoi interessi, cosa lo può far innamorare. Inizi a comprendere anche tu dove poter puntare maggiormente (con promozioni, offerta speciale solo per lui, ecc) ed è in quel momento che l’avrai conquistato. L’amore scoppia ufficialmente quando il lead diventa cliente ed acquista il tuo prodotto.

Come ogni storia d’amore però, il rapporto tra di te e il cliente (per farlo diventare ambasciatore del tuo brand), deve essere alimentato sempre. Devi aver cura di quella persona, devi soddisfare sempre i suoi bisogni, aiutarlo nei momenti difficili (quando ha problemi con il tuo prodotto), ricordarti di lui, di viziarlo ogni tanto e farlo sentire importante.

Hai visto quanto le fasi cosiddette del ”customer journey” (il viaggio fatto dal tuo cliente per acquistare il tuo prodotto) possono essere assimilabili a quelle dell’innamoramento? Che aspetti, prova anche tu a diventare il Casanova della tua azienda, e se non ci riesci possiamo aiutarti a diventarlo!

Alice Bianco

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Hashtags: quanto sono fondamentali in una strategia di marketing

 

Hashtags: quanto sono fondamentali in una strategia di marketing

#I’M

#NOT

#AN

#HASHTAG

#PERSON

Qualche tempo fa, quando ancora lavoravo come social media manager per un’azienda locale mi comprai una felpa con questa scritta. Molti pensavano fosse autoironica per il lavoro che facevo, ed è vero, ma io volevo anche sottolineare l’impotanza degli hashtag per una strategia aziendale e, ancora di più, per rendere più solida una brand identity.

Dalla Treccani, sezione neologismi del 2012: hashtag s. m. inv. In alcuni motori di ricerca e, in particolare, in siti di microblogging, parola o frase (composta da più parole scritte unite), preceduta dal simbolo cancelletto (#), che serve per etichettare e rintracciare soggetti di interesse.

Definizione semplice, semplice e comprensibile da tutti (nonostante alcuni si ostinino ancora a chiamarlo “astag”), ma qual è l’importanza di questo simbolo all’interno dei social network e della nostra strategia?

hashtags marketingPrima di tutto è bene capire che, al contrario della mia felpa, non bisogna abusarne; lo stesso Instagram ci permette un massimo di 30 hashtags per post e ancora meno per le stories.

Nel caso specifico del social network fotografico, che è quello che li ha resi principi del web, quello che mi va di consigliarvi è, anche per le vostre foto del feed, di selezionarvi 10 hashtags magari poco inflazionati ma che vi distinguono, perché pare che un ultimissimo aggiornamento dell’app, premi maggiormente chi ne usa non più di 10, penalizzando invece chi arriva al limite di 30. Inoltre molti li mettono nel primo commento, invece, sempre a causa degli ultimi aggiornamenti, è consigliato metterli sempre nella didascalia.

Tra questi 10 hashtags è fondamentale che ne inventiate uno che vi rappresenti, (noi, ad esempio, usiamo #sartedeldigitale) al di là del nome del vostro brand che è scontato. Ed è qui che si scatena l’importanza dell’utilizzo e della creazione degli stessi nei vostri post per una strategia di marketing che arrivi meglio al vostro target di riferimento. Lo so, lo so, inserirli a volte è una noia, una “perdita di tempo” però che, almeno che non abbiamo milioni di followers, è assolutamente necessaria.

Prendete carta e penna e iniziate a pensare: qual è il mio target? Magari la risposta è millennials e allora penserò a tutti quegli hashtags che li identificano, magari andando a sbirciare quelli che mette un mio competitor per attirare le stesse persone, così da capire quali usare, quali evitare e cosa poter mettere di nuovo che lui non ha messo.

E una volta che ho riempito un foglio? Ecco ora è il momento di capire la popolarità di questi hashtags. Iniziate a cercarli, se vedete:

  • che questi hanno oltre un milione di risultati evitateli: il vostro post si perderà tra quello di un sacco di altri utenti.
  • che hanno attorno ai 500.000 mila risultati: state attenti, usatene 1 o massimo due, anche qui il rischio che il vostro post si perda è molto alto.
  • che hanno tra i 100.000 e i 10.000 risultati: possiamo già stare più tranquilli e inserirne un po’ di più.
  • che hanno meno di 10.000 risultati: sono quelli migliori, dove è più facile che il nostro post venga scoperto e visto.

Qui il discorso si farebbe molto lungo e ci vorrebbe una lezione intera, che magari un giorno, se siete interessati vi farò, ma quello che voglio dirvi è: non disperate se avete pochi followers, se conoscete bene il vostro target, quali sono le sue abitudini e di conseguenza riuscite a prevedere i suoi hashtags e riuscirete a valorizzare il vostro prodotto con la giusta strategia, ecco che anche con 400 followers potrete iniziare a vendere alla vostra nicchia di personas trasformate, finalmente, in persone.

Sara Prian

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Artigianato e moda: come comunicarlo attraverso i social network

 

Artigianato e moda: come comunicarlo attraverso i social network

Una pietra preziosa si può definire tale per la sua rarità in natura. Per un brand essere prezioso significa risaltare per la sua unicità, per ciò che lo contraddistingue da tutti gli altri e lo fa risplendere.

Come fare a comunicare questo valore aggiunto? Nella moda e nell’artigianato spesso un capo, un accessorio o un oggetto particolare, non riescono a spiccare, in questi termini. Probabilmente perché chi come te confeziona o crea quella determinata cosa (artigiano, fashion designer) non riesce ad esprimere tutta la passione, l’amore e il pensiero dietro a quell’opera, che considera un’opera d’arte.

Quello che bisogna fare per primo è: capire chi sei, cosa presenti al tuo pubblico/cliente e che messaggio vuoi trasmettere, finché poi arriverà il momento di mettere in ordine le idee e creare una strategia, che esuli dalla tua poca oggettività. Strategia, secondo il dizionario, è ” l’arte o la scienza che ha per scopo l’utilizzo del potenziale bellico di un paese nel modo più efficace e produttivo ai fini della vittoria”: il tuo brand, te stesso, dovete capire chi siete, che potenzialità avete e come usare le vostre armi per vincere, cioè vendere, dimostrando il vostro valore.

Spesso, come succede nella vita privata, valutazioni, ispirazioni e consigli da parte di una terza persona, che sa esaltare le qualità del tuo capo ed impara a conoscerti pian piano, ti aiutano ad esplorare il vero significato e la filosofia insite in quel determinato oggetto o capo d’abbigliamento che produci, in modo che arrivi al tuo target.

Lavorare insieme, capire con chi la comunicazione la studia e se ne occupa quotidianamente, ti permetterà di sfruttare e valorizzare al meglio il potenziale di ciò che crei, per arrivare a coloro a cui punti. Ti potrai dedicare a creare la tua opera d’arte, senza preoccuparti del resto, perché se vuoi potrai contattarci e faremo in modo di farla arrivare a chi desideri.

Alice Bianco

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Marketing Mix – Non solo le 4P, ora ci sono anche le 4C

 

Marketing Mix – Non solo le 4P, ora ci sono anche le 4C

Quindici anni fa circa, studiando alle scuole superiori economia aziendale, mi ero imbattuta nel marketing mix, in special modo nelle 4P, le voci che lo compongono. Dopo tutti questi anni trascorsi e con l’avvento dei social media, si sono aggiunte alcune leve, da tenere in considerazione: le 4C.

All’epoca, Prodotto, Prezzo, Punto vendita e Promozione erano le famose 4P e bastavano, ora, in un ottica omnichannel (omnicanale, che guarda ed unisce l’offline all’online), la situazione è un po’ diversa. Ora da aggiungere, secondo Robert F. Lauterborn, ci sono: Consumatore, Costo, Convenienza, Comunicazione (con all’interno Community e Conversazione).

È sempre più importante per un’azienda o un imprenditore, incontrare i favori del potenziale cliente a cui si rivolge il prodotto che ha creato, per poter rispondere alle sue esigenze, ma soprattutto per creare un legame con lui.

Nell’era dei social networks, emozionarlo, avvicinarlo, farlo sentire protagonista (puntando a farlo diventare brand ambassador, sostenitore in pieno del brand), è questo quello a cui si deve puntare maggiormente.

Il cliente è sempre più “persona senziente”, che prova sensazioni ed è sensibile, per tali ragioni bisogna adattare la propria strategia di marketing, in una nuova ottica, rivedendo le voci che compongono il marketing mix.

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Nel 2018 forse, le 4C diventano ancor più importanti: vanno a condizionare le 4P.

La Community personale, in cui il potenziale cliente è già inserito o ne diverrà parte, gioca un ruolo determinante in fatto di psicologia e possibile acquisto prodotti; la Conversazione, sia nei social, molto spesso attraverso i consigli di un influencer, ma anche consultando i famigliari, la persona si trova a scegliere, spesso condizionato dalle parole e dai consigli e attraverso un buon Customer Care aziendale, può esprimersi (dubbi, problemi e complimenti).

Il Consumatore, spesso anche usando la tecnica della co-creazione e personalizzazione del prodotto, si sente protagonista. Mi viene in mente O-Bag per citare un brand che lo fa già, ma molti altri hanno puntato sull’originalità: ”La borsa così con questi accessori, ce l’ho solo io, perché ho deciso con cosa impreziosirla, per cui avrò un prodotto che nessun altro avrà”.

Altro fattore determinante, è il Costo, che non è il prezzo, bensì quanto è disposto a pagare il potenziale cliente, ognuno di noi infatti assegna consciamente o inconsciamente un determinato valore ai prodotti e a seconda del proprio budget, questo valore tiene conto di tutte le leve del marketing indicate in precedenza.

Insomma, la regola principale per poter riuscire a raggiungere il proprio target è creare una giusta strategia di marketing che si basi sui fattori moderni dell’epoca in cui viviamo. L’uomo si evolve, ha bisogni diversi, magari è anche più esigente, ma la comunicazione sta sempre alla base, bisogna saperne sviluppare una adeguata a ciò che siamo e cosa produciamo.

Alice Bianco

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