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Camilla Mendini e il suo Amorilla – L’italiana a New York che si batte per la moda sostenibile

 

Camilla Mendini e il suo Amorilla – L’italiana a New York che si batte per la moda sostenibile

 

Per parlare di una delle donne straordinarie di questo mese, ci siamo trasferite a New York. È lì che attualmente risiede Camilla Mendini, veneta doc (di Verona), classe 1986, mamma di due bambini piccoli, graphic designer, ma soprattutto (dal marzo 2018), fashion designer, che ha fondato proprio a pochi passi dalla Grande Mela il suo brand di moda sostenibile, Amorilla.

A New York è appena risalita la temperatura, dopo il gelo delle ultime settimane, Camilla (conosciuta sul canale Youtube e su Instagram con il nickname Carotilla) accusa i primi effetti dello sbalzo termico, ma si appresta a raccontarci di lei.
Per prima cosa le abbiamo chiesto com’è nata l’idea di fondare Amorilla. «Io fino al 2015 ero una persona totalmente anti-moda, preferivo vestire con abiti vintage e altri vestiti che trovavo, ma mi preoccupavo poco. Poi quell’anno è uscito The True Cost, il documentario che svelava i retroscena della moda ed è scoppiata lì la mia voglia di impegnarmi a creare qualcosa che avesse a che fare con la sostenibilità e l’etica della moda.»

Prima di dar vita ad Amorilla però, Camilla, trasferitasi in America per seguire il marito, non ha passato un bel primo anno, lavorativamente parlando. «Sono rimasta ferma per i miei figli, perché non riuscivo a lavorare e a trovare proprio un posto che mi permettesse anche di stare accanto a loro e crescerli. Poi ho iniziato a collaborare con qualche agenzia qui a New York, per alcuni lavori di grafica, finché non ho capito e mi sentivo, che dovevo fare qualcosa di mio.»
Amorilla è nata così. «Non mi interessava di per sé di parlare di moda, ma mi sono buttata, del resto sono sempre stata una freelance, per cui non mi spaventava questo progetto, anzi!»

Con i suoi capi, Camilla ha iniziato a parlare e trasmettere il suo messaggio di sostenibilità e puntando sullo storytelling, ha creato quello che lei chiama ”contenitore di storie d’amore”: Amorilla.
Il brand si propone infatti di riscoprire le tradizioni tessili legate ad un Paese ogni volta diverso (ai tessuti e ai vestiti), riprenderle per creare delle mini collezioni da donna, in maniera totalmente etica e sostenibile.
La sua prima collezione (SS 2018/19) è nata in India, nel Rajasthan. È stata realizzata da sarti e artigiani locali: è stata ripresa un’antica tecnica di stampa con blocchi di legno intagliati a mano ed è stato utilizzata su cotone biologico Indiano, il Khadi, che Gandhi aveva eletto simbolo dell’indipendenza economica.
La seconda ”storia d’amore” (AW2018/19) ha invece il sapore dell’Italia: partendo dalla stoffa, filata nel Comasco mischiando fibre naturali di canapa e di lana di Yak, si è ottenuto un tessuto di lusso, molto morbido ma allo stesso resistente, ipoallergenico e altamente sostenibile. I capi sono poi stati realizzati a mano e a macchina da sarte nel Veronese.

Amorilla è prevalentemente formata quindi da capsule (collezioni con pochi capi): «Si, ho deciso di realizzarne pochi, perché i miei abiti sono di lusso, durevoli e si possono abbinare in vario modo. Chi li acquista deve sapere che costano, ma perché stanno facendo un investimento e potranno indossarli per molti anni.»
A tal proposito (consiglio nostro di WearMore) se iniziate o già seguite Camilla su Instagram, nelle sue stories, quasi ogni giorno vi dà dei consigli su come indossare i capi delle sue collezioni, abbinamenti sfiziosi e colorati.

Da fashion designer qual è diventata, le abbiamo chiesto se avesse qualche consiglio da dare ai giovani designer come lei: «Lo vorrei anch’io qualche consiglio in verità! Credo comunque in base anche alla mia esperienza, che l’importante sia essere sempre coerenti. Avere uno stile chiaro, definito e un obiettivo a cui puntare in ogni collezione, ed ovviamente differenziate il vostro prodotto.»

Proprio di distinzione e valore aggiunto le abbiamo chiesto infine, proponendone la domanda di rito: cos’è per te il More nella vita e nel lavoro. «Una domanda non proprio facile! Forse però, continuo a ripetermi, è la coerenza. Come madre, donna ed imprenditrice cerco di portare avanti la mia ”battaglia” per la sostenibilità e l’etica, elementi fondanti, che fanno parte di me e di come sono.»

Alice Bianco

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Marco Piccolo e Ars Nobilium – Il brand medievale e i suoi valori

 

Marco Piccolo e Ars Nobilium – Il brand medievale e i suoi valori

 

La rete ci fa incontrare, nascono affinità di valori e voglia di inseguire i propri sogni.
Il protagonista di questa intervista dedicata agli artigiani, ed in questo caso a chi la moda e la creatività ce l’ha nelle vene, è un giovane fashion designer, Marco Piccolo, che con il suo brand, Ars Nobilium, vuole comunicare valori ormai dimenticati e rendere possibili i sogni di chi collabora al suo progetto.

Marco ha 31 anni ed è veneto, fin da giovanissimo si è messo in gioco nel mondo del lavoro (come cameriere, parcheggiatore, aiuto cuoco) e nel mentre andava a scuola. Troppa carne al fuoco però ed arrivano le bocciature, ma quasi fosse opera del destino, Marco capisce che la sua vocazione è la moda.

Dopo aver terminato con successo la scuola di moda, inizia uno stage formativo all’interno della casa Marni: «Li però, mi sono scontrato con la dura realtà dietro a quel mondo che a me piaceva tanto. Si perché, le case di moda (e non parlo nello specifico di Marni), ma in generale, anche sentendo esperienze fatte da amici, sfruttavano stagisti per poi rimpolpare le fila anno per anno con contratti che, non solo non garantivano nulla ma ti derubavano di idee. Loro lo chiamavano fare la gavetta o bagaglio di esperienza, ma lavorare ore e ore al giorno per pochi spiccioli al mese, mentre quello che realizzavi (dal disegno al prototipo) usciva nei negozi a migliaia di euro, metteva parecchia rabbia. Al rinnovo del contratto ovviamente, scartavano tutti e facevano arrivare nuovi ragazzi un po’ da tutta Europa. Milano mi aveva ingoiato per poi risputarmi a calci.»

Fuggito da questa situazione, Marco ha passato un periodo duro, si è barcamenato tra diversi lavori: cuoco, cameriere, collaboratore freelance di moda, con un sogno, un progetto che pian piano si stava creando nella sua mente.

«Ho pensato di cercare una mia nicchia di mercato, che ancora ci tiene alla qualità, che apprezza un design innovativo, che ricerca capi particolari non badando al prezzo e che vuole realmente qualcosa di nuovo. Partendo da qui mi sono imbattuto in un territorio che mi è risultato essere inesplorato: il medioevo. Mi sono ispirato a questo periodo storico, per creare abiti dal design nuovo, facendo buon uso di accessori, tessuti e manodopera rigorosamente italiani.»

Marco Piccolo, per creare il suo Ars Nobilium, si è affidato a laboratori del territorio nazionale, per far sì che i suoi capi vengano considerati al 100% Made in Italy. Come ci ha spiegato infatti, «un capo per essere considerato Made in Italy, basta che subisca il 10% delle operazioni in loco, quindi molte aziende giocano su questo fatto, demolendo quella che è la nostra cultura artigianale, che all’estero va fortissimo».

Ma cos’è Ars Nobilium? Perchè dietro al suo ”brand di moda medievale”, Marco Piccolo vuol precisare che c’è una filosofia. «Vorrei far rivivere nel cliente finale valori ormai dimenticati, ma che nel Medioevo al contrario di quello che si pensa, erano fondamentali per trovare la vera felicità:

  • La giustizia: il cercare la via di ciò che riteniamo realmente giusto facendoci un esame di coscienza, senza farsi abbagliare dalla gloria o dagli interessi personali.
  • La lealtà: il mantenere la parola data, l’essere coerente con le persone e gli ideali che si è deciso di servire: l’essere fedeli al proprio onore.
  • La cortesia: il ragionare prima di fare discorsi avventati per non essere offensivo nei confronti di chi abbiamo di fronte, chiunque egli sia.
  • La difesa: difendersi dagli attacchi di coloro che riteniamo degni di lealtà, avendo compassione di chi è debole, indifeso ed oppresso.
  • Il coraggio: di osare, di provare le novità, di non fermarsi solo a dire ”fare”, ”vorrei”, ma agire perché di vita ce n’è una sola. Implica anche difendere la verità, mettendosi sempre dalla sua parte, non cercando di punire le persone, ma capire il motivo delle loro azioni.
  • La fede: non quella religiosa, a prescindere dalla propria, bisogna essere tolleranti con tutti. La fede di cui parlo è quella sorta di velo in cui crediamo fermamente, nonostante sia invisibile. Quella sorta di risultato finale che si può vedere ad esempio nel film “Alla ricerca della felicità”.
  • L’umiltà: riconoscere i meriti degli altri, non vantando i propri, ma lasciando che siano gli altri, se vogliono, a riconoscerli.
  • La generosità: parlo del saper offrire al prossimo qualcosa di più, quel valore aggiunto che solo noi sappiamo dare.
  • La prodezza: non quella dei cavalieri di essere abili nell’usare le armi, ma essere pronti a fare atti di valore per migliorare la condizione umana, armandosi metaforicamente della verità che conosciamo, per esprimerci e cercare di batterci contro le ingiustizie.
  • La sincerità e l’onore: la nostra parola deve essere affidabile e sicura, al di là di dubbi e incertezze. Essere onesti e sinceri con se stessi senza cercare scusanti o giustificazioni quando non se ne ha il motivo, assumendosi le proprie colpe.
  • La nobiltà: Non è insita in ciò che abbiamo, in ciò che indossiamo, in ciò che ostentiamo (tutto il contrario di quello che questa società consumistica ti fa presumere), la nobiltà è insita in ognuno di noi, nel nostro cuore. Rispettiamo chi ci sta di fronte, dal più umile degli immigrati alla persona più ricca del pianeta, concedendo la possibilità di parola anche agli ignoranti, perché tutti hanno la possibilità di dire qualcosa e da essa possiamo trarne insegnamento».

A chi si rivolgerà Ars Nobilium, quale sarà il suo target? «La mia linea verrà accolta con ammirazione da chi capisce qual è il valore delle cose: è questo il mio modello di cliente ideale. La nicchia di mercato è quella del lusso ed avrà tra i 30 e i 40 anni circa, è una persona estranea ai dettami dalla moda contemporanea ed amante dei prodotti particolari, personalizzati e ricercati. Cercherei, utopisticamente, una persona che mi scelga per i principi morali descritti sopra.»

Senza una squadra dietro però, Marco non ce l’avrebbe mai fatta a realizzare il suo sogno. «Il lavoro di squadra per dare vita ad un progetto del genere è fondamentale, ma devi trovare una squadra che sia leale all’idea, attenta al risultato e brava a gestire ogni tipo di situazione. Nella mia esperienza il sostegno principale l’ho avuto da persone che ringrazio ogni giorno, per darmi la possibilità di rendere il progetto a tutti gli effetti, una realtà palpabile».

Abbiamo chiesto a Marco qual è invece l’identikit del fashion designer del 2019. «Deve avere: un’idea concreta, che mostri un valore aggiunto, fede nel risultato, coraggio di bussare ovunque e mostrare quanto vale, pazienza (perché il risultato, se non trovi il capitale, non è immediato), l’ambizione di voler arrivare dove si vuole (salvaguardando il proprio onore). Ti diranno che: sei troppo giovane, non hai mai abbastanza esperienza, sei troppo sognatore, tu ricordati sempre che Leonardo del Vecchio (fondatore e presidente di Luxottica), era un orfanello e la sua azienda l’ha messa su a soli 22 anni. Quindi se qualcuno ti risponde ”eh ma erano altri tempi”, tu digli che anche Zuckerberg aveva 23 anni quando ha lanciato Facebook, se ti trovano altre scuse ringraziali per il loro tempo e continua a cercare».

Concludiamo questa interessante intervista chiedendo a Marco Piccolo, cosa rappresenta per lui il More. «Sta nello svegliarsi ogni mattina con un piano non arrendendosi mai, nel lottare e nel dare un volto al proprio sogno senza dimenticare che senza i sogni non siamo nulla».

Alice Bianco

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Cristiana Angeli e il suo Riluce – «Il mio hobby è diventato un lavoro»

Cristiana Angeli e il suo Riluce – «Il mio hobby è diventato un lavoro»

Inauguriamo oggi la rubrica dedicata alle storie con protagonisti voi: gli artisti.

La prima a parlare di sé e della sua attività è Cristiana Angeli, romana, moglie e madre di due bambini, laureata in Ingegneria Aeronautica ed ora creatrice dei gioielli Riluce (www.riluce.it), che potete ammirare su Instagram e Facebook. 

È il sorriso, la tranquillità e la passione che questa donna trasmette, a colpirmi di più e come se stessimo prendendo un té fisico, Cristiana inizia a raccontarmi di come il suo hobby sia diventato lavoro vero e proprio.
«Ho iniziato così, nel tempo libero, facendo qualche corso… del resto fino a qualche anno fa lavoravo in un’azienda che si occupava di costruzione d’interni per aerei. Poi ho avuto il primo bambino ed ho cominciato a lavorare part-time, finché non ho cambiato lavoro e sono diventata responsabile di corsi a tecnici aeronautici (mi occupavo di docenza e marketing). Le amiche continuavano a dirmi di proseguire con questa attività, perchè mi piaceva e me la cavavo.»

E poi volete sapere cos’è successo? «Poi c’è stata la crisi che ha colpito Alitalia e l’azienda in cui lavoravo ha perso il 70% del fatturato. Di conseguenza è iniziata la riduzione del personale e io, nonostante avessi l’indeterminato, andavo a lavorare solo alcuni giorni alla settimana, finché in accordo con il mio capo, ho deciso per il licenziamento.»
Cristiana non si è persa d’animo. «Con il denaro della disoccupazione ho aperto la mia Partita Iva e ho iniziato a lavorare con la mia arte, la mia passione: ho iniziato a produrre gioielli. Ormai lo faccio professionalmente dal 2014».

Da settembre-ottobre dello scorso anno, Riluce, la sua attività, è diventata la sua fonte di reddito e Cristiana né è orgogliosa, tant’è che ha confessato: «L’ho fatto soprattutto perché ho scelto di far prevalere la serenità, per me e la mia famiglia».
I suoi due bambini e il marito, sono la cosa più importante, il suo More. E il suo fan numero uno, colui che l’ha spinta a lanciarsi in questa nuova avventura professionale è proprio il suo compagno di vita: «Sono molto fortunata, io e lui siamo migliori amici, complici, mio marito mi supporta molto in qualunque progetto e devo ringraziarlo perché è merito suo, mi ha dato quella spinta in più per dar vita a Riluce.»

Un lavoro che ama moltissimo. «L’essere ingegnere, l’analizzare, mi aiuta molte volte anche nella creazione dei gioielli, mi ispira e molto volte non vedo nemmeno il tempo che passa, talmente sono immersa in ciò che sto facendo. È per questo che ora ho un altro hobby, per staccare: l’acquerello.»
Dovete poi sapere, che una cosa caratterizza la sua attività: lo showroom a domicilio. «Viaggio con un cassetto-trolley e mi trovo con diverse signore, per chiacchierare e mostrare loro i gioielli che produco. Una volta ero in vacanza in Puglia e ho avuto una richiesta, sono ritornata con la mia valigia dei desideri.
Desideri e lucentezza per le donne. «Qualche mese fa ho ideato insieme ad una stilista romana, una sfilata di moda per signore oversize, in modo che potessero sentirsi belle, apprezzate. È piaciuto molto e lo dovremmo riproporre.»

Non è però tutto rose e fiori: «Del mio lavoro precedente mi manca il contatto con il pubblico, ero abituata a ricevere migliaia di telefonate al giornale, parlare con tante persone, Riluce è un’attività che svolgo a casa e a volte per questo, fatico.
Poi alcune volte mi trattengo dal produrre, questo perché mi capita più spesso che le mie clienti vogliano un gioiello personalizzato, perciò mi capita di dover fare delle modifiche e diventa più difficile.»

L’ultima cosa che le chiedo e il suo rapporto con il mondo dei social. «Li uso come vetrina. In special modo Facebook, il mio target è più su questo network digitale. Anche lo shop che ho sul mio sito, mi permette di vendere certo, ma vedo che le persone hanno ancora voglia di osservare, toccare con mano le cose, soprattutto quelle artigianali: non si fidano solo delle foto.»

Cristiana, con la genuinità, conclude dicendo che il passaparola, le recensioni sul web e a voce sono ancora il mezzo migliore per poter far parlare di sé e del proprio lavoro.
Arrivederci per il prossimo té reale e grazie per il tuo Cristiana. Voi che aspettate ad andare a fare un salto nei social e nel sito di Riluce?

Alice Bianco

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Siamo tutti artisti – Come il tuo prodotto/servizio può essere considerato opera d’arte

Siamo tutti artisti – Come il tuo prodotto/servizio può essere considerato opera d’arte

Se prendete un dizionario di latino e andate a vedere il termine Ars, capirete perché tutti possiamo essere definiti artisti (persone, liberi professionisti e aziende).
Per risparmiarvi tempo, ecco alcune definizioni del termine:

  • arte, professione, mestiere
  • abilità, talento, perizia, capacità, maestria
  • teoria, scienza, sistema, disciplina, cognizioni teoriche, criterio artistico.

Certo, di solito l’associazione più veloce è quella riservata alle sette forme artistiche (architettura, scultura, pittura, musica, letteratura, danza e cinema), ma ars, è molto altro.
In primis, il termine è legato ai mestieri come: l’artigiano, il designer di mobili, oggetti, moda, il gioielliere, l’architetto, lo scultore, il restauratore, il grafico, il fotografo, il regista solo per elencarne alcuni.

tutti posso essere artisti 2L’arte, nel suo significato più ampio, è però da considerarsi come ogni attività umana (anche se forse ora, contaminata e unita al digitale) che porta a forme di creatività ed espressione estetica, grazie alla tecnica e/o ad abilità innate o acquisite con lo studio e l’esperienza. Può quindi avere a che fare anche con professioni autonome o subordinate come quella del commercialista, dell’ingegnere, dell’imprenditore,  del ristoratore, dell’avvocato e molti altri, non prettamente legate all’arte come più la intendiamo.

Perché questo?

Perché tutti hanno l’esigenza di poter far vedere ciò che producono (le loro capacità) o il servizio che forniscono. In poche parole: che esistono, che offrono qualcosa che riesce a soddisfare i bisogni naturali o indotti, delle persone.
L’abilità, il talento, la maestria, prevalentemente legate all’arte nel suo significato più diffuso, sono quindi associabili a qualsiasi tipo di servizio creato ad hoc e di qualità, che sia un’azienda, una PMI e/o un libero professionista: tutte possono essere inglobate nell’arte, perché sono dimostrazioni della qualità e dell’importanza di ciò che si fa e produce.

Non è finita qui, però!

L’arte è anche un linguaggio; nello specifico, la capacità di trasmettere emozioni e messaggi. Ed ecco che si parla quindi di comunicazione. L’elemento base ed essa stessa un’arte, per riuscire a far arrivare al target prescelto, il prodotto o servizio che si realizza.
Riprendendo il discorso appena fatto, ognuno ha le sue capacità, la sua specializzazione, per cui affidarsi a chi ha fatto della scrittura, della fotografia, della grafica e della regia, la sua professione, è il modo migliore per assicurarsi che il messaggio personale, aziendale o professionale, sia di qualità.

tutti posso essere artisti 4Nulla può essere lasciato al caso. Le caratteristiche, la qualità e i bisogni che andrà a soddisfare ciò che hai creato, devono arrivare alle persone, altrimenti ciò che hai fatto e farai, sarà nullo, senza uno scopo e soprattutto non arriverà a nessuno!

Come fare pertanto, per capire se e come comunicare al meglio con i tuoi potenziali clienti?

Con una buona strategia, perché è giusto scegliere cosa mostrare e come, per far emergere l’essenza di te stesso e di ciò che fai. Sembra una cosa semplice, ma ti posso assicurare che non lo è, perché devi sempre tenere a mente che devi far risaltare il tuo valore aggiunto, quello che ti differenzia dagli altri, essere trasparente e creare un rapporto di fiducia con il tuo target.

Essere artisti significa essere unici, significa aprire le porte agli altri per accoglierli nel tuo ”studio personale”, il tuo mondo, fargli scoprire chi sei, la passione e la motivazione che sta dietro al tuo logo.
#siamotuttiartisti

 

Alice Bianco

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