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Camilla Mendini e il suo Amorilla – L’italiana a New York che si batte per la moda sostenibile

 

Camilla Mendini e il suo Amorilla – L’italiana a New York che si batte per la moda sostenibile

 

Per parlare di una delle donne straordinarie di questo mese, ci siamo trasferite a New York. È lì che attualmente risiede Camilla Mendini, veneta doc (di Verona), classe 1986, mamma di due bambini piccoli, graphic designer, ma soprattutto (dal marzo 2018), fashion designer, che ha fondato proprio a pochi passi dalla Grande Mela il suo brand di moda sostenibile, Amorilla.

A New York è appena risalita la temperatura, dopo il gelo delle ultime settimane, Camilla (conosciuta sul canale Youtube e su Instagram con il nickname Carotilla) accusa i primi effetti dello sbalzo termico, ma si appresta a raccontarci di lei.
Per prima cosa le abbiamo chiesto com’è nata l’idea di fondare Amorilla. «Io fino al 2015 ero una persona totalmente anti-moda, preferivo vestire con abiti vintage e altri vestiti che trovavo, ma mi preoccupavo poco. Poi quell’anno è uscito The True Cost, il documentario che svelava i retroscena della moda ed è scoppiata lì la mia voglia di impegnarmi a creare qualcosa che avesse a che fare con la sostenibilità e l’etica della moda.»

Prima di dar vita ad Amorilla però, Camilla, trasferitasi in America per seguire il marito, non ha passato un bel primo anno, lavorativamente parlando. «Sono rimasta ferma per i miei figli, perché non riuscivo a lavorare e a trovare proprio un posto che mi permettesse anche di stare accanto a loro e crescerli. Poi ho iniziato a collaborare con qualche agenzia qui a New York, per alcuni lavori di grafica, finché non ho capito e mi sentivo, che dovevo fare qualcosa di mio.»
Amorilla è nata così. «Non mi interessava di per sé di parlare di moda, ma mi sono buttata, del resto sono sempre stata una freelance, per cui non mi spaventava questo progetto, anzi!»

Con i suoi capi, Camilla ha iniziato a parlare e trasmettere il suo messaggio di sostenibilità e puntando sullo storytelling, ha creato quello che lei chiama ”contenitore di storie d’amore”: Amorilla.
Il brand si propone infatti di riscoprire le tradizioni tessili legate ad un Paese ogni volta diverso (ai tessuti e ai vestiti), riprenderle per creare delle mini collezioni da donna, in maniera totalmente etica e sostenibile.
La sua prima collezione (SS 2018/19) è nata in India, nel Rajasthan. È stata realizzata da sarti e artigiani locali: è stata ripresa un’antica tecnica di stampa con blocchi di legno intagliati a mano ed è stato utilizzata su cotone biologico Indiano, il Khadi, che Gandhi aveva eletto simbolo dell’indipendenza economica.
La seconda ”storia d’amore” (AW2018/19) ha invece il sapore dell’Italia: partendo dalla stoffa, filata nel Comasco mischiando fibre naturali di canapa e di lana di Yak, si è ottenuto un tessuto di lusso, molto morbido ma allo stesso resistente, ipoallergenico e altamente sostenibile. I capi sono poi stati realizzati a mano e a macchina da sarte nel Veronese.

Amorilla è prevalentemente formata quindi da capsule (collezioni con pochi capi): «Si, ho deciso di realizzarne pochi, perché i miei abiti sono di lusso, durevoli e si possono abbinare in vario modo. Chi li acquista deve sapere che costano, ma perché stanno facendo un investimento e potranno indossarli per molti anni.»
A tal proposito (consiglio nostro di WearMore) se iniziate o già seguite Camilla su Instagram, nelle sue stories, quasi ogni giorno vi dà dei consigli su come indossare i capi delle sue collezioni, abbinamenti sfiziosi e colorati.

Da fashion designer qual è diventata, le abbiamo chiesto se avesse qualche consiglio da dare ai giovani designer come lei: «Lo vorrei anch’io qualche consiglio in verità! Credo comunque in base anche alla mia esperienza, che l’importante sia essere sempre coerenti. Avere uno stile chiaro, definito e un obiettivo a cui puntare in ogni collezione, ed ovviamente differenziate il vostro prodotto.»

Proprio di distinzione e valore aggiunto le abbiamo chiesto infine, proponendone la domanda di rito: cos’è per te il More nella vita e nel lavoro. «Una domanda non proprio facile! Forse però, continuo a ripetermi, è la coerenza. Come madre, donna ed imprenditrice cerco di portare avanti la mia ”battaglia” per la sostenibilità e l’etica, elementi fondanti, che fanno parte di me e di come sono.»

Alice Bianco

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I numeri della moda italiana – Cresce il fatturato, ma gli stipendi no

 

I numeri della moda italiana – Cresce il fatturato, ma gli stipendi no

 

Sono usciti qualche giorno fa i dati di Confindustria Moda che riguardano il fatturato di questo settore per l’anno 2018. Volete sapere a quanto ammonta?

 

Se andiamo a cercare la definizione, uscirà qualcosa del genere: Ricavi stimati per 95, 7 miliardi di euro (+0,9% rispetto al 2017) ed export a 63,4 miliardi (+2,6% rispetto al 2017).

 

Come fa notare però, il Sole 24 Ore, volete sapere qual è il colmo?

 

Gli stipendi delle oltre 400mila persone operanti nel settore, sono fermi.

 

Il fashion è l’industria italiana tra le prime a fatturare maggiormente, questo perché all’estero il Made in Italy (anche se poi molti marchi delocalizzano la produzione) è molto apprezzato. La moda italiana ce la fa, nonostante alcune difficoltà politiche internazionali (sanzioni della Russia e l’ombra incombente della Cina) e quindi, mentre gli italiani si impoveriscono, dobbiamo tutto all’export.

Secondo i dati, l’Italia è la seconda nazione al mondo come esportazioni di tessile, moda ed accessori (dietro a metallurgia e Food&Beverage). Chi gode però dei nostri stupendi prodotti di artigianalità?

 

In Europa: la Francia (+2,4%), in Germania (+ 0,9%), Regno Unito (+6,5%).
Fuori dall’Europa: Svizzera (+14,2%), USA (+1,3%) la Cina (+13,6%), la Corea del Sud (+11,3%)

 

Artigianalità ed una filiera produttiva da preservare: questo il valore aggiunto (il More) della moda nostrana. Ebbene, la parte più importante la giocano coloro che sono parte attiva nella produzione e cioè gli operai del settore. È da sottolineare però, che (secondo le stime del Sole 24 Ore) «negli ultimi 4 anni, solo per i quadri (le cariche più alte e vicine alla dirigenza), si è avuta una dinamica retributiva in crescita, mentre sulle altre qualifiche della filiera i trend sono al ribasso o in stagnazione.» A soffrire di più è il reparto del tessile (abbigliamento ed accessori), dove gli stipendi medi sono del -5% rispetto alla media nazionale.


Mentre volete sapere quali retribuzioni crescono? Quelle dei dirigenti, ovviamente! Circa il doppio di quelle dei loro vice, il triplo rispetto a quelle degli impiegati e il quadruplo degli operai.
Nel 2016 gli stipendi erano aumentati, su base annua, del 2,1% c’è quindi una domanda da porsi: stiamo tornando indietro?

C’è poi da distinguere tra il lavorare in una grande azienda con una produzione grande, non luxury e fast e il lavoro negli atelier artigianali, dove sarte/i ed operai, realizzando pochi capi, di lusso e con la qualità del Made in Italy e della tradizione, debbano impiegare più tempo e precisione.

Ci sono casi in cui poi, come ha dimostrato il servizo di Report (Rai 3) di un mese fa, (sulla produzione delle grandi case di moda e non solo), in cui a prevalere è la delocalizzazione, preferita per i costi troppo alti del lavoro qui in Italia. E siccome perché venga considerato Made In Italy, un capo basta sia fatto per il 10% da noi, il gioco è semplice: è facile apporre un’etichetta e guadagnarci molto di più di quanto effettivamente è stato speso per produrre.

C’è quindi da rivalutare prima, l’intera gamma di requisiti, affinché il Made in Italy venga considerato tale. Soprattutto servirebbero delle leggi diverse, che garantissero condizioni di lavoro migliori per i lavoratori, in generale. E la salvaguardia della vita lavorativa di questi operai/operaie: si sa che senza di essi, specializzati in questo settore, i prodotti non verrebbero nemmeno confezionati e messi in commercio.
Bisognerebbe rivedere tutto in un’ottica meno da ”catena di montaggio”, più rispettando il lavoro di nicchia e specializzato che queste persone svolgono (soprattutto nel luxury).

Che ne pensate?

Alice Bianco

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Inart Maestrie – Il collettivo artistico della provincia di Vicenza

 

Inart Maestrie – Il collettivo artistico della provincia di Vicenza

 

É l’amore per l’arte, l’estetica e la creatività che li ha fatti incontrare e riunire in un unico luogo, fisico e dell’anima: loro sono, Inart Maestrie, il collettivo artistico, nato nel 2006, in provincia di Vicenza e che questa settimana, abbiamo il piacere di presentarvi sul blog di WearMore.

É stata Elisabetta ”Bettina” Galiotto, classe 1970 a far nascere questo ”contenitore di arti”.
Elisabetta attualmente è una restauratrice di mobili, decori, complementi d’arredo, ha un passato nei cantieri di ristrutturazioni e progettazione di locali pubblici ed un giorno ha deciso di lasciare questo mondo per seguire la sua passione. «Affascinata dal modo di costruire rispettoso e attento all’impatto sia ambientale che sociale e con la passione per l’architettura d’interni, a un certo punto ho sentito il bisogno di passare dalla carta (progetto) alla materia, all’oggetto. Dell’architettura io creo e curo il dettaglio, l’elemento che unisce armoniosamente funzione e gusto, coronando l’idea di spazio che si sta realizzando. É iniziata così la ricerca che mi ha avvicinata, oltre che all’architettura sostenibile, anche all’uso e alla sperimentazioni di trattamenti naturali.»

Qualche anno dopo, ha incontrato sul suo cammino, Luigi Tonin (detto anche ”Gigi Wow!”), classe 1974, titolare di una cartoleria in quel di Trissino (Vi), dove ha sede Inart Maestrie, creatore e produttore di t-shirts. «A quel preciso evento ero andato ad ascoltare Florio Pozza musicista e artista italo-australiano. Ed è lì che ha inizio l’amicizia con lui e pian piano con Bettina.»

 

FàtiShirt nasce proprio grazie a loro due. «Il 5 luglio 2017, mi trovavo nei pressi di Trissino per lavoro e avevo un’ora buca, così sono passato a salutare Bettina a InArt. Chiacchieriamo e dopo 5 minuti si ricorda che in magazzino aveva dei timbri batik, me li fa vedere e decidiamo di provare a timbrare su tessuto. Corro in tutta velocità ad acquistare due t-shirt bianche e iniziamo a timbrare. ”Come la vuoi?” Mi diceva.. ed io: ”Fai tu! Come viene viene, mi fido!”. Porto a casa la t-shirt e i miei clienti iniziano a chiedermi dove l’ho acquistata ed io “Se vuoi te ne faccio timbrare una”. Il giorno seguente torno a InArt e porto gli ordini a Bettina e da buon commerciante le propongo di venderle, ma bisognava trovare un nome al nostro brand. ”Ma come le vogliono le t-shirt?” Ed io: “Bo….fà ti! Come vuoi! ‘”
É stato proprio Florio Pozza, scomparso in un tragico incidente nel maggio 2018, a dare il la, a spingere i due ad intraprendere questa strada e dare questo nome al brand.

Successivamente i due hanno iniziato a timbrare le t-shirts con oggetti di riciclo (vecchi attaccapanni anni 50, chiavi antiche, telecomandi rotti, ingranaggi di moto ecc). Luigi ci ha raccontato: «Ho creato da zero il logo, il packging, il profilo Facebook ed Instagram. Io e Bettina ci compensiamo perché lei è artista poco social ed io sono più social e commerciante. Alcune maglie sono immediatamente riconoscibili e diventano quasi “loghi grafici”, impressi nella memoria collettiva, altri scatenano fantasticherie su cosa può sembrare. La timbratura delle t-shirt viene fatta a mano e mai casualmente: l’asimmetria è una nostra caratteristica. I colori non sono mai uguali perché creati di volta in volta. Sono pezzi unici.»

All’interno di Inart Maestrie, c’è spazio anche per i gioielli, in particolare per PATA Design. Patrizia Maule, fonda nel 2013 il marchio e si diverte a ideare e produrre gioielli, pezzi unici: collane moniliche, anelli, bracciali e spille, coniugando artigianalità e soluzioni innovative.
Lo stile di PATA Design è riconoscibile e varia dal gioiello contemporaneo alla interpretazione di soggetti di epoche retrò. Patrizia usa una speciale resina in diversificati processi di lavorazione; nel particolare, oltre che realizzare opere uniche, può personalizzare le creazioni in diverse tonalità e misure tutto sempre in evoluzione pensando che la collezione migliore deve ancora arrivare.

Infine ci sono Nicole e Fabio Refosco, due pittori. Nicole, oltre alla pittura, ama i cavalli. «Da piccola riempivo pagine e pagine di quaderni disegnando ogni singolo particolare anatomico del cavallo, per capire bene come rappresentarlo al meglio. Potremmo chiamarla ossessione, ma io preferisco romanzarla con le parole “amore viscerale”.
Nicole ha un rapporto tormentato con l’arte. «Mi sono trovata spesse volte durante il percorso scolastico a “rigettare” questa pulsione verso le belle arti, credendo (a torto) che dedicare la mia formazione ad esse non mi avrebbe portato alcuna garanzia nel futuro e che sarebbe stato forse più saggio riporre pastelli e pennelli e dedicarmi ad un percorso di studi che mi preparasse ad “un lavoro vero”. Alla fine la pittura mi ha sempre accolto a braccia aperte mentre sbattevo i denti sui vari muretti posti dalla vita sul mio cammino.»

Nicole si è diplomata al Liceo Artistico Boscardin di Vicenza e ha iniziato l’Accademia di Belle Arti a Venezia, indirizzo Pittura, anche se poi ha capito che non era quella la strada giusta. Ha lasciato la laguna ed è ritornata sui monti e dal suo amato cavallo. «Non è stato facile e non è tutt’ora una passeggiata, ma l’attività di pittrice mi sta dando grandi soddisfazioni. Se qualcuno mi avesse detto tre anni fà che avrei avuto tutte le commissioni che sto avendo ora, non gli avrei creduto. Pur non frequentando più l’Accademia non ho smesso di studiare, dipingo quasi esclusivamente ad olio e prediligo il realismo: amo condurre indagini sulle sfaccettature ed i riflessi, i colori e le luci. Mi piace in particolar modo dipingere ritratti, umani e soprattutto animali, quando mi vengono commissionati sono sempre elettrizzata dal potenziale di questo tipo di commissioni. Sono costantemente ispirata dai grandi maestri del Rinascimento italiano e nutro una grande ammirazione per i maestri fiamminghi.»

Fabio Refosco approda a Inart Maestrie nel 2011, dopo un grave incidente: «Avevo la necessità di trovare uno studio, uno spazio mio dove esprimermi e superare con l’arte i problemi e soprattutto i pensieri. Ho avuto la fortuna di essere ospite allo spazio Inart e lavorare in uno spazio unico, che è frequentato da varie persone amanti dell’arte nelle sua diverse forme.»
Il suo è un percorso nella pittura, un po’ particolare. «Non ho un controllo assoluto sulla forma, il gesto è di controllare l’incontrollabile, una sfida che mi porta a questo gioco di forme e sensazioni che sono in divenire. Si potrebbe dire che il centro dei miei lavori è l’imprevedibilità, un gesto poetico e drammatico che assume vita propria.
Per i suoi lavori, Fabio utilizza la carta ‘Bindakote’ che acquista nella storica cartiera Favini. «Questo particolare tipo di carta patinata accoglie in modo straordinario il pigmento e le resine con le quali realizzo i miei lavori, ottenendo una resa quasi fotografica.» Fabio ha esposto i suoi lavori in varie città d’Italia (attualmente collabora anche con la Galerie Pirlot di Zurigo), ma è molto affezionato ad Inart.

Inart Maestrie è mosso dal confronto continuo e dalla condivisione dei pensieri. Come l’ha definito Fabio Refosco, è «un incubatore artigianale, una fucina di idee aperta a tutti.» Il loro More è proprio questo, l’unione che fa la forza, la capacità di riunirsi sotto uno stesso abbraccio, quello dell’arte e della creatività.

Alice Bianco

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Marco Piccolo e Ars Nobilium – Il brand medievale e i suoi valori

 

Marco Piccolo e Ars Nobilium – Il brand medievale e i suoi valori

 

La rete ci fa incontrare, nascono affinità di valori e voglia di inseguire i propri sogni.
Il protagonista di questa intervista dedicata agli artigiani, ed in questo caso a chi la moda e la creatività ce l’ha nelle vene, è un giovane fashion designer, Marco Piccolo, che con il suo brand, Ars Nobilium, vuole comunicare valori ormai dimenticati e rendere possibili i sogni di chi collabora al suo progetto.

Marco ha 31 anni ed è veneto, fin da giovanissimo si è messo in gioco nel mondo del lavoro (come cameriere, parcheggiatore, aiuto cuoco) e nel mentre andava a scuola. Troppa carne al fuoco però ed arrivano le bocciature, ma quasi fosse opera del destino, Marco capisce che la sua vocazione è la moda.

Dopo aver terminato con successo la scuola di moda, inizia uno stage formativo all’interno della casa Marni: «Li però, mi sono scontrato con la dura realtà dietro a quel mondo che a me piaceva tanto. Si perché, le case di moda (e non parlo nello specifico di Marni), ma in generale, anche sentendo esperienze fatte da amici, sfruttavano stagisti per poi rimpolpare le fila anno per anno con contratti che, non solo non garantivano nulla ma ti derubavano di idee. Loro lo chiamavano fare la gavetta o bagaglio di esperienza, ma lavorare ore e ore al giorno per pochi spiccioli al mese, mentre quello che realizzavi (dal disegno al prototipo) usciva nei negozi a migliaia di euro, metteva parecchia rabbia. Al rinnovo del contratto ovviamente, scartavano tutti e facevano arrivare nuovi ragazzi un po’ da tutta Europa. Milano mi aveva ingoiato per poi risputarmi a calci.»

Fuggito da questa situazione, Marco ha passato un periodo duro, si è barcamenato tra diversi lavori: cuoco, cameriere, collaboratore freelance di moda, con un sogno, un progetto che pian piano si stava creando nella sua mente.

«Ho pensato di cercare una mia nicchia di mercato, che ancora ci tiene alla qualità, che apprezza un design innovativo, che ricerca capi particolari non badando al prezzo e che vuole realmente qualcosa di nuovo. Partendo da qui mi sono imbattuto in un territorio che mi è risultato essere inesplorato: il medioevo. Mi sono ispirato a questo periodo storico, per creare abiti dal design nuovo, facendo buon uso di accessori, tessuti e manodopera rigorosamente italiani.»

Marco Piccolo, per creare il suo Ars Nobilium, si è affidato a laboratori del territorio nazionale, per far sì che i suoi capi vengano considerati al 100% Made in Italy. Come ci ha spiegato infatti, «un capo per essere considerato Made in Italy, basta che subisca il 10% delle operazioni in loco, quindi molte aziende giocano su questo fatto, demolendo quella che è la nostra cultura artigianale, che all’estero va fortissimo».

Ma cos’è Ars Nobilium? Perchè dietro al suo ”brand di moda medievale”, Marco Piccolo vuol precisare che c’è una filosofia. «Vorrei far rivivere nel cliente finale valori ormai dimenticati, ma che nel Medioevo al contrario di quello che si pensa, erano fondamentali per trovare la vera felicità:

  • La giustizia: il cercare la via di ciò che riteniamo realmente giusto facendoci un esame di coscienza, senza farsi abbagliare dalla gloria o dagli interessi personali.
  • La lealtà: il mantenere la parola data, l’essere coerente con le persone e gli ideali che si è deciso di servire: l’essere fedeli al proprio onore.
  • La cortesia: il ragionare prima di fare discorsi avventati per non essere offensivo nei confronti di chi abbiamo di fronte, chiunque egli sia.
  • La difesa: difendersi dagli attacchi di coloro che riteniamo degni di lealtà, avendo compassione di chi è debole, indifeso ed oppresso.
  • Il coraggio: di osare, di provare le novità, di non fermarsi solo a dire ”fare”, ”vorrei”, ma agire perché di vita ce n’è una sola. Implica anche difendere la verità, mettendosi sempre dalla sua parte, non cercando di punire le persone, ma capire il motivo delle loro azioni.
  • La fede: non quella religiosa, a prescindere dalla propria, bisogna essere tolleranti con tutti. La fede di cui parlo è quella sorta di velo in cui crediamo fermamente, nonostante sia invisibile. Quella sorta di risultato finale che si può vedere ad esempio nel film “Alla ricerca della felicità”.
  • L’umiltà: riconoscere i meriti degli altri, non vantando i propri, ma lasciando che siano gli altri, se vogliono, a riconoscerli.
  • La generosità: parlo del saper offrire al prossimo qualcosa di più, quel valore aggiunto che solo noi sappiamo dare.
  • La prodezza: non quella dei cavalieri di essere abili nell’usare le armi, ma essere pronti a fare atti di valore per migliorare la condizione umana, armandosi metaforicamente della verità che conosciamo, per esprimerci e cercare di batterci contro le ingiustizie.
  • La sincerità e l’onore: la nostra parola deve essere affidabile e sicura, al di là di dubbi e incertezze. Essere onesti e sinceri con se stessi senza cercare scusanti o giustificazioni quando non se ne ha il motivo, assumendosi le proprie colpe.
  • La nobiltà: Non è insita in ciò che abbiamo, in ciò che indossiamo, in ciò che ostentiamo (tutto il contrario di quello che questa società consumistica ti fa presumere), la nobiltà è insita in ognuno di noi, nel nostro cuore. Rispettiamo chi ci sta di fronte, dal più umile degli immigrati alla persona più ricca del pianeta, concedendo la possibilità di parola anche agli ignoranti, perché tutti hanno la possibilità di dire qualcosa e da essa possiamo trarne insegnamento».

A chi si rivolgerà Ars Nobilium, quale sarà il suo target? «La mia linea verrà accolta con ammirazione da chi capisce qual è il valore delle cose: è questo il mio modello di cliente ideale. La nicchia di mercato è quella del lusso ed avrà tra i 30 e i 40 anni circa, è una persona estranea ai dettami dalla moda contemporanea ed amante dei prodotti particolari, personalizzati e ricercati. Cercherei, utopisticamente, una persona che mi scelga per i principi morali descritti sopra.»

Senza una squadra dietro però, Marco non ce l’avrebbe mai fatta a realizzare il suo sogno. «Il lavoro di squadra per dare vita ad un progetto del genere è fondamentale, ma devi trovare una squadra che sia leale all’idea, attenta al risultato e brava a gestire ogni tipo di situazione. Nella mia esperienza il sostegno principale l’ho avuto da persone che ringrazio ogni giorno, per darmi la possibilità di rendere il progetto a tutti gli effetti, una realtà palpabile».

Abbiamo chiesto a Marco qual è invece l’identikit del fashion designer del 2019. «Deve avere: un’idea concreta, che mostri un valore aggiunto, fede nel risultato, coraggio di bussare ovunque e mostrare quanto vale, pazienza (perché il risultato, se non trovi il capitale, non è immediato), l’ambizione di voler arrivare dove si vuole (salvaguardando il proprio onore). Ti diranno che: sei troppo giovane, non hai mai abbastanza esperienza, sei troppo sognatore, tu ricordati sempre che Leonardo del Vecchio (fondatore e presidente di Luxottica), era un orfanello e la sua azienda l’ha messa su a soli 22 anni. Quindi se qualcuno ti risponde ”eh ma erano altri tempi”, tu digli che anche Zuckerberg aveva 23 anni quando ha lanciato Facebook, se ti trovano altre scuse ringraziali per il loro tempo e continua a cercare».

Concludiamo questa interessante intervista chiedendo a Marco Piccolo, cosa rappresenta per lui il More. «Sta nello svegliarsi ogni mattina con un piano non arrendendosi mai, nel lottare e nel dare un volto al proprio sogno senza dimenticare che senza i sogni non siamo nulla».

Alice Bianco

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Yoox Net-A-Porter, Fondazione Golinelli ed Imperial College London: uniti per promuovere le competenze digitali

 

Yoox Net-A-Porter, Fondazione Golinelli ed Imperial College London: uniti per promuovere le competenze digitali

 

Promuovere l’educazione digitale e il coding fin dall’infanzia: è questo l’obiettivo di Yoox Net-A-Porter (Ynap), il più famoso luxury fashion e-commerce mondiale. Dal 2016, in Italia, insieme alla Fondazione Golinelli di Bologna e in Inghilterra, con la partnership dell’Imperial College London, si occupa di istruire bambini/ragazzi e in particolar modo bambine e ragazze, alla programmazione e ad essere creativi in ambito tecnologico.
In totale, sono più di 3400 gli studenti formati da YNAP nel 2018, di cui il 70%, sono ragazze.

YNAP, azienda dove due terzi dei dipendenti sono donne (il doppio della media delle aziende operanti nel settore tech a livello globale) si pone proprio l’obiettivo di incoraggiare maggiormente le ragazze a considerare una carriera nell’ambito della tecnologia e nello sviluppare skills digitali, applicabili nell’ambito della moda.
L’azienda, per promuovere il talento femminile nella tecnologia, ha istituito il progetto “Women in Tech”, per poter ispirare ed educare, attraverso community, social forum, eventi, mentorship e formazione su misura, i nuovi talenti tecnologici femminili.

A tal proposito, a luglio e settembre 2018 è stato organizzato un campo estivo a Bologna assieme alla Fondazione Golinelli (da 30 anni impegnata nell’educazione, formazione, ricerca, innovazione, impresa e cultura) e a giugno, a Londra, si è tenuto un hackathon con vari esperti tra programmatori e sviluppatori di software di YNAP.

_Ph. Jacopo EmilianiIl campo estivo in Italia, tenutosi all’Opificio Golinelli, ha visto ragazzi e ragazze tra i 14 e i 16 anni, partecipare a lezioni gratuite di coding ed affiancati da esperti di tecnologia di YNAP, hanno potuto creare dei gadget intelligenti, usando solamente una scheda elettronica dotata di sensori e LED incorporati che rispondeva al linguaggio di programmazione scritto precedentemente dagli studenti.

A Londra invece, i ragazzi hanno potuto sperimentare tra tecnologia e moda. Presso il Tech Hub di YNAP si è tenuto l’hackathon, a cui hanno partecipato una sessantina di adolescenti tra i 10 e i 15 anni (40 ragazze e 20 ragazzi). I giovani hanno potuto creare t-shirt online che, grazie al coding, sono state personalizzate nei disegni e nelle stampe.

Le iniziative di YNAP, assieme alla Fondazione Golinelli, sono proseguite anche durante l’autunno: ad ottobre 2018 hanno partecipato alla European Code Week, mettendo a disposizione attività gratuite rivolte alle scuole d’infanzia, primarie e secondarie alle scuole. Grazie al supporto di esperti di tecnologia di YNAP, circa 1500 studenti (di 25 scuole), da 3 a 18 anni, hanno potutuo programmare gadget intelligenti, droni volanti ed avvicinarsi alla robotica (progetto speciale per i bambini/e dai 3 ai 6 anni).

Per YNAP al primo posto c’è sempre la figura femminile e, proprio durante la Digital Week, il 9 ottobre scorso, si è celebrato con eventi e workshop rivolti ai più giovani, l’Ada Lovelace Day, per rendere omaggio alla prima programmatrice donna e per onorare l’eccellenza femminile nelle Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica (STEM).

La prima settimana di dicembre YOOX NET-A-PORTER GROUP (YNAP) ha partecipato anche all’iniziativa Hour of Code di Code.org, l’evento di apprendimento tecnologico per promuovere l’interesse all’informatica. Studentesse tra i 15 e 18 anni hanno preso parte all’hackathon con un focus sulla moda, presso il Tech Hub di YNAP a Londra.
Il team di YNAP, oltre ad insegnare alle future innovatrici, come programmare il design di una t-shirt (ispirata ai brand venduti su NET-A-PORTER e MR PORTER), ha tenuto dei talk per ispirare le ragazze e mostrare come si svolge una mattinata tipo in un dinamico dipartimento di tecnologia.

Siamo certe che continuando con iniziative come queste, YNAP, insieme alle sue preziose partnership, potrà ispirare sempre più i nuovi talenti tecnologici femminili, per contribuire a colmare il gender gap proprio in questo settore.

Alice Bianco

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Moda e lavoro: tutto parte dalla formazione – Élite o non élite?

 

Moda e lavoro: tutto parte dalla formazione – Élite o non élite?

 

Mondo del lavoro, moda e giovani: si necessita un punto d’incontro. Sostenibilità sociale, formazione specifica, produzioni di qualità e riduzione del costo del lavoro: da qui deve ripartire la seconda industria italiana. Ma sin dalla formazione, siamo sicuri che sia un mondo così aperto ed accessibile a tutti i giovani?

Il settore del fashion in Italia ha molto da offrire, soprattutto ai ragazzi, ecco perché Carlo Capasa, Presidente della Camera della Moda ha lanciato l’allarme e la proposta: «Penso che sarebbe necessario dedicarle un piano specifico. Questo ci permetterebbe di offrire immediatamente posti di lavoro».

La riduzione del costo del lavoro nelle imprese di qualunque settore, è il punto cardine dal quale partire, probabilemente per dare slancio al nostro Paese. Ne è convinto Carlo Capasa e un po’ tutti, ma nello specifico, per il settore moda, si parla spesso di rafforzare la filiera produttiva italiana, di recuperare alcune produzioni che ora vengono realizzate all’estero (Europa dell’Est, Cina ecc).
Come?
Investendo nei giovani, nella formazione e nel lavoro. Facendo così, si riuscirebbe a riportare in auge la qualità del Made In Italy e a diminuire la disoccupazione giovanile.

Le imprese hanno bisogno di tornare ad essere competitive nel mercato e proprio Carlo Capasa, riferendosi al tavolo della moda creato insieme al MIBAC e al Ministero dello Sviluppo Economico, ha dichiarato che il governo sembrerebbe disposto ad ascoltare le esigenze del comparto, rimarrebbe solamente da capire come attuare e sviluppare i temi messi sul tavolo.

Come appena appreso, lavoro in questo settore, ce n’è! Bisogna quindi riuscire a creare un punto d’incontro con i giovani, che sono già interessati ed appasionati alla moda. Ed è forse il caso di dire che probabilmente, sarebbe bene partire dalla formazione, adoperarsi per far accedere più ragazzi alle scuole di moda.

Ci sono ottime scuole pubbliche e private specializzate in moda, ma è anche vero che in questi giorni mi è capitato di leggere online l’offerta di qualche master specialistico sul fashion, alcuni con annesso stage formativo finale in aziende importanti a livello mondiale. E sapete cosa salta subito all’occhio? Il prezzo.
Stiamo parlando di master, il livello tra i più alti della formazione, ma non vi sembra forse troppo eccessivo, arrivare a spendere cifre esorbitanti per aver una porta d’ingresso in questo mondo?

Certo, per poter produrre capi d’abbigliamento, accessori, pelletteria, scarpe con la qualità tipica del Made in Italy, dobbiamo pensare prima di tutto all’eccellenza e al saper fare (non tutti possono lavorare in questo settore), ma ciò a cui penso è: non si rischia di rendere elitaria anche la formazione?

I giovani sono assetati di conoscenza, hanno bisogno di imparare, di poter accedere a stage formativi, attingere dall’arte dei maestri e potersi esprimere con la propria. Oltre ai classici brand della moda italiana, riconosciuti in tutto il mondo, è giusto che anche i giovani possano avere il proprio spazio, riflettere quella che è la loro attualità, i loro principi, senza mai dimenticare il passato e il presente.

Alice Bianco

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Il ministro Bonisoli istituisce la Commissione moda italiana

 

Il ministro Bonisoli istituisce la Commissione moda italiana

 

Come rendere la moda patrimonio culturale italiano, in un Paese come il nostro, dove il fatturato del comparto per l’anno 2017 è stato stimato 87 miliardi di euro?
Ci sta pensando il Ministro dei Beni Culturali, Alberto Bonisoli, già direttore del NABA (Nuova Accademia di Belle Arti di Milano), che con il suo dicastero ha stabilito la creazione di una Commissione di studio per politiche pubbliche a favore della moda italiana, valorizza.

commissione moda italianaLa Commissione sarà presieduta da Barbara Trebitsch, direttore dei programmi accademici dell’Accademia di Costume e Moda di Roma, e sarà composta, oltre che da rappresentanti del Ministero dello Sviluppo Economico, da: Sara Sozzani Maino, vice direttore di Vogue Italia e responsabile di Vouge Talents, Maria Luisa Frisa, curatore e professore ordinario all’Iuav di Venezia, Antonio Mancinelli, caporedattore di Marie Claire Italia, Angelo Flaccavento, Fashion Writer e Critico per testate italiane e internazionali, Margherita Rosina, professore di Storia della Moda all’Università Iulm di Milano, Rita Airaghi, direttore della Fondazione Gianfranco Ferrè, Stefania Ricci, direttrice del Museo e della Fondazione Salvatore Ferragamo, Lapo Cianchi, vice direttore generale e direttore Comunicazione Eventi di Pitti Immagine, Raffaele Curi, direttore artistico della Fondazione Alda Fendi, Alberto Cavalli, co-direttore esecutivo della Michelangelo Foundation for Creativity and Craftsmanship, Daniela Tisi, consigliere del ministro ed esperta museale, e Paolo Ferrarini, titolare del corso di Fashion and Industrial Design all’Università di Bologna.

Tutti lavoreranno mettendo in campo la loro esperienza e competenza tecnica (non percependo stipendio), studiando progetti, informazioni, esperienze, prodotti, eventi e pubblicazioni specifiche del settore moda. La Commissione concluderà i suoi lavori entro il prossimo 30 maggio 2019.

Secondo quanto detto dal ministro Alberto Bonisoli, la Commissione sarà probabilmente divisa in due tavoli di lavoro: il primo riguarderà, secondo quanto affermato dal ministro, «il patrimonio culturale della moda italiana, si occuperà di tutelarlo, proteggerlo, valorizzarlo», il secondo invece, si occuperà della formazione.

Alice Bianco

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Siamo tutti artisti – Come il tuo prodotto/servizio può essere considerato opera d’arte

Siamo tutti artisti – Come il tuo prodotto/servizio può essere considerato opera d’arte

Se prendete un dizionario di latino e andate a vedere il termine Ars, capirete perché tutti possiamo essere definiti artisti (persone, liberi professionisti e aziende).
Per risparmiarvi tempo, ecco alcune definizioni del termine:

  • arte, professione, mestiere
  • abilità, talento, perizia, capacità, maestria
  • teoria, scienza, sistema, disciplina, cognizioni teoriche, criterio artistico.

Certo, di solito l’associazione più veloce è quella riservata alle sette forme artistiche (architettura, scultura, pittura, musica, letteratura, danza e cinema), ma ars, è molto altro.
In primis, il termine è legato ai mestieri come: l’artigiano, il designer di mobili, oggetti, moda, il gioielliere, l’architetto, lo scultore, il restauratore, il grafico, il fotografo, il regista solo per elencarne alcuni.

tutti posso essere artisti 2L’arte, nel suo significato più ampio, è però da considerarsi come ogni attività umana (anche se forse ora, contaminata e unita al digitale) che porta a forme di creatività ed espressione estetica, grazie alla tecnica e/o ad abilità innate o acquisite con lo studio e l’esperienza. Può quindi avere a che fare anche con professioni autonome o subordinate come quella del commercialista, dell’ingegnere, dell’imprenditore,  del ristoratore, dell’avvocato e molti altri, non prettamente legate all’arte come più la intendiamo.

Perché questo?

Perché tutti hanno l’esigenza di poter far vedere ciò che producono (le loro capacità) o il servizio che forniscono. In poche parole: che esistono, che offrono qualcosa che riesce a soddisfare i bisogni naturali o indotti, delle persone.
L’abilità, il talento, la maestria, prevalentemente legate all’arte nel suo significato più diffuso, sono quindi associabili a qualsiasi tipo di servizio creato ad hoc e di qualità, che sia un’azienda, una PMI e/o un libero professionista: tutte possono essere inglobate nell’arte, perché sono dimostrazioni della qualità e dell’importanza di ciò che si fa e produce.

Non è finita qui, però!

L’arte è anche un linguaggio; nello specifico, la capacità di trasmettere emozioni e messaggi. Ed ecco che si parla quindi di comunicazione. L’elemento base ed essa stessa un’arte, per riuscire a far arrivare al target prescelto, il prodotto o servizio che si realizza.
Riprendendo il discorso appena fatto, ognuno ha le sue capacità, la sua specializzazione, per cui affidarsi a chi ha fatto della scrittura, della fotografia, della grafica e della regia, la sua professione, è il modo migliore per assicurarsi che il messaggio personale, aziendale o professionale, sia di qualità.

tutti posso essere artisti 4Nulla può essere lasciato al caso. Le caratteristiche, la qualità e i bisogni che andrà a soddisfare ciò che hai creato, devono arrivare alle persone, altrimenti ciò che hai fatto e farai, sarà nullo, senza uno scopo e soprattutto non arriverà a nessuno!

Come fare pertanto, per capire se e come comunicare al meglio con i tuoi potenziali clienti?

Con una buona strategia, perché è giusto scegliere cosa mostrare e come, per far emergere l’essenza di te stesso e di ciò che fai. Sembra una cosa semplice, ma ti posso assicurare che non lo è, perché devi sempre tenere a mente che devi far risaltare il tuo valore aggiunto, quello che ti differenzia dagli altri, essere trasparente e creare un rapporto di fiducia con il tuo target.

Essere artisti significa essere unici, significa aprire le porte agli altri per accoglierli nel tuo ”studio personale”, il tuo mondo, fargli scoprire chi sei, la passione e la motivazione che sta dietro al tuo logo.
#siamotuttiartisti

 

Alice Bianco

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I giovani e la moda: sempre più vogliono essere artigiani e designers

 

I giovani e la moda: sempre più vogliono fare gli artigiani e i designers

Mi sono appena imbattuta in un articolo del Sole 24Ore di Marta Casadei, il quale parla del desiderio sempre più crescente, dei giovani Millennials (25-38 anni) e di quelli della Generazione Z (18-24 anni), di poter lavorare nel mondo della moda.
Secondo i dati raccolti dall’ «Osservatorio sulle prospettive e aspettative at work 2018» di PwC, i benefit, il networking ma soprattutto la passione sono i motivi che li spingono a crearsi una carriera in questo settore. Ciò che però dovrebbe far riflettere è la loro voglia di mettere le mani in pasta: diventare artigiani.

L’Italia da sempre è la culla dell’arte, di artisti famosi in tutto il mondo, di moda, di cinema, buon cibo, insomma, di creatività in tutti i suoi molteplici aspetti. La moda in particolare, ha chiuso il fatturato 2017 con una crescita del +2,5% (64,8 miliardi) e +2,8% (87 miliardi) comprendendo anche occhialeria, gioielleria e cosmetici (dati della Camera nazionale della moda italiana).

fashion designer e artigiani italiani WearMoreLa moda italiana si può dire, è il cavallo di battaglia del Paese (oltre a tutti i prodotti culinari) ed è bene quindi, che ne capiamo l’importanza e l’indispensabilità, perché i giovani l’hanno capito perfettamente! Ed è per questo che sono tornati ad apprezzare l’artigianalità, il lavoro manifatturiero e sempre più spesso scelgono delle scuole specifiche, che li indirizzino nella strada giusta, a seconda delle loro capacità e abilità.

Tempo fa, senza far nomi, qualcuno diceva che i giovani italiani sono troppo schizzinosi, forse però la verità è che preferiscono avere un lavoro che li faccia alzare la mattina impazienti di mettersi al lavoro, lavorare anche per 15 ore al giorno, ma farlo per passione, per amore, per raggiungere un risultato perfetto: poter vivere di ciò che rende felici gli altri e di conseguenza, loro stessi.

E non dimentichiamo le competenze digitali, in particolare dedicate alla moda. Il fatturato e i livelli di fama raggiunti in tutto il mondo dal fashion italiano, in particolar modo del luxury, sono dati anche da azioni di marketing e web marketing, volte a diffondere i prodotti e la qualità del Made in Italy. Artigianalità e modernità: il connubio perfetto.

Un invito alle imprese, agli artigiani stessi: i giovani vi cercano, i giovani hanno voglia di imparare, voglia di assorbire la vostra passione, ”usateli”, garantitegli qualcosa però, formateli perché poi possano entrare a far parte della vostra azienda, continuare il vostro lavoro o che possano essere in grado di rischiare proprio per quel loro amore per l’arte, per la loro terra.

Alice Bianco

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