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Camilla Mendini e il suo Amorilla – L’italiana a New York che si batte per la moda sostenibile

 

Camilla Mendini e il suo Amorilla – L’italiana a New York che si batte per la moda sostenibile

 

Per parlare di una delle donne straordinarie di questo mese, ci siamo trasferite a New York. È lì che attualmente risiede Camilla Mendini, veneta doc (di Verona), classe 1986, mamma di due bambini piccoli, graphic designer, ma soprattutto (dal marzo 2018), fashion designer, che ha fondato proprio a pochi passi dalla Grande Mela il suo brand di moda sostenibile, Amorilla.

A New York è appena risalita la temperatura, dopo il gelo delle ultime settimane, Camilla (conosciuta sul canale Youtube e su Instagram con il nickname Carotilla) accusa i primi effetti dello sbalzo termico, ma si appresta a raccontarci di lei.
Per prima cosa le abbiamo chiesto com’è nata l’idea di fondare Amorilla. «Io fino al 2015 ero una persona totalmente anti-moda, preferivo vestire con abiti vintage e altri vestiti che trovavo, ma mi preoccupavo poco. Poi quell’anno è uscito The True Cost, il documentario che svelava i retroscena della moda ed è scoppiata lì la mia voglia di impegnarmi a creare qualcosa che avesse a che fare con la sostenibilità e l’etica della moda.»

Prima di dar vita ad Amorilla però, Camilla, trasferitasi in America per seguire il marito, non ha passato un bel primo anno, lavorativamente parlando. «Sono rimasta ferma per i miei figli, perché non riuscivo a lavorare e a trovare proprio un posto che mi permettesse anche di stare accanto a loro e crescerli. Poi ho iniziato a collaborare con qualche agenzia qui a New York, per alcuni lavori di grafica, finché non ho capito e mi sentivo, che dovevo fare qualcosa di mio.»
Amorilla è nata così. «Non mi interessava di per sé di parlare di moda, ma mi sono buttata, del resto sono sempre stata una freelance, per cui non mi spaventava questo progetto, anzi!»

Con i suoi capi, Camilla ha iniziato a parlare e trasmettere il suo messaggio di sostenibilità e puntando sullo storytelling, ha creato quello che lei chiama ”contenitore di storie d’amore”: Amorilla.
Il brand si propone infatti di riscoprire le tradizioni tessili legate ad un Paese ogni volta diverso (ai tessuti e ai vestiti), riprenderle per creare delle mini collezioni da donna, in maniera totalmente etica e sostenibile.
La sua prima collezione (SS 2018/19) è nata in India, nel Rajasthan. È stata realizzata da sarti e artigiani locali: è stata ripresa un’antica tecnica di stampa con blocchi di legno intagliati a mano ed è stato utilizzata su cotone biologico Indiano, il Khadi, che Gandhi aveva eletto simbolo dell’indipendenza economica.
La seconda ”storia d’amore” (AW2018/19) ha invece il sapore dell’Italia: partendo dalla stoffa, filata nel Comasco mischiando fibre naturali di canapa e di lana di Yak, si è ottenuto un tessuto di lusso, molto morbido ma allo stesso resistente, ipoallergenico e altamente sostenibile. I capi sono poi stati realizzati a mano e a macchina da sarte nel Veronese.

Amorilla è prevalentemente formata quindi da capsule (collezioni con pochi capi): «Si, ho deciso di realizzarne pochi, perché i miei abiti sono di lusso, durevoli e si possono abbinare in vario modo. Chi li acquista deve sapere che costano, ma perché stanno facendo un investimento e potranno indossarli per molti anni.»
A tal proposito (consiglio nostro di WearMore) se iniziate o già seguite Camilla su Instagram, nelle sue stories, quasi ogni giorno vi dà dei consigli su come indossare i capi delle sue collezioni, abbinamenti sfiziosi e colorati.

Da fashion designer qual è diventata, le abbiamo chiesto se avesse qualche consiglio da dare ai giovani designer come lei: «Lo vorrei anch’io qualche consiglio in verità! Credo comunque in base anche alla mia esperienza, che l’importante sia essere sempre coerenti. Avere uno stile chiaro, definito e un obiettivo a cui puntare in ogni collezione, ed ovviamente differenziate il vostro prodotto.»

Proprio di distinzione e valore aggiunto le abbiamo chiesto infine, proponendone la domanda di rito: cos’è per te il More nella vita e nel lavoro. «Una domanda non proprio facile! Forse però, continuo a ripetermi, è la coerenza. Come madre, donna ed imprenditrice cerco di portare avanti la mia ”battaglia” per la sostenibilità e l’etica, elementi fondanti, che fanno parte di me e di come sono.»

Alice Bianco

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Inart Maestrie – Il collettivo artistico della provincia di Vicenza

 

Inart Maestrie – Il collettivo artistico della provincia di Vicenza

 

É l’amore per l’arte, l’estetica e la creatività che li ha fatti incontrare e riunire in un unico luogo, fisico e dell’anima: loro sono, Inart Maestrie, il collettivo artistico, nato nel 2006, in provincia di Vicenza e che questa settimana, abbiamo il piacere di presentarvi sul blog di WearMore.

É stata Elisabetta ”Bettina” Galiotto, classe 1970 a far nascere questo ”contenitore di arti”.
Elisabetta attualmente è una restauratrice di mobili, decori, complementi d’arredo, ha un passato nei cantieri di ristrutturazioni e progettazione di locali pubblici ed un giorno ha deciso di lasciare questo mondo per seguire la sua passione. «Affascinata dal modo di costruire rispettoso e attento all’impatto sia ambientale che sociale e con la passione per l’architettura d’interni, a un certo punto ho sentito il bisogno di passare dalla carta (progetto) alla materia, all’oggetto. Dell’architettura io creo e curo il dettaglio, l’elemento che unisce armoniosamente funzione e gusto, coronando l’idea di spazio che si sta realizzando. É iniziata così la ricerca che mi ha avvicinata, oltre che all’architettura sostenibile, anche all’uso e alla sperimentazioni di trattamenti naturali.»

Qualche anno dopo, ha incontrato sul suo cammino, Luigi Tonin (detto anche ”Gigi Wow!”), classe 1974, titolare di una cartoleria in quel di Trissino (Vi), dove ha sede Inart Maestrie, creatore e produttore di t-shirts. «A quel preciso evento ero andato ad ascoltare Florio Pozza musicista e artista italo-australiano. Ed è lì che ha inizio l’amicizia con lui e pian piano con Bettina.»

 

FàtiShirt nasce proprio grazie a loro due. «Il 5 luglio 2017, mi trovavo nei pressi di Trissino per lavoro e avevo un’ora buca, così sono passato a salutare Bettina a InArt. Chiacchieriamo e dopo 5 minuti si ricorda che in magazzino aveva dei timbri batik, me li fa vedere e decidiamo di provare a timbrare su tessuto. Corro in tutta velocità ad acquistare due t-shirt bianche e iniziamo a timbrare. ”Come la vuoi?” Mi diceva.. ed io: ”Fai tu! Come viene viene, mi fido!”. Porto a casa la t-shirt e i miei clienti iniziano a chiedermi dove l’ho acquistata ed io “Se vuoi te ne faccio timbrare una”. Il giorno seguente torno a InArt e porto gli ordini a Bettina e da buon commerciante le propongo di venderle, ma bisognava trovare un nome al nostro brand. ”Ma come le vogliono le t-shirt?” Ed io: “Bo….fà ti! Come vuoi! ‘”
É stato proprio Florio Pozza, scomparso in un tragico incidente nel maggio 2018, a dare il la, a spingere i due ad intraprendere questa strada e dare questo nome al brand.

Successivamente i due hanno iniziato a timbrare le t-shirts con oggetti di riciclo (vecchi attaccapanni anni 50, chiavi antiche, telecomandi rotti, ingranaggi di moto ecc). Luigi ci ha raccontato: «Ho creato da zero il logo, il packging, il profilo Facebook ed Instagram. Io e Bettina ci compensiamo perché lei è artista poco social ed io sono più social e commerciante. Alcune maglie sono immediatamente riconoscibili e diventano quasi “loghi grafici”, impressi nella memoria collettiva, altri scatenano fantasticherie su cosa può sembrare. La timbratura delle t-shirt viene fatta a mano e mai casualmente: l’asimmetria è una nostra caratteristica. I colori non sono mai uguali perché creati di volta in volta. Sono pezzi unici.»

All’interno di Inart Maestrie, c’è spazio anche per i gioielli, in particolare per PATA Design. Patrizia Maule, fonda nel 2013 il marchio e si diverte a ideare e produrre gioielli, pezzi unici: collane moniliche, anelli, bracciali e spille, coniugando artigianalità e soluzioni innovative.
Lo stile di PATA Design è riconoscibile e varia dal gioiello contemporaneo alla interpretazione di soggetti di epoche retrò. Patrizia usa una speciale resina in diversificati processi di lavorazione; nel particolare, oltre che realizzare opere uniche, può personalizzare le creazioni in diverse tonalità e misure tutto sempre in evoluzione pensando che la collezione migliore deve ancora arrivare.

Infine ci sono Nicole e Fabio Refosco, due pittori. Nicole, oltre alla pittura, ama i cavalli. «Da piccola riempivo pagine e pagine di quaderni disegnando ogni singolo particolare anatomico del cavallo, per capire bene come rappresentarlo al meglio. Potremmo chiamarla ossessione, ma io preferisco romanzarla con le parole “amore viscerale”.
Nicole ha un rapporto tormentato con l’arte. «Mi sono trovata spesse volte durante il percorso scolastico a “rigettare” questa pulsione verso le belle arti, credendo (a torto) che dedicare la mia formazione ad esse non mi avrebbe portato alcuna garanzia nel futuro e che sarebbe stato forse più saggio riporre pastelli e pennelli e dedicarmi ad un percorso di studi che mi preparasse ad “un lavoro vero”. Alla fine la pittura mi ha sempre accolto a braccia aperte mentre sbattevo i denti sui vari muretti posti dalla vita sul mio cammino.»

Nicole si è diplomata al Liceo Artistico Boscardin di Vicenza e ha iniziato l’Accademia di Belle Arti a Venezia, indirizzo Pittura, anche se poi ha capito che non era quella la strada giusta. Ha lasciato la laguna ed è ritornata sui monti e dal suo amato cavallo. «Non è stato facile e non è tutt’ora una passeggiata, ma l’attività di pittrice mi sta dando grandi soddisfazioni. Se qualcuno mi avesse detto tre anni fà che avrei avuto tutte le commissioni che sto avendo ora, non gli avrei creduto. Pur non frequentando più l’Accademia non ho smesso di studiare, dipingo quasi esclusivamente ad olio e prediligo il realismo: amo condurre indagini sulle sfaccettature ed i riflessi, i colori e le luci. Mi piace in particolar modo dipingere ritratti, umani e soprattutto animali, quando mi vengono commissionati sono sempre elettrizzata dal potenziale di questo tipo di commissioni. Sono costantemente ispirata dai grandi maestri del Rinascimento italiano e nutro una grande ammirazione per i maestri fiamminghi.»

Fabio Refosco approda a Inart Maestrie nel 2011, dopo un grave incidente: «Avevo la necessità di trovare uno studio, uno spazio mio dove esprimermi e superare con l’arte i problemi e soprattutto i pensieri. Ho avuto la fortuna di essere ospite allo spazio Inart e lavorare in uno spazio unico, che è frequentato da varie persone amanti dell’arte nelle sua diverse forme.»
Il suo è un percorso nella pittura, un po’ particolare. «Non ho un controllo assoluto sulla forma, il gesto è di controllare l’incontrollabile, una sfida che mi porta a questo gioco di forme e sensazioni che sono in divenire. Si potrebbe dire che il centro dei miei lavori è l’imprevedibilità, un gesto poetico e drammatico che assume vita propria.
Per i suoi lavori, Fabio utilizza la carta ‘Bindakote’ che acquista nella storica cartiera Favini. «Questo particolare tipo di carta patinata accoglie in modo straordinario il pigmento e le resine con le quali realizzo i miei lavori, ottenendo una resa quasi fotografica.» Fabio ha esposto i suoi lavori in varie città d’Italia (attualmente collabora anche con la Galerie Pirlot di Zurigo), ma è molto affezionato ad Inart.

Inart Maestrie è mosso dal confronto continuo e dalla condivisione dei pensieri. Come l’ha definito Fabio Refosco, è «un incubatore artigianale, una fucina di idee aperta a tutti.» Il loro More è proprio questo, l’unione che fa la forza, la capacità di riunirsi sotto uno stesso abbraccio, quello dell’arte e della creatività.

Alice Bianco

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Marco Piccolo e Ars Nobilium – Il brand medievale e i suoi valori

 

Marco Piccolo e Ars Nobilium – Il brand medievale e i suoi valori

 

La rete ci fa incontrare, nascono affinità di valori e voglia di inseguire i propri sogni.
Il protagonista di questa intervista dedicata agli artigiani, ed in questo caso a chi la moda e la creatività ce l’ha nelle vene, è un giovane fashion designer, Marco Piccolo, che con il suo brand, Ars Nobilium, vuole comunicare valori ormai dimenticati e rendere possibili i sogni di chi collabora al suo progetto.

Marco ha 31 anni ed è veneto, fin da giovanissimo si è messo in gioco nel mondo del lavoro (come cameriere, parcheggiatore, aiuto cuoco) e nel mentre andava a scuola. Troppa carne al fuoco però ed arrivano le bocciature, ma quasi fosse opera del destino, Marco capisce che la sua vocazione è la moda.

Dopo aver terminato con successo la scuola di moda, inizia uno stage formativo all’interno della casa Marni: «Li però, mi sono scontrato con la dura realtà dietro a quel mondo che a me piaceva tanto. Si perché, le case di moda (e non parlo nello specifico di Marni), ma in generale, anche sentendo esperienze fatte da amici, sfruttavano stagisti per poi rimpolpare le fila anno per anno con contratti che, non solo non garantivano nulla ma ti derubavano di idee. Loro lo chiamavano fare la gavetta o bagaglio di esperienza, ma lavorare ore e ore al giorno per pochi spiccioli al mese, mentre quello che realizzavi (dal disegno al prototipo) usciva nei negozi a migliaia di euro, metteva parecchia rabbia. Al rinnovo del contratto ovviamente, scartavano tutti e facevano arrivare nuovi ragazzi un po’ da tutta Europa. Milano mi aveva ingoiato per poi risputarmi a calci.»

Fuggito da questa situazione, Marco ha passato un periodo duro, si è barcamenato tra diversi lavori: cuoco, cameriere, collaboratore freelance di moda, con un sogno, un progetto che pian piano si stava creando nella sua mente.

«Ho pensato di cercare una mia nicchia di mercato, che ancora ci tiene alla qualità, che apprezza un design innovativo, che ricerca capi particolari non badando al prezzo e che vuole realmente qualcosa di nuovo. Partendo da qui mi sono imbattuto in un territorio che mi è risultato essere inesplorato: il medioevo. Mi sono ispirato a questo periodo storico, per creare abiti dal design nuovo, facendo buon uso di accessori, tessuti e manodopera rigorosamente italiani.»

Marco Piccolo, per creare il suo Ars Nobilium, si è affidato a laboratori del territorio nazionale, per far sì che i suoi capi vengano considerati al 100% Made in Italy. Come ci ha spiegato infatti, «un capo per essere considerato Made in Italy, basta che subisca il 10% delle operazioni in loco, quindi molte aziende giocano su questo fatto, demolendo quella che è la nostra cultura artigianale, che all’estero va fortissimo».

Ma cos’è Ars Nobilium? Perchè dietro al suo ”brand di moda medievale”, Marco Piccolo vuol precisare che c’è una filosofia. «Vorrei far rivivere nel cliente finale valori ormai dimenticati, ma che nel Medioevo al contrario di quello che si pensa, erano fondamentali per trovare la vera felicità:

  • La giustizia: il cercare la via di ciò che riteniamo realmente giusto facendoci un esame di coscienza, senza farsi abbagliare dalla gloria o dagli interessi personali.
  • La lealtà: il mantenere la parola data, l’essere coerente con le persone e gli ideali che si è deciso di servire: l’essere fedeli al proprio onore.
  • La cortesia: il ragionare prima di fare discorsi avventati per non essere offensivo nei confronti di chi abbiamo di fronte, chiunque egli sia.
  • La difesa: difendersi dagli attacchi di coloro che riteniamo degni di lealtà, avendo compassione di chi è debole, indifeso ed oppresso.
  • Il coraggio: di osare, di provare le novità, di non fermarsi solo a dire ”fare”, ”vorrei”, ma agire perché di vita ce n’è una sola. Implica anche difendere la verità, mettendosi sempre dalla sua parte, non cercando di punire le persone, ma capire il motivo delle loro azioni.
  • La fede: non quella religiosa, a prescindere dalla propria, bisogna essere tolleranti con tutti. La fede di cui parlo è quella sorta di velo in cui crediamo fermamente, nonostante sia invisibile. Quella sorta di risultato finale che si può vedere ad esempio nel film “Alla ricerca della felicità”.
  • L’umiltà: riconoscere i meriti degli altri, non vantando i propri, ma lasciando che siano gli altri, se vogliono, a riconoscerli.
  • La generosità: parlo del saper offrire al prossimo qualcosa di più, quel valore aggiunto che solo noi sappiamo dare.
  • La prodezza: non quella dei cavalieri di essere abili nell’usare le armi, ma essere pronti a fare atti di valore per migliorare la condizione umana, armandosi metaforicamente della verità che conosciamo, per esprimerci e cercare di batterci contro le ingiustizie.
  • La sincerità e l’onore: la nostra parola deve essere affidabile e sicura, al di là di dubbi e incertezze. Essere onesti e sinceri con se stessi senza cercare scusanti o giustificazioni quando non se ne ha il motivo, assumendosi le proprie colpe.
  • La nobiltà: Non è insita in ciò che abbiamo, in ciò che indossiamo, in ciò che ostentiamo (tutto il contrario di quello che questa società consumistica ti fa presumere), la nobiltà è insita in ognuno di noi, nel nostro cuore. Rispettiamo chi ci sta di fronte, dal più umile degli immigrati alla persona più ricca del pianeta, concedendo la possibilità di parola anche agli ignoranti, perché tutti hanno la possibilità di dire qualcosa e da essa possiamo trarne insegnamento».

A chi si rivolgerà Ars Nobilium, quale sarà il suo target? «La mia linea verrà accolta con ammirazione da chi capisce qual è il valore delle cose: è questo il mio modello di cliente ideale. La nicchia di mercato è quella del lusso ed avrà tra i 30 e i 40 anni circa, è una persona estranea ai dettami dalla moda contemporanea ed amante dei prodotti particolari, personalizzati e ricercati. Cercherei, utopisticamente, una persona che mi scelga per i principi morali descritti sopra.»

Senza una squadra dietro però, Marco non ce l’avrebbe mai fatta a realizzare il suo sogno. «Il lavoro di squadra per dare vita ad un progetto del genere è fondamentale, ma devi trovare una squadra che sia leale all’idea, attenta al risultato e brava a gestire ogni tipo di situazione. Nella mia esperienza il sostegno principale l’ho avuto da persone che ringrazio ogni giorno, per darmi la possibilità di rendere il progetto a tutti gli effetti, una realtà palpabile».

Abbiamo chiesto a Marco qual è invece l’identikit del fashion designer del 2019. «Deve avere: un’idea concreta, che mostri un valore aggiunto, fede nel risultato, coraggio di bussare ovunque e mostrare quanto vale, pazienza (perché il risultato, se non trovi il capitale, non è immediato), l’ambizione di voler arrivare dove si vuole (salvaguardando il proprio onore). Ti diranno che: sei troppo giovane, non hai mai abbastanza esperienza, sei troppo sognatore, tu ricordati sempre che Leonardo del Vecchio (fondatore e presidente di Luxottica), era un orfanello e la sua azienda l’ha messa su a soli 22 anni. Quindi se qualcuno ti risponde ”eh ma erano altri tempi”, tu digli che anche Zuckerberg aveva 23 anni quando ha lanciato Facebook, se ti trovano altre scuse ringraziali per il loro tempo e continua a cercare».

Concludiamo questa interessante intervista chiedendo a Marco Piccolo, cosa rappresenta per lui il More. «Sta nello svegliarsi ogni mattina con un piano non arrendendosi mai, nel lottare e nel dare un volto al proprio sogno senza dimenticare che senza i sogni non siamo nulla».

Alice Bianco

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Paola Da Re e le Pasta Sisters: da maestra d’asilo a cuoca per le star di Hollywood

 

Paola Da Re e le Pasta Sisters: da maestra d’asilo a cuoca per le star di Hollywood

 

Il cibo che salva, il successo che arriva. Una delle donne stra(ordinarie) di questo primo mese del 2019, è Paola Da Re, che proprio grazie alla sua passione per la cucina, è riuscita a dare una svolta alla sua vita con le Pasta Sisters e a ricominciare oltreoceano: da maestra d’asilo a cuoca per le star di Hollywood.
Per l’occasione, a raccontarci la sua storia, è intervenuta anche la sorella, Luisa (la nostra autrice delle La La Stories).

Le vicende, che poi hanno portato la famiglia Da Re a trasferirsi negli Stati Uniti, risalgono al 2006, quando Paola decide di fuggire dalla sua Padova e dalle violenze domestiche del compagno con il quale viveva da 16 anni. «Nessuno si era mai accorto di nulla, meno che meno io – afferma Luisa – Paola era venuta a vivere in casa mia dove abitavo con mio figlio e ci siamo difese strenuamente dalle vessazioni dell’ex compagno per tre anni, momento in cui distrutte dalla fatica e dallo stress, ho deciso di scrivere un libro per sollevare l’opinione pubblica sul nostro caso.»

E poi un po’ per bisogno, un per caso, complice anche il destino… si materializza il futuro a migliaia di chilometri di distanza. Luisa Da Re racconta: «Mio figlio aveva vinto una borsa di studio all’università di Santa Barbara in California, io mi sono ricordata che a Los Angeles abitava uno dei miei primi fidanzati, che non vedevo da più di 20 anni, l’ho cercato in Internet, gli ho scritto e… Luciano, il mio attuale marito, mi ha chiamata, era il gennaio 2008 ed abbiamo ripreso i contatti. É venuto a trovarmi a Padova in aprile e ci siamo rivisti, poi a dicembre è arrivato con un anello e una proposta… ho lasciato tutto (il mio lavoro come impiegata in Comune a Padova, la mia casa, mio figlio che si doveva laureare prima di raggiungermi) e sono partita. Mi sono sposata e dopo poco è arrivato mio figlio e poi mia sorella con tutta la sua famiglia.»

Paola Da Re si è trasferita così a Los Angeles con le due figlie e sin da subito si è rimboccata le maniche, ha pensato a cosa sapesse fare ed avendo lavorato per diversi anni come maestra d’asilo, per un periodo ha fatto la babysitter. La sorella ci ha spiegato come poi ha deciso di investirsi in cucina: «Un giorno, in un bar, parlando ci siamo dette: perché non apriamo una rosticceria? Abbiamo pensato a vari nomi e ne é venuto fuori Pasta Sisters. Io l’ho aiutata all’apertura per alcuni mesi, preparando le mie crostate, ma dopo poco non aveva senz’altro piu’ bisogno di me!»

Ed è così che sono nate le Pasta Sisters, che ora vanta due locali: uno a Mid City e l’altro a Culver City (la città degli Studios cinematografici). «Francesco (CEO), Giorgia (Creative Director) e Francesca, la più piccola che si occupa del lavoro d’ufficio. Senza di loro non sarebbe stato possibile arrivare dove siamo. – ci confessa Paola – Ognuno di loro ha apportato e aggiunto grande valore all’attività.»
La ricetta del successo però, è un’altra. « L’ingrediente principale è la professionalità, poi in parti uguali, passione e responsabilità, una quantità adeguata di tenacia e buon senso. Non può mancare l’incoscienza ed un ottimo team work che cresce insieme.»

Entrambe le sorelle, come motto hanno quello di non mollare mai. «Io ne sono la prova vivente. Quando ho iniziato, il mio percorso è stato costellato di “no” e di “il tuo progetto non può funzionare”. Io malgrado tutto ci ho creduto.»
Luisa invece, ha raccontato: «Ho sempre studiato e scritto tantssimo. Ho mandato quindi il mio curriculum ad alcune scuole private ed immediatamente mi ha risposto la Beverly Hills Lingual Institute: cercavano un’insegnante di italiano. Da un giorno all’altro mi sono trovata a dover gestire 8 classi, di adulti, ogni mattina e sera della settimana. Ho lavorato in questo istituto per 5 anni. Poi la richiesta di studenti privati era troppo alta e quindi mi sono dedicata solo all’insegnamento privato, attività che svolgo tutt’ora con grande soddisfazione. Ho studenti che nella maggior parte fanno parte del mondo di Hollywood, produttori, attrici, registi e musicisti.»

Il lavoro e la famiglia rappresentano la vera forza di queste due donne. Per Paola il More è: «Il benessere delle persone. Siamo di fatto un ristorante, serviamo cibo e sorrisi e certamente c’è anche un valore aggiunto nella qualità di quel che prepariamo e serviamo, ma io mi riferisco proprio al benessere dei clienti: vederli soddisfatti e talvolta emozionati é il risultato che amo di più e poi ancora di chi collabora per far funzionare questa attività, e qui mi riallaccio all’importanza del team. Sentire di far parte di una famiglia, sapere che ognuno può contare sugli altri, qui c’è questo senso di appartenenza e condivisione che per me sono cose sacre nella vita come nel lavoro».

Alice Bianco

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Marta Basso – #StopWhining, curiosità e rilevanza: le skills del presente e futuro

 

Marta Basso – #StopWhining, curiosità e rilevanza: le skills del presente e futuro

 

La terza donna stra (ordinaria) del mese del blog di WearMore è Marta Basso, 25enne cafoscarina Laureata in Economia, eletta CEO for One Month di Adecco Group Italy nel 2017, imprenditrice, scrittrice ma soprattutto ”inventrice” del motto #StopWhining. Per introdurre lei, i suoi principi e la sua personalità non posso che citare Mary Poppins e il suo ”Tutto è possibile, persino l’impossibile”.
Se non avete mai visto e sentito uno dei suoi video su Linkedin, primo (che aspettate?!), secondo, leggete ques’intervista per capire meglio chi è Marta Basso e vedrete che alla fine diventerete anche voi paladini dello #StopWhining!

Per prima cosa, cerchiamo di comprendere insieme com’è nato il motto e qual è la mission di questa giovane imprenditrice e mentor. «Tutto nasce nell’estate del 2015, in un periodo di cambiamenti, soprattutto dopo la laurea, il momento in cui la vita deve cambiare. Ed è proprio nell’estate di quell’anno che ho iniziato a viaggiare, andando a trovare amici e non, compiendo una sorta di Mangia, Prega e Ama, tra Italia ed Europa ed è così che ho cominciato a capire cosa volevo dalla vita.

L’epifania però, è arrivata alla fine di agosto 2015. «Al ritorno ho riflettuto su ciò che volevo fare della mia vita e mi sono resa conto che i viaggi erano serviti, ma non potevo dimenticare da dove venivo: dovevo rimanere reale e realistica, con i piedi per terra, ed è così che dopo 10 giorni mi sono trasferita a Londra per un master e poi a San Francisco (ha frequentato la Hult International Business School).
Lo #StopWhining inizia da lì. Mi sono accorta che la mia vita passata era finita, me la dovevo lasciare alle spalle e mi sono ritrovata a vivere in un ostello a Londra, capendo che era un momento importante della mia vita, non potevo lamentarmi, stavo facendo dei sacrifici per qualcosa di importante.
Quello dello #StopWhining infatti, è il messaggio che voglio dare alle persone: eliminare le scuse, come una liberazione. Molte volte ce le raccontiamo per non confrontarci con gli altri (molto spesso quella del generational gap), altre volte troviamo scuse per non perseguire le nostre idee imprenditoriali. A volte non ci rendiamo nemmeno conto, ma lo #StopWhining nasce proprio dall’esigenza di migliorare il mondo partendo dalle singole persone e che questo messaggio possa continuare ad essere sempre più virale con gli ambassador, che siamo tutti noi. É difficile non lamentarsi, richiede di prendersi le proprie responsabilità».

Marta per combattere contro le scuse, cosa fa nel pratico? Qual è la sua mission? «Mi occupo di startup, mentorship, il prossimo anno uscirà un mio libro su come gli incubatori ed acceleratori debbano parlare con le aziende e come far rete. Parlo quindi come per me e per i Millennials, sia importante essere inclusivi ed occuparsi di responsabilità sociale. Per esempio, forse dovremmo farci delle domande su chi sono davvero gli influencers, quale poter hanno e gli diamo noi. Mi sto adoperando proprio per lanciare anche questo messaggio e non da sola, sia per un pubblico italiano che non».

Proprio parlando dei coetanei, abbiamo chiesto a Marta Basso, cosa ne pensa della situazione scolastica/lavorativa e se c’è qualcuno che la contatta per ricevere consigli. «Il mondo della scuola e del lavoro sono scollati; sono convinta che parlandone di più l’Italia possa tornare a crescere ed essere rispettata. Dal punto di vista delle aziende, la situazione lavorativa è difficile, non vedo impegno politico per ridurre la disoccupazione e parlando di Partite Iva o startup: i giovani non vengono spinti a progettare e nemmeno essere assunti è una garanzia.
I giovani cercano cose diverse, sono più flessibili, credono e crediamo in una crescita personale, vogliamo che i valori che ”vende” l’azienda siano poi quelli reali. Molto spesso però, sono le aziende che dipingono i giovani come persone che non sanno quello che vogliono; forse, dalla loro parte non ascoltano i ragazzi e questi subiscono il fatto di non essere sufficientemente ascoltati. Le scuole quindi sono importanti, ma anche la proattività dei ragazzi stessi.
Quando vado a parlare nelle scuole, dico sempre che lo strumento Internet può essere usato molto meglio, per capire qual è la situazione lavorativa e cosa interessa fare a questi ragazzi. Curiosità e rilevanza sono importanti. Per esempio, non è vero che chi fatto studi umanistici non troverà lavoro, nell’innovazione ci sono un sacco di filosofi. É importante realizzare che le nostre competenze si possono costruire (ho una laurea in economia ma ho avuto debiti alle superiori in matematica), poi bisogna capire il contesto in cui ci si trova ed applicare le skills che abbiamo o impariamo.»

E dal punto di vista politico? «Non credo ci sia nessun interesse in questo senso. Spero che a breve si riesca a trovare il modo per mettere in contatto le due parti, anche con progetti esterni come il mio, per trovare un dialogo, migliorare l’istruzione e il lavoro. Per questo motivo mi sento una mentor, perché mi fa piacere dare consigli ai ragazzi, in particolare a quelli delle superiori; penso a quello che avrei voluto avere alla loro età (consigli, ascolto). Ci sono comunque persone di tutte le età che mi chiedono consiglio e questo mi ha sorpreso e fatto piacere: ci sono delle persone pronte al cambiamento, che ascoltano i Millennials e sono pronte ad affrontarle».

Le caratteristiche più importanti che bisogna avere nel mondo del lavoro oggi sono: la curiosità e la rilevanza. Come dice Marta, «vanno affinate e messe insieme, perchè o siamo infelici delle cose che facciamo o siamo frustrati perché facciamo ciò che ci piace, ma non siamo riconosciuti: bisogna trovare la via che sta nel mezzo. Chi ha una passione forte e riesce ad eliminare tutte le scuse, ce la farà. Bisogna essere consapevoli di quanto sia importante formarsi, ma avere anche l’approccio giusto per applicare ciò che si è imparato (le soft skills). L’empatia sarà fondamentale, anche per gestire situazioni gravi; le lingue e la conoscenza del digitale, come hard skills saranno importanti, la tecnologia potrà aiutare molto l’uomo».

In termini di lavoro, le abbiamo chiesto anche se ha qualche progetto particolare in cantiere. «Il mio libro, che uscirà nel 2019. Tratterà dell’innovazione Early Stage, il rapporto tra startup ed aziende o istituzioni, come precursori della crescita economica del Paese. Poi siccome sono conosciuta su Linkedin proprio per i video, volevo creare qualcosa per chi vede ed analizza i video ed ho in mente due nuovi format: uno personale e un altro con altre persone ed internazionale. Entrambi avranno l’obiettivo di creare influenza, speranza ed utilità reale, cambiando il paradigma dell’influencer di oggi (senza dover comprare followers)».

Alla domanda di rito di WearMore, cos’è per te il More, Marta ha concluso dicendo: «É il mio mantra, la parola che in inglese pronuncio più spesso. Il More è quello che bisogna sempre spingere anche quando per arrivarci bisogna creare del Less. Si dice infatti, ”Less is more” perché meno per meno fa più: limitare il proprio target e investimento, avere un approccio meno diretto può servire a creare il More, che è sinonimo di valore: non esiste valore se non cerchiamo il More, non bisogna accontentarsi.
Per me la felicità è quella che sento nel fare ciò che mi piace, al di là delle visualizzazioni dei miei video, il bello è che posso spingermi fuori dalla comfort zone, chiedere anche aiuto e che ispiri me e gli altri».

Alice Bianco

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Lorella Carimali – Il riscatto sociale e l’invito a non mollare mai

 

Lorella Carimali – Il riscatto sociale e l’invito a non mollare mai

 

La seconda protagonista delle nostre interviste mensili di WearMore è Lorella Carimali, docente di Matematica e Fisica presso il Liceo Scientifico Vittorio Veneto di Milano, ma soprattutto tra i 50 finalisti del Global Teacher Prize 2018 (il premio da un milione di dollari che viene assegnato ad un insegnante eccezionale, che ha portato un contributo degno di nota alla professione).

Lorella Carimali è da sempre impegnata in progetti sperimentali per l’istruzione e la formazione e abbiamo voluto chiederle che ne pensa della situazione in Italia, ma intanto le abbiamo chiesto come ci si sente ad essere scelti tra i 50 finalisti del ”Nobel” dell’istruzione. «Ovviamente incredula ma molto felice e non solo per me ma per tutte/i gli insegnanti italiani che come me entrano in classe con passione civile nonostante le enormi difficoltà. Un grande successo per me e per noi. Mi sento, anche, il simbolo di un riscatto sociale, avvenuto attraverso la matematica che è un modo di allenare il pensiero astratto, di conoscere e capire il mondo».

Un bel riscatto per una donna, che è nata e cresciuta in un quartiere della periferia milanese e ha fatto tutto da sola, i suoi genitori non l’hanno mai aiutata, poiché avevano frequentato solo la scuola elementare. «Il riscatto sociale non è la scalata sociale – ha tenuto a precisare – è il pensare se stessi come liberati dalla propria condizione, come liberi di poter progettare il futuro ed il mio si è realizzato attraverso la matematica, lo studio, l’impegno e il non mollare mai».

La matematica è una parte fondamentale di Lorella Carimali e della sua vita, tant’è che il suo mantra è quello di pensare matematicamente e l’ha applicato anche nel rapporto con i suoi studenti. «Insegno agli studenti e alle studentesse a pensare matematicamente cioè alleno le capacità di intuire, immaginare, progettare, dedurre, controllare per poi quantificare e misurare fatti e fenomeni della realtà. In questo modo gli studenti sviluppano quella competenza matematica che è significativa per la comprensione di una realtà complessa come la nostra e fondamentale per l’esercizio della libertà individuale e di una cittadinanza consapevole. Il linguaggio matematico non ha confini geografici, politici, generazionali, religiosi, culturali e di genere».

Secondo Lorella Carimali, l’approccio didattico che ha adottato è un’azione necessaria, «In una società come quella attuale sempre più articolata, complessa, multietnica e diversificata al suo interno, non potevo fare a meno di ripensare la mia didattica. Affinché i/le giovani imparino a non assumere atteggiamenti di diffidenza, di sospetto, di rifiuto, di discriminazione e di intolleranza verso donne e uomini che presentano caratteristiche diverse dalle proprie e a rapportarsi “all’altro” senza stereotipi o pregiudizi. L’adolescente si trova smarrito, solo, timoroso dell’altro: fatica a mettersi in discussione e a confrontarsi perché le sue sicurezze sembrano continuamente vacillare; i suoi sogni e le sue aspettative sembrano irrealizzabili. Ho rivisto la mia attività educativo/didattica in modo di far sentire ogni soggetto importante, dandogli speranza e fiducia prima di tutto nei sogni e nelle aspirazioni che nutre».

Come dovrebbe quindi essere la scuola del futuro, cosa e come dovrebbe insegnare? «La Scuola è l’ambiente in cui i ragazzi/ragazze acquisiscono i valori che li accompagneranno per tutta la vita. Sin dai primissimi anni del ciclo di studi, gli si dovrebbe fornire strumentazioni didattiche ed esistenziali che rendano questi giovani capaci di vivere nella nuova ”insalatiera etnica”, parafrasando il sociologo delle relazioni, B. Ulderico, ossia in quell’insieme di ingredienti/persone diverse che, nella loro singolarità, contribuiscono a dare gusto al nuovo piatto senza perdere la propria specificità.
Bisogna partecipare alla vita degli altri, condividere il sapere. Se un ragazzo va male, viene aiutato da un compagno bravo e migliora il suo rendimento, così entrambi avranno un voto più alto. Chi è stato aiutato probabilmente quando sarà adulto e vedrà qualcuno in difficoltà, gli tenderà la mano».

Parlando di futuro, Lorella Carimali ci ha parlato anche di quarta rivoluzione e di come il mondo, soprattutto l’istruzione, dovrà cambiare. «Questa rivoluzione porta con sé possibilità eccitanti, nuove soluzioni alle sfide globali, opportunità e posti di lavoro che devono ancora essere inventati ma allo stesso tempo ne spariranno degli altri. La disoccupazione tecnologica spingerà verso il basso la sicurezza del reddito e unitamente ai cambiamenti climatici e alla rapida crescita della popolazione mondiale, questo sarà il secolo più difficile che la nostra specie abbia mai affrontato.
Governi, educatori e genitori devono porsi urgentemente la domanda su come possono preparare le generazioni presenti e future a prosperare in questo mondo in trasformazione. Nei prossimi dodici anni, infatti, l’intelligenza artificiale, la realtà virtuale e aumentata, la robotica modificheranno la relazione tra tecnologia e persone e l’abilità di acquisire nuove competenze nel corso dell’intera vita lavorativa sarà più importante della conoscenza stessa».

Cosa potranno quindi fare le aziende? «Potranno trovare e assumere talenti in tutto il mondo; la velocità del cambiamento sarà così elevata che verranno creati nuovi lavori e saranno necessarie per sopravvivere nuove capacità e tutto questo potrebbe essere potenzialmente molto stressante. Per questi motivi qualunque carriera si scelga bisognerà sviluppare quelle capacità che non potranno mai essere delle macchine come l’empatia e la creatività. Questa rivoluzione trasformerà anche noi stessi e la nostra relazione con il mondo. L’abilità più preziosa da sviluppare sarà quella dell’imparare a imparare».

Abbiamo concluso l’intervista con la classica domanda che facciamo a tutte le nostre donne stra (ordinarie): Cos’è per te il MORE? «La volontà di mettersi in gioco, le relazioni con gli altri, l’empatia, l’inclusione. Bisogna ascoltare i ragazzi, credere in loro e stare al loro fianco».

Alice Bianco

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Chiara Burberi e il suo Redooc.com – La piattaforma online per educare i ragazzi

Chiara Burberi e il suo Redooc.com – La piattaforma online per educare i ragazzi

Una delle protagoniste delle due interviste del mese è la docente ed ora CEO di Redooc.com, Chiara Burberi. Attraverso questa piattaforma di education online, punta ad avvicinare alle materie scientifiche i ragazzi delle scuole medie e dei licei.
Laureata all’Università Bocconi di Milano e docente propri lì, dopo aver lavorato in McKinsey e per Unicredit, con il suo progetto dedicato all’educazione ed istruzione, è stata riconosciuta fra le 100 founder di maggiore successo del digitale e dell’app economy d’Europa.
Capiamo un po’ meglio insieme, com’è nato Redooc.com e quali sono gli scopi di questa piattaforma.

Chiara Burberi spiega qual è stata la scintilla, il perchè ha deciso di dar vita a questo progetto: «I libri dei tuoi figli uguali ai tuoi e quindi a quelli dei tuoi genitori ti danno da pensare… La matematica (regina delle materie STEM – Science, Technology, Engineering, Mathematics) è il linguaggio del futuro e nessuno si occupa di far in modo che i nostri figli lo imparino» – e prosegue – «Redooc.com è uno strumento in mano ai docenti, grazie alle Classi Virtuali, ma che piace ai ragazzi, con il suo linguaggio naturale, le video lezioni e gli esercizi interattivi come in un grande gioco online.»

Le materie scientifiche in particolare, sono più ostiche alle ragazze, Chiara Burberi «Cosa si potrebbe fare per avvicinarle di più? Iniziare a crescerle abituandole a pensare “niente è impossibile”, “volere è potere”. I bei voti a scuola non bastano a rassicurare le studentesse delle loro capacità e talenti. Creare sempre più esempi positivi. Non basta avere la Giannotti a capo del CERN, se i rettori, i professori ordinari e gli Amministratori Delegati in stragrande maggioranza sono uomini!»

Molto spesso la passione per la matematica viene vista come qualcosa di negativo, gli appellativi sono ”sei uno/a sfigato/a”, ”sei un/a secchione/a”, la CEO di Redooc.com spera che la situazione cambi. «Sarebbe bello che diventasse “cool” uscire con una ragazza/o bravi in matematica…»

Per quanto riguarda la sua esperienza personale, Chiara Burberi ci ha raccontato il suo rapporto con la scuola: «Nella mia carriera scolastica, mi ha colpito molto la professoressa di greco del liceo. Ci faceva ripassare tutte le volte che ci vedeva, facendo una domanda a ciascuno, su tutto il programma. In pratica non dovevi studiare, bastava che stessi attento. Era il prototipo del Coach: allenamento, allenamento, allenamento.»

Cosa potrebbe fare lo Stato italiano per migliorare l’istruzione: «Il nostro paese non ha mai avuto una strategia di politica economica, quindi nessuno si è mai occupato seriamente di educazione, che è la base dell’innovazione e della crescita. Ecco, la politica dovrebbe ripartire dalla Strategia dell’Educazione

Per Chiara Burberi non è importante solo l’educazione, il suo More, ciò che le dà la spinta nella vita è: «La passione sincera».

Sara Prian

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I consigli della Life and Business Coach Carina Fisicaro – «Prima pensa all’Essere, poi al Fare»

I consigli della Life and Business Coach Carina Fisicaro – «Prima pensa all’Essere, poi al Fare»

46 anni, da 30 vive in Italia, ma è originaria dell’Argentina, Carina Paula Fisicaro come mestiere, anzi come missione, ha quella di voler aiutare le donne, personalmente, spiritualmente e professionalmente.
È una Life and Business Coach certificata, che ha deciso di dedicarsi completamente alle donne, ed è per questo che abbiamo deciso di parlare un po’ con lei, capire meglio cosa fa, cosa l’ha spinta ad abbandonare un lavoro dipendente, mettersi in proprio e sposare la sua mission.

«Aiutando le donne, ho aiutato anche me stessa». Carina è arrivata in Italia non sapendo nemmeno una parola della nostra lingua, ha fatto molti lavori, iniziando come collaboratrice domestica e finendo per fare la commerciale in un’azienda e poi la famosa idea e volontà: mettersi in proprio. «Volevo seguire quella che sentivo come la mia ”vocazione” della vita. Certo, all’inizio avevo molta paura, era quella la sensazione che sentivo di più. Noi donne del resto, rispetto agli uomini, tendiamo ad essere meno istintive, a non volerci buttare. Il rischio non fa per noi e allora rinunciamo e non lo facciamo. Ho imparato però che rischiare ripaga.»

Coscarina fisicaro wearmore bloga fare quindi per liberarci, per comprendere se possiamo riuscire a fare il cosiddetto ”salto” e creare un’impresa? «Capire e cercare di trovare il perché. Il perché grandissimo e chiederci cosa vogliamo fare veramente, dandoci una motivazione e non pensando immediatamente alla cosa che poi sarà più redditizzia, bensì, cercando di pensare al guadagno come ad un effetto collaterale di ciò che si farà.» Da qui il suo spassionato consiglio: «Prima pensa all’Essere, poi al Fare. Da sempre tutti ci hanno abituati al risultato o ci hanno detto cosa dovevamo fare, è tempo di pensare a noi, prenderci il nostro tempo e poi Fare».

Carina Fisicaro ha poi proseguito raccontando la sua esperienza personale e professionale. «Spesso nella mia carriera da imprenditrice, dal 2013 ad oggi, mi è capitato di lavorare gratis, di dare consigli e tenere dei workshop a titolo gratuito, tutte cose che poi però, si sono rivelate un investimento. Ricordate infatti, che donare è molto più importante che ricevere: se dai 10, ma lo fai con il cuore e per un motivo ben specifico, vedrai che poi otterrai 100; i risultati si vedranno, magari tra 1 o 2 o 3 anni, ma prima o poi si vedranno».

Tempo, denaro e risultati che faticano ad arrivare, Carina Fisicaro, come altre donne, ha dovuto affrontare diversi ostacoli nel suo cammino, ma non ha mai mollato. «Stavo affrontando un periodo in cui mi sentivo sola, ma è stato proprio questo il motore, mi ha fatto capire cosa dovevo fare». Ed è così che è nato il progetto DonnaOn – Donne che ispirano le donne.
Un luogo, una ”stanza” dove sentirsi però a proprio agio e come riportato dall’omonimo sito web «un progetto OPEN SOURCE dove puoi diventare protagonista mettendo a disposizione i tuoi saperi e sapori, uscendo dalla solitudine e dall’anonimato, grazie alla community e alle attività di networking.»

«Donna On nasce da un sogno, quello di farmi sentire meno sola, di costruire una rete di collaborazioni, una sorellanza, con l’idea di aiutare anche le altre donne a sentirsi meno sole. Perché ricevere aiuto e non avere paura di chiederlo, è fondamentale.» Donna On è anche luogo fisico, con workshop ed incontri formativi e non solo. Per scoprirne di più il sito è: donnaon.it

Una delle cose che mi hanno colpito di più della conversazione telefonica inoltre, è stata la domanda ”Come ti posso aiutare?”, Carina Fisicaro ha affermato più volte che: «Quando qualcuno a cui chiedi aiuto ti risponde subito così, con questa domanda, vuol dire che è vero, è lì per te e ti vuole aiutare veramente, investe in te». Il More, quello che per noi di WearMore è il valore aggiunto, per lei sembra essere proprio questo: Essere se stessi, trasmetterlo agli altri è il Fare.

E per concludere, dopo una conversazione lunga ma stimolante, è bene ricordare una delle frasi più importanti dette da Carina: «Vali a prescindere. Ogni giorno sentiti orgogliosa di te stessa, perché l’importante è sempre dare il massimo.»

 

Alice Bianco

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Federica Fuser, la pilotessa di Treviso: ”Passione, ma anche tanto studio e dedizione”

 

Federica Fuser, la pilotessa di Treviso: «Passione, ma anche tanto studio e dedizione»

Instagram, posto insolito dove poter conoscere una persona, noi, grazie a questo social network abbiamo conosciuto Federica Fuser, di Treviso. Un passato (e ogni tanto anche presente) da modella, ex proprietaria di un’officina meccanica ed ora pilota di aerei privati. Scoprite un po’ cosa vuol dire essere pilota, cos’è la passione, ma anche il duro lavoro.

 

Tutto ha inizio cinque anni fa. «Dopo aver chiuso la mia piccola azienda, un officina di riparazione che ho avuto per circa sei anni in società con il mio primo fidanzato.» La passione per il volo ha avuto il sopravvento: «Già nell’ultimo anno prima della chiusura alzavo gli occhi al cielo e immaginavo come poteva essere il mondo da lassù, guardavo gli aerei decollare in pista e sognavo ad occhi aperti. Ero totalmente innamorata e affascinata dalla maestosità di questi “pezzi di ferro” che si alzavano in aria come piume.» Ma quando Federica ha deciso di mollare tutto e puntare, letteralmente, in alto? «La conferma che avrei voluto diventare pilota è arrivata appena sono salita in un piccolo aereo dell’aeroclub di Treviso e sono decollata. Lì è scattato il clic definitivo.»

Federica Fuser - Shana Carrara 1

Federica Fuser – Foto di Shana Carrara (WearMore)

Certo però, che la vita da pilota professionista non è tutta rose e fiori. «Essere pilota non è solo volare in cielo, è molto altro; è una passione che prima o poi diventerà un lavoro e un lavoro molto impegnativo, che richiede constanti aggiornamenti e test al simulatore per essere sempre pronti a gestire le emergenze più importanti, tanto studio e dedizione.» Questo il consiglio che Federica si sente di dare a tutte quelle ragazze e ragazzi come lei, che vogliono intraprendere questa strada.

Uno dei lati positivi, forse sta proprio nel poter esplorare, di tanto in tanto, posti nuovi, in giro per l’Europa, anche se i momenti di relax sono unici e rari. «Purtroppo ci si trova la maggior parte delle volte a sostare in hotel nell’area aeroportuale per questioni di vicinanza e praticità, soprattutto quando la mattina seguente si parte molto presto. Nonostante abbia girato più di 60 cittadine in tutta Europa, quelle che ho avuto l’opportunità di vedere sono veramente poche! Ricorderò sempre però un resort in cui siamo finiti quest’estate a San Bonifacio in Corsica: abbiamo fatto quasi due giorni di stand-by in quest’oasi in mezzo alla natura, in cui tutto era biologico e coltivato a mano. C’era una piscina riscaldata immersa nella vegetazione e nessuno a parte me. Sono stata lì tutto il giorno a prendere il sole. Cose che capitano una sola volta nella vita!! Quella volta che dici “ogni tanto anche una gioia!»

I viaggi Federica, spesso li condivide con i colleghi maschi, le abbiamo perciò chiesto com’è lavorare con loro, in un mondo così prettamente maschile. «Le compagnie stanno investendo molto nell’assunzione di piloti donne, e sembrerebbe esserci una svolta definitiva. Rimane il fatto che comunque, per la mia breve esperienza nel business jet, devo ammettere che per una donna è sempre più faticoso rispetto ad un uomo. E si, purtroppo si rischia ancora di incappare in certi individui maschilisti.»

Il lavoro, si sa, tende sempre a condizionare la vita di ognuno di noi, come fa Federica a dividersi tra casa a carriera? «6 giorni lontano da casa sono duri, soprattutto per una persona che come me, ama la sua casa e il suo territorio. Infatti quando rientro dal servizio per i miei quattro giorni di riposo, stacco completamente e dedico tutto il mio tempo alle persone a cui voglio bene amici, famiglia, cani, gatti e ovviamente, a me stessa!» Ciò che per lei rappresenta il valore aggiunto nella vita, il suo More, e che consiglia a tutti è: «Fare sempre ciò che ti rende felice e che ti fa star bene. Non smettere mai di cercare quello che è destinato a te, anche a costo di abbandonare strade vecchie ed intraprenderne di nuove.»

Alice Bianco

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Beatrice Venezi

Beatrice Venezi: «Amo la musica e viaggiare e mi ispiro a Bernstein ed a Elisabetta I»

 

Beatrice Venezi: «Amo la musica e viaggiare e mi ispiro a Bernstein ed a Elisabetta I»

 

Una delle poche direttori d’orchestra donne (dal 2014 dirige la “Nuova Orchestra Scarlatti” di Napoli), la 28enne Beatrice Venezi, si è raccontata al blog di WearMore. Tra musica, viaggi e riflessioni, l’abbiamo avuto modo di conoscerla un po’ di più.

Il Corriere della Sera l’ha inclusa tra le 100 donne più influenti del 2016 e l’anno dopo l’ha riconferma tra le 50, quest’anno la rivista americana Forbes l’ha inserita nella lista delle 100 migliori Under 30 e qualcuno forse l’ha già vista in alcune apparizioni televisive (EPCC con Alessandro Cattelan e La vita è una figata con Bebe Vio).

Beatrice Venezi PianoforteOriginaria di Lucca (come Giacomo Puccini), Beatrice ha debuttato all’età di 22 anni e da allora viaggia in tutto il mondo per portare la musica in diversi Paesi e continenti, in special modo per farla arrivare ai giovani.

«Ogni volta, salire sulla pedana d’orchestra è sempre una grande emozione, è anche quasi impossibile poterla descrivere a parole. È un atto creativo potente; provo paura, tensione e per me è come uno sfogo» così ha descritto le sensazioni che prova e come i grandi artisti da palcoscenico, è un misto di emozione e ansia da prestazione.

Del resto, nonostante l’orchestra sia un ambiente gerarchico, dove per il direttore i musicisti mantengono un rapporto di rispetto, capita che «forse inconsciamente, i direttori artistici o altri direttori d’orchestra, tendano ad avere dei preconcetti e pregiudizi». »Resta il fatto che» – continua Beatrice- «l’ambiente sia meno conservatore ed elitario rispetto ad una volta: c’è qualche aria di cambiamento».

Parlando proprio di inversione di tendenza, abbiamo chiesto a Beatrice Venezi, se si potrebbe fare qualcosa per spingere le giovani ragazze che vogliono intraprendere la sua strada: «Ci sono già diverse ragazze che lo stanno facendo, qualcuna di loro mi contatta perché le dia qualche consiglio, ma secondo me non è nemmeno una questione di genere. Un ottimo direttore d’orchestra lo può diventare una donna come un uomo, l’importante è dimostrare la preparazione e la qualità. Certo, le donne, riferendomi ai preconcetti degli uomini, sono più l’occhio indagatore, devono poter dimostrare il 300 per 100 ed è un po’ una condanna per questa categoria, ma ribadisco, prima di tutto puntare sulla qualità e la preparazione».

Sinonimo di bravura e fama, Beatrice confessa di ispirarsi ai direttori d’orchestra, Leonard Bernstein e Carlos Kleiber. «Bernstein lo amo per come è riuscito a usare il mezzo mediatico per comunicare la musica, arrivando ai giovani e Kleiber per me è la quintessenza dei direttori d’orchestra: è un corpo che trasuda musica».

Al di fuori del suo settore, e diremo al di fuori anche di quest’epoca, Beatrice ha dichiarato di ispirarsi ad Elisabetta I d’Inghilterra: «Si, perché ha rinunciato all’amore e al matrimonio politico, preferendo regnare ed occuparsi del benessere del proprio regno».

Ma se non avesse intrapreso questa strada, cosa avrebbe fatto Beatrice Venezi da grande? «Mi sarei o comunque dedicata alla musica e/o avrei fatto qualcosa inerente al viaggiare. Amo viaggiare, di recente sono stata a Tokyo e piuttosto di riposarmi e stare in hotel, quando ho un attimo di tempo preferisco esplorare il luogo in cui mi trovo».

Parlando di globalizzazione, proprio i social media, secondo Beatrice: «Da soli e gestiti male sono come un contenitore vuoto, ma sono un ottimo strumento di divulgazione. Penso alla musica ed è quello che cerco di fare anch’io con i miei account: arrivare a più persone, in particolare ai giovani e riempire quel contenitore».

Come di consuetudine abbiamo chiesto anche a Beatrice Venezi, cosa per lei rappresenti il More: «La curiosità. È il motore per tutti gli altri processi vitali; esplorare, andare oltre la propria comfort zone, è la soluzione migliore per evolvere, che ti permette di pensare fuori dal coro».

 

Alice Bianco

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