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Camilla Mendini e il suo Amorilla – L’italiana a New York che si batte per la moda sostenibile

 

Camilla Mendini e il suo Amorilla – L’italiana a New York che si batte per la moda sostenibile

 

Per parlare di una delle donne straordinarie di questo mese, ci siamo trasferite a New York. È lì che attualmente risiede Camilla Mendini, veneta doc (di Verona), classe 1986, mamma di due bambini piccoli, graphic designer, ma soprattutto (dal marzo 2018), fashion designer, che ha fondato proprio a pochi passi dalla Grande Mela il suo brand di moda sostenibile, Amorilla.

A New York è appena risalita la temperatura, dopo il gelo delle ultime settimane, Camilla (conosciuta sul canale Youtube e su Instagram con il nickname Carotilla) accusa i primi effetti dello sbalzo termico, ma si appresta a raccontarci di lei.
Per prima cosa le abbiamo chiesto com’è nata l’idea di fondare Amorilla. «Io fino al 2015 ero una persona totalmente anti-moda, preferivo vestire con abiti vintage e altri vestiti che trovavo, ma mi preoccupavo poco. Poi quell’anno è uscito The True Cost, il documentario che svelava i retroscena della moda ed è scoppiata lì la mia voglia di impegnarmi a creare qualcosa che avesse a che fare con la sostenibilità e l’etica della moda.»

Prima di dar vita ad Amorilla però, Camilla, trasferitasi in America per seguire il marito, non ha passato un bel primo anno, lavorativamente parlando. «Sono rimasta ferma per i miei figli, perché non riuscivo a lavorare e a trovare proprio un posto che mi permettesse anche di stare accanto a loro e crescerli. Poi ho iniziato a collaborare con qualche agenzia qui a New York, per alcuni lavori di grafica, finché non ho capito e mi sentivo, che dovevo fare qualcosa di mio.»
Amorilla è nata così. «Non mi interessava di per sé di parlare di moda, ma mi sono buttata, del resto sono sempre stata una freelance, per cui non mi spaventava questo progetto, anzi!»

Con i suoi capi, Camilla ha iniziato a parlare e trasmettere il suo messaggio di sostenibilità e puntando sullo storytelling, ha creato quello che lei chiama ”contenitore di storie d’amore”: Amorilla.
Il brand si propone infatti di riscoprire le tradizioni tessili legate ad un Paese ogni volta diverso (ai tessuti e ai vestiti), riprenderle per creare delle mini collezioni da donna, in maniera totalmente etica e sostenibile.
La sua prima collezione (SS 2018/19) è nata in India, nel Rajasthan. È stata realizzata da sarti e artigiani locali: è stata ripresa un’antica tecnica di stampa con blocchi di legno intagliati a mano ed è stato utilizzata su cotone biologico Indiano, il Khadi, che Gandhi aveva eletto simbolo dell’indipendenza economica.
La seconda ”storia d’amore” (AW2018/19) ha invece il sapore dell’Italia: partendo dalla stoffa, filata nel Comasco mischiando fibre naturali di canapa e di lana di Yak, si è ottenuto un tessuto di lusso, molto morbido ma allo stesso resistente, ipoallergenico e altamente sostenibile. I capi sono poi stati realizzati a mano e a macchina da sarte nel Veronese.

Amorilla è prevalentemente formata quindi da capsule (collezioni con pochi capi): «Si, ho deciso di realizzarne pochi, perché i miei abiti sono di lusso, durevoli e si possono abbinare in vario modo. Chi li acquista deve sapere che costano, ma perché stanno facendo un investimento e potranno indossarli per molti anni.»
A tal proposito (consiglio nostro di WearMore) se iniziate o già seguite Camilla su Instagram, nelle sue stories, quasi ogni giorno vi dà dei consigli su come indossare i capi delle sue collezioni, abbinamenti sfiziosi e colorati.

Da fashion designer qual è diventata, le abbiamo chiesto se avesse qualche consiglio da dare ai giovani designer come lei: «Lo vorrei anch’io qualche consiglio in verità! Credo comunque in base anche alla mia esperienza, che l’importante sia essere sempre coerenti. Avere uno stile chiaro, definito e un obiettivo a cui puntare in ogni collezione, ed ovviamente differenziate il vostro prodotto.»

Proprio di distinzione e valore aggiunto le abbiamo chiesto infine, proponendone la domanda di rito: cos’è per te il More nella vita e nel lavoro. «Una domanda non proprio facile! Forse però, continuo a ripetermi, è la coerenza. Come madre, donna ed imprenditrice cerco di portare avanti la mia ”battaglia” per la sostenibilità e l’etica, elementi fondanti, che fanno parte di me e di come sono.»

Alice Bianco

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Annalisa La La Stories Wearmore Luisa Da Re

La La Stories – Annalisa: un cuore da donare ogni giorno

 

La La Stories – Annalisa: un cuore da donare ogni giorno

 

Alta, mora con gli occhi verdi, Annalisa da fin da subito un’immagine di donna forte, ma fragile, impenetrabile, ma aperta.

Nata in Piemonte, cresciuta appena fuori Milano, interprete di professione, decide di venire a Los Angeles all’età di 26 anni per perfezionare la lingua. Il suo progetto è di rimanere per 9 mesi, giusto il tempo di frequentare una scuola di sceneggiatura. Quello che ci proponiamo spesso non rispecchia quello che ci accade.

Infatti Annalisa incontra il suo futuro marito e i tempi si allungano… studia così altri 9 mesi Commercio Internazionale. Mentre le coincidenze già cominciano ad addensarsi nel suo mondo, viene assunta come Controllore della qualità dei sottotitoli italiani in film e serie televisive.
Scherzando lei mi dice che conosce tutte le puntate di E/R a memoria! E molte altre!

Si sposa, cambia il suo visto con la carta verde e decide di collaborare con il marito che lavora nell’immobiliare, per poterlo seguire in giro per gli Stati Uniti.

Nel 2007 viene assunta da E! Entertainment per gestire il sito italiano di notizie sullo spettacolo, una grande opportunità, quindi cambia. Esattamente prima del crollo immobiliare del 2008, cosa che ha permesso a lei di attutire il danno che il marito nel frattempo cercava di gestire.

Rimane nel campo spettacolo ed intrattenimento fino al 2014, quando inizia a ”sentire” dentro di lei che qualcosa la chiama.

Ricompone la sua vita, rivede le esperienze passate, accetta di guardare in faccia i ben tre tentativi di stupro che ha subito in gioventù, il primo addirittura a 17 anni, nonché l’abuso subito durante l’ultima relazione in Italia, con un uomo che non la lasciava nemmeno uscire in macchina da sola; si guarda attorno Annalisa. Vuole cambiare certo, ma vuole anche dare.

Fonda quindi, nel 2015, un’organizzazione NoProfit, la Lasting Impressions, www.LastingimpressionsCenter.org, per provvedere ed aiutare le vittime di abusi tramite la Arts Therapy. Impressionante vero?

Tuttora lavora come Digital Marketing in una azienda per riuscire a mantenere l’associaizone che comunque vanta finanziamenti sia da persone singole che da altre organizzazioni. Tutto ciò che lei mette a disposizione, strutture e team, sono gratuite.
Ha capito che non può salvare il mondo, ma ha anche capito che deve provarci.

La guardo, così semplice nel raccontare, eppure così ricca di esperienza. E mi sento bene anch’io, perché Annalisa mi fa sentire orgogliosa di essere donna.

Luisa Da Re

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fashion designer e artigiani italiani WearMore

I numeri della moda italiana – Cresce il fatturato, ma gli stipendi no

 

I numeri della moda italiana – Cresce il fatturato, ma gli stipendi no

 

Sono usciti qualche giorno fa i dati di Confindustria Moda che riguardano il fatturato di questo settore per l’anno 2018. Volete sapere a quanto ammonta?

 

Se andiamo a cercare la definizione, uscirà qualcosa del genere: Ricavi stimati per 95, 7 miliardi di euro (+0,9% rispetto al 2017) ed export a 63,4 miliardi (+2,6% rispetto al 2017).

 

Come fa notare però, il Sole 24 Ore, volete sapere qual è il colmo?

 

Gli stipendi delle oltre 400mila persone operanti nel settore, sono fermi.

 

Il fashion è l’industria italiana tra le prime a fatturare maggiormente, questo perché all’estero il Made in Italy (anche se poi molti marchi delocalizzano la produzione) è molto apprezzato. La moda italiana ce la fa, nonostante alcune difficoltà politiche internazionali (sanzioni della Russia e l’ombra incombente della Cina) e quindi, mentre gli italiani si impoveriscono, dobbiamo tutto all’export.

Secondo i dati, l’Italia è la seconda nazione al mondo come esportazioni di tessile, moda ed accessori (dietro a metallurgia e Food&Beverage). Chi gode però dei nostri stupendi prodotti di artigianalità?

 

In Europa: la Francia (+2,4%), in Germania (+ 0,9%), Regno Unito (+6,5%).
Fuori dall’Europa: Svizzera (+14,2%), USA (+1,3%) la Cina (+13,6%), la Corea del Sud (+11,3%)

 

Artigianalità ed una filiera produttiva da preservare: questo il valore aggiunto (il More) della moda nostrana. Ebbene, la parte più importante la giocano coloro che sono parte attiva nella produzione e cioè gli operai del settore. È da sottolineare però, che (secondo le stime del Sole 24 Ore) «negli ultimi 4 anni, solo per i quadri (le cariche più alte e vicine alla dirigenza), si è avuta una dinamica retributiva in crescita, mentre sulle altre qualifiche della filiera i trend sono al ribasso o in stagnazione.» A soffrire di più è il reparto del tessile (abbigliamento ed accessori), dove gli stipendi medi sono del -5% rispetto alla media nazionale.


Mentre volete sapere quali retribuzioni crescono? Quelle dei dirigenti, ovviamente! Circa il doppio di quelle dei loro vice, il triplo rispetto a quelle degli impiegati e il quadruplo degli operai.
Nel 2016 gli stipendi erano aumentati, su base annua, del 2,1% c’è quindi una domanda da porsi: stiamo tornando indietro?

C’è poi da distinguere tra il lavorare in una grande azienda con una produzione grande, non luxury e fast e il lavoro negli atelier artigianali, dove sarte/i ed operai, realizzando pochi capi, di lusso e con la qualità del Made in Italy e della tradizione, debbano impiegare più tempo e precisione.

Ci sono casi in cui poi, come ha dimostrato il servizo di Report (Rai 3) di un mese fa, (sulla produzione delle grandi case di moda e non solo), in cui a prevalere è la delocalizzazione, preferita per i costi troppo alti del lavoro qui in Italia. E siccome perché venga considerato Made In Italy, un capo basta sia fatto per il 10% da noi, il gioco è semplice: è facile apporre un’etichetta e guadagnarci molto di più di quanto effettivamente è stato speso per produrre.

C’è quindi da rivalutare prima, l’intera gamma di requisiti, affinché il Made in Italy venga considerato tale. Soprattutto servirebbero delle leggi diverse, che garantissero condizioni di lavoro migliori per i lavoratori, in generale. E la salvaguardia della vita lavorativa di questi operai/operaie: si sa che senza di essi, specializzati in questo settore, i prodotti non verrebbero nemmeno confezionati e messi in commercio.
Bisognerebbe rivedere tutto in un’ottica meno da ”catena di montaggio”, più rispettando il lavoro di nicchia e specializzato che queste persone svolgono (soprattutto nel luxury).

Che ne pensate?

Alice Bianco

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Inart Maestrie – Il collettivo artistico della provincia di Vicenza

 

Inart Maestrie – Il collettivo artistico della provincia di Vicenza

 

É l’amore per l’arte, l’estetica e la creatività che li ha fatti incontrare e riunire in un unico luogo, fisico e dell’anima: loro sono, Inart Maestrie, il collettivo artistico, nato nel 2006, in provincia di Vicenza e che questa settimana, abbiamo il piacere di presentarvi sul blog di WearMore.

É stata Elisabetta ”Bettina” Galiotto, classe 1970 a far nascere questo ”contenitore di arti”.
Elisabetta attualmente è una restauratrice di mobili, decori, complementi d’arredo, ha un passato nei cantieri di ristrutturazioni e progettazione di locali pubblici ed un giorno ha deciso di lasciare questo mondo per seguire la sua passione. «Affascinata dal modo di costruire rispettoso e attento all’impatto sia ambientale che sociale e con la passione per l’architettura d’interni, a un certo punto ho sentito il bisogno di passare dalla carta (progetto) alla materia, all’oggetto. Dell’architettura io creo e curo il dettaglio, l’elemento che unisce armoniosamente funzione e gusto, coronando l’idea di spazio che si sta realizzando. É iniziata così la ricerca che mi ha avvicinata, oltre che all’architettura sostenibile, anche all’uso e alla sperimentazioni di trattamenti naturali.»

Qualche anno dopo, ha incontrato sul suo cammino, Luigi Tonin (detto anche ”Gigi Wow!”), classe 1974, titolare di una cartoleria in quel di Trissino (Vi), dove ha sede Inart Maestrie, creatore e produttore di t-shirts. «A quel preciso evento ero andato ad ascoltare Florio Pozza musicista e artista italo-australiano. Ed è lì che ha inizio l’amicizia con lui e pian piano con Bettina.»

 

FàtiShirt nasce proprio grazie a loro due. «Il 5 luglio 2017, mi trovavo nei pressi di Trissino per lavoro e avevo un’ora buca, così sono passato a salutare Bettina a InArt. Chiacchieriamo e dopo 5 minuti si ricorda che in magazzino aveva dei timbri batik, me li fa vedere e decidiamo di provare a timbrare su tessuto. Corro in tutta velocità ad acquistare due t-shirt bianche e iniziamo a timbrare. ”Come la vuoi?” Mi diceva.. ed io: ”Fai tu! Come viene viene, mi fido!”. Porto a casa la t-shirt e i miei clienti iniziano a chiedermi dove l’ho acquistata ed io “Se vuoi te ne faccio timbrare una”. Il giorno seguente torno a InArt e porto gli ordini a Bettina e da buon commerciante le propongo di venderle, ma bisognava trovare un nome al nostro brand. ”Ma come le vogliono le t-shirt?” Ed io: “Bo….fà ti! Come vuoi! ‘”
É stato proprio Florio Pozza, scomparso in un tragico incidente nel maggio 2018, a dare il la, a spingere i due ad intraprendere questa strada e dare questo nome al brand.

Successivamente i due hanno iniziato a timbrare le t-shirts con oggetti di riciclo (vecchi attaccapanni anni 50, chiavi antiche, telecomandi rotti, ingranaggi di moto ecc). Luigi ci ha raccontato: «Ho creato da zero il logo, il packging, il profilo Facebook ed Instagram. Io e Bettina ci compensiamo perché lei è artista poco social ed io sono più social e commerciante. Alcune maglie sono immediatamente riconoscibili e diventano quasi “loghi grafici”, impressi nella memoria collettiva, altri scatenano fantasticherie su cosa può sembrare. La timbratura delle t-shirt viene fatta a mano e mai casualmente: l’asimmetria è una nostra caratteristica. I colori non sono mai uguali perché creati di volta in volta. Sono pezzi unici.»

All’interno di Inart Maestrie, c’è spazio anche per i gioielli, in particolare per PATA Design. Patrizia Maule, fonda nel 2013 il marchio e si diverte a ideare e produrre gioielli, pezzi unici: collane moniliche, anelli, bracciali e spille, coniugando artigianalità e soluzioni innovative.
Lo stile di PATA Design è riconoscibile e varia dal gioiello contemporaneo alla interpretazione di soggetti di epoche retrò. Patrizia usa una speciale resina in diversificati processi di lavorazione; nel particolare, oltre che realizzare opere uniche, può personalizzare le creazioni in diverse tonalità e misure tutto sempre in evoluzione pensando che la collezione migliore deve ancora arrivare.

Infine ci sono Nicole e Fabio Refosco, due pittori. Nicole, oltre alla pittura, ama i cavalli. «Da piccola riempivo pagine e pagine di quaderni disegnando ogni singolo particolare anatomico del cavallo, per capire bene come rappresentarlo al meglio. Potremmo chiamarla ossessione, ma io preferisco romanzarla con le parole “amore viscerale”.
Nicole ha un rapporto tormentato con l’arte. «Mi sono trovata spesse volte durante il percorso scolastico a “rigettare” questa pulsione verso le belle arti, credendo (a torto) che dedicare la mia formazione ad esse non mi avrebbe portato alcuna garanzia nel futuro e che sarebbe stato forse più saggio riporre pastelli e pennelli e dedicarmi ad un percorso di studi che mi preparasse ad “un lavoro vero”. Alla fine la pittura mi ha sempre accolto a braccia aperte mentre sbattevo i denti sui vari muretti posti dalla vita sul mio cammino.»

Nicole si è diplomata al Liceo Artistico Boscardin di Vicenza e ha iniziato l’Accademia di Belle Arti a Venezia, indirizzo Pittura, anche se poi ha capito che non era quella la strada giusta. Ha lasciato la laguna ed è ritornata sui monti e dal suo amato cavallo. «Non è stato facile e non è tutt’ora una passeggiata, ma l’attività di pittrice mi sta dando grandi soddisfazioni. Se qualcuno mi avesse detto tre anni fà che avrei avuto tutte le commissioni che sto avendo ora, non gli avrei creduto. Pur non frequentando più l’Accademia non ho smesso di studiare, dipingo quasi esclusivamente ad olio e prediligo il realismo: amo condurre indagini sulle sfaccettature ed i riflessi, i colori e le luci. Mi piace in particolar modo dipingere ritratti, umani e soprattutto animali, quando mi vengono commissionati sono sempre elettrizzata dal potenziale di questo tipo di commissioni. Sono costantemente ispirata dai grandi maestri del Rinascimento italiano e nutro una grande ammirazione per i maestri fiamminghi.»

Fabio Refosco approda a Inart Maestrie nel 2011, dopo un grave incidente: «Avevo la necessità di trovare uno studio, uno spazio mio dove esprimermi e superare con l’arte i problemi e soprattutto i pensieri. Ho avuto la fortuna di essere ospite allo spazio Inart e lavorare in uno spazio unico, che è frequentato da varie persone amanti dell’arte nelle sua diverse forme.»
Il suo è un percorso nella pittura, un po’ particolare. «Non ho un controllo assoluto sulla forma, il gesto è di controllare l’incontrollabile, una sfida che mi porta a questo gioco di forme e sensazioni che sono in divenire. Si potrebbe dire che il centro dei miei lavori è l’imprevedibilità, un gesto poetico e drammatico che assume vita propria.
Per i suoi lavori, Fabio utilizza la carta ‘Bindakote’ che acquista nella storica cartiera Favini. «Questo particolare tipo di carta patinata accoglie in modo straordinario il pigmento e le resine con le quali realizzo i miei lavori, ottenendo una resa quasi fotografica.» Fabio ha esposto i suoi lavori in varie città d’Italia (attualmente collabora anche con la Galerie Pirlot di Zurigo), ma è molto affezionato ad Inart.

Inart Maestrie è mosso dal confronto continuo e dalla condivisione dei pensieri. Come l’ha definito Fabio Refosco, è «un incubatore artigianale, una fucina di idee aperta a tutti.» Il loro More è proprio questo, l’unione che fa la forza, la capacità di riunirsi sotto uno stesso abbraccio, quello dell’arte e della creatività.

Alice Bianco

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Brand Journalism: quanto è importante raccontarsi

 

Brand Journalism: quanto è importante raccontarsi

Oggi vi vogliamo parlare di una branca del giornalismo poco conosciuta, ma che abbiamo avuto modo di esplorare parlando con voi e raccontandovi sulle pagine di questo blog. Stiamo parlando del brand journalism.

Se andiamo a cercare la definizione, uscirà qualcosa del genere: “tipo di giornalismo che si occupa della comunicazione di tutto ciò che ruota attorno a un marchio – brand – con lo scopo di informare i lettori sulla storia dell’azienda attraverso gli strumenti e le regole proprie del professionista che opera nei mass media”.

Esploso negli ultimi anni, grazie al web e ai social media qualsiasi brand può raccontarsi distaccandosi anche dalle più classiche testate giornalistiche, ancora magari legate fortemente al cartaceo, e scegliere blog, blogger o, addirittura, di diventare editori di se stessi con creazione di magazine o di un blog all’interno del loro sito internet (quest’ultima cosa, ormai imprescindibile per aumentare la visibilità organica nei motori di ricerca).

Fare marketing e fare giornalismo quindi, sono due azioni che sembrano, nell’era moderna sovrapporsi, grazie anche all’applicazione dello storytelling attraverso non solo la parola scritta, ma anche e soprattutto attraverso le immagini. Diventa quindi fondamentale, per fare bene brand journalism, sapersi raccontare, tenendo sempre bene a mente che nessuna storia è troppo banale. C’è sempre qualcosa di interessante dentro di noi, dentro al nostro brand o azienda che vale la pena far arrivare agli altri.

Per questo motivo nell’era del digitale diventa imprescindibile avere qualcuno in grado di creare contenuti per comunicare con le proprie community di riferimento e creare con loro, attraverso articoli, stories e quant’altro, un filo diretto che non prevede più una lunga sequela di intermediari.

Un altro strumento interessante diventa quindi raccontare di sé in altri blog, per ampliare la propria community e fare affidamento sull’engagement che nano e micro blogger riescono ad avere, collaborando con loro in maniera proficua.

Tutto ciò perché ormai il consumatore è stanco della solita pubblicità e per comprare qualcosa deve rivedersi nei valori del brand o dell’azienda ed è per questo che ha bisogno di conoscere la storia, di leggere e sentirsi coinvolto. Diventa quindi impossibile non fare brand journalism, soprattutto perché questo permette ad un’azienda, non solo di promuovere la propria immagine in maniera coinvolgente, ma trasformare i propri articoli o quelli che appaiono nei blog, in fonte primaria di notizie, diventando così esse stesse opinion leader del settore.

Fatevi coinvolgere dal brand journalism, raccontandoci di voi. Come fare? Lasciate la vostra mail qui sotto e vi ricontatteremo il prima possibile.

Raccontaci la tua storia


Sara Prian

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Marco Piccolo e Ars Nobilium – Il brand medievale e i suoi valori

 

Marco Piccolo e Ars Nobilium – Il brand medievale e i suoi valori

 

La rete ci fa incontrare, nascono affinità di valori e voglia di inseguire i propri sogni.
Il protagonista di questa intervista dedicata agli artigiani, ed in questo caso a chi la moda e la creatività ce l’ha nelle vene, è un giovane fashion designer, Marco Piccolo, che con il suo brand, Ars Nobilium, vuole comunicare valori ormai dimenticati e rendere possibili i sogni di chi collabora al suo progetto.

Marco ha 31 anni ed è veneto, fin da giovanissimo si è messo in gioco nel mondo del lavoro (come cameriere, parcheggiatore, aiuto cuoco) e nel mentre andava a scuola. Troppa carne al fuoco però ed arrivano le bocciature, ma quasi fosse opera del destino, Marco capisce che la sua vocazione è la moda.

Dopo aver terminato con successo la scuola di moda, inizia uno stage formativo all’interno della casa Marni: «Li però, mi sono scontrato con la dura realtà dietro a quel mondo che a me piaceva tanto. Si perché, le case di moda (e non parlo nello specifico di Marni), ma in generale, anche sentendo esperienze fatte da amici, sfruttavano stagisti per poi rimpolpare le fila anno per anno con contratti che, non solo non garantivano nulla ma ti derubavano di idee. Loro lo chiamavano fare la gavetta o bagaglio di esperienza, ma lavorare ore e ore al giorno per pochi spiccioli al mese, mentre quello che realizzavi (dal disegno al prototipo) usciva nei negozi a migliaia di euro, metteva parecchia rabbia. Al rinnovo del contratto ovviamente, scartavano tutti e facevano arrivare nuovi ragazzi un po’ da tutta Europa. Milano mi aveva ingoiato per poi risputarmi a calci.»

Fuggito da questa situazione, Marco ha passato un periodo duro, si è barcamenato tra diversi lavori: cuoco, cameriere, collaboratore freelance di moda, con un sogno, un progetto che pian piano si stava creando nella sua mente.

«Ho pensato di cercare una mia nicchia di mercato, che ancora ci tiene alla qualità, che apprezza un design innovativo, che ricerca capi particolari non badando al prezzo e che vuole realmente qualcosa di nuovo. Partendo da qui mi sono imbattuto in un territorio che mi è risultato essere inesplorato: il medioevo. Mi sono ispirato a questo periodo storico, per creare abiti dal design nuovo, facendo buon uso di accessori, tessuti e manodopera rigorosamente italiani.»

Marco Piccolo, per creare il suo Ars Nobilium, si è affidato a laboratori del territorio nazionale, per far sì che i suoi capi vengano considerati al 100% Made in Italy. Come ci ha spiegato infatti, «un capo per essere considerato Made in Italy, basta che subisca il 10% delle operazioni in loco, quindi molte aziende giocano su questo fatto, demolendo quella che è la nostra cultura artigianale, che all’estero va fortissimo».

Ma cos’è Ars Nobilium? Perchè dietro al suo ”brand di moda medievale”, Marco Piccolo vuol precisare che c’è una filosofia. «Vorrei far rivivere nel cliente finale valori ormai dimenticati, ma che nel Medioevo al contrario di quello che si pensa, erano fondamentali per trovare la vera felicità:

  • La giustizia: il cercare la via di ciò che riteniamo realmente giusto facendoci un esame di coscienza, senza farsi abbagliare dalla gloria o dagli interessi personali.
  • La lealtà: il mantenere la parola data, l’essere coerente con le persone e gli ideali che si è deciso di servire: l’essere fedeli al proprio onore.
  • La cortesia: il ragionare prima di fare discorsi avventati per non essere offensivo nei confronti di chi abbiamo di fronte, chiunque egli sia.
  • La difesa: difendersi dagli attacchi di coloro che riteniamo degni di lealtà, avendo compassione di chi è debole, indifeso ed oppresso.
  • Il coraggio: di osare, di provare le novità, di non fermarsi solo a dire ”fare”, ”vorrei”, ma agire perché di vita ce n’è una sola. Implica anche difendere la verità, mettendosi sempre dalla sua parte, non cercando di punire le persone, ma capire il motivo delle loro azioni.
  • La fede: non quella religiosa, a prescindere dalla propria, bisogna essere tolleranti con tutti. La fede di cui parlo è quella sorta di velo in cui crediamo fermamente, nonostante sia invisibile. Quella sorta di risultato finale che si può vedere ad esempio nel film “Alla ricerca della felicità”.
  • L’umiltà: riconoscere i meriti degli altri, non vantando i propri, ma lasciando che siano gli altri, se vogliono, a riconoscerli.
  • La generosità: parlo del saper offrire al prossimo qualcosa di più, quel valore aggiunto che solo noi sappiamo dare.
  • La prodezza: non quella dei cavalieri di essere abili nell’usare le armi, ma essere pronti a fare atti di valore per migliorare la condizione umana, armandosi metaforicamente della verità che conosciamo, per esprimerci e cercare di batterci contro le ingiustizie.
  • La sincerità e l’onore: la nostra parola deve essere affidabile e sicura, al di là di dubbi e incertezze. Essere onesti e sinceri con se stessi senza cercare scusanti o giustificazioni quando non se ne ha il motivo, assumendosi le proprie colpe.
  • La nobiltà: Non è insita in ciò che abbiamo, in ciò che indossiamo, in ciò che ostentiamo (tutto il contrario di quello che questa società consumistica ti fa presumere), la nobiltà è insita in ognuno di noi, nel nostro cuore. Rispettiamo chi ci sta di fronte, dal più umile degli immigrati alla persona più ricca del pianeta, concedendo la possibilità di parola anche agli ignoranti, perché tutti hanno la possibilità di dire qualcosa e da essa possiamo trarne insegnamento».

A chi si rivolgerà Ars Nobilium, quale sarà il suo target? «La mia linea verrà accolta con ammirazione da chi capisce qual è il valore delle cose: è questo il mio modello di cliente ideale. La nicchia di mercato è quella del lusso ed avrà tra i 30 e i 40 anni circa, è una persona estranea ai dettami dalla moda contemporanea ed amante dei prodotti particolari, personalizzati e ricercati. Cercherei, utopisticamente, una persona che mi scelga per i principi morali descritti sopra.»

Senza una squadra dietro però, Marco non ce l’avrebbe mai fatta a realizzare il suo sogno. «Il lavoro di squadra per dare vita ad un progetto del genere è fondamentale, ma devi trovare una squadra che sia leale all’idea, attenta al risultato e brava a gestire ogni tipo di situazione. Nella mia esperienza il sostegno principale l’ho avuto da persone che ringrazio ogni giorno, per darmi la possibilità di rendere il progetto a tutti gli effetti, una realtà palpabile».

Abbiamo chiesto a Marco qual è invece l’identikit del fashion designer del 2019. «Deve avere: un’idea concreta, che mostri un valore aggiunto, fede nel risultato, coraggio di bussare ovunque e mostrare quanto vale, pazienza (perché il risultato, se non trovi il capitale, non è immediato), l’ambizione di voler arrivare dove si vuole (salvaguardando il proprio onore). Ti diranno che: sei troppo giovane, non hai mai abbastanza esperienza, sei troppo sognatore, tu ricordati sempre che Leonardo del Vecchio (fondatore e presidente di Luxottica), era un orfanello e la sua azienda l’ha messa su a soli 22 anni. Quindi se qualcuno ti risponde ”eh ma erano altri tempi”, tu digli che anche Zuckerberg aveva 23 anni quando ha lanciato Facebook, se ti trovano altre scuse ringraziali per il loro tempo e continua a cercare».

Concludiamo questa interessante intervista chiedendo a Marco Piccolo, cosa rappresenta per lui il More. «Sta nello svegliarsi ogni mattina con un piano non arrendendosi mai, nel lottare e nel dare un volto al proprio sogno senza dimenticare che senza i sogni non siamo nulla».

Alice Bianco

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Paola Da Re e le Pasta Sisters: da maestra d’asilo a cuoca per le star di Hollywood

 

Paola Da Re e le Pasta Sisters: da maestra d’asilo a cuoca per le star di Hollywood

 

Il cibo che salva, il successo che arriva. Una delle donne stra(ordinarie) di questo primo mese del 2019, è Paola Da Re, che proprio grazie alla sua passione per la cucina, è riuscita a dare una svolta alla sua vita con le Pasta Sisters e a ricominciare oltreoceano: da maestra d’asilo a cuoca per le star di Hollywood.
Per l’occasione, a raccontarci la sua storia, è intervenuta anche la sorella, Luisa (la nostra autrice delle La La Stories).

Le vicende, che poi hanno portato la famiglia Da Re a trasferirsi negli Stati Uniti, risalgono al 2006, quando Paola decide di fuggire dalla sua Padova e dalle violenze domestiche del compagno con il quale viveva da 16 anni. «Nessuno si era mai accorto di nulla, meno che meno io – afferma Luisa – Paola era venuta a vivere in casa mia dove abitavo con mio figlio e ci siamo difese strenuamente dalle vessazioni dell’ex compagno per tre anni, momento in cui distrutte dalla fatica e dallo stress, ho deciso di scrivere un libro per sollevare l’opinione pubblica sul nostro caso.»

E poi un po’ per bisogno, un per caso, complice anche il destino… si materializza il futuro a migliaia di chilometri di distanza. Luisa Da Re racconta: «Mio figlio aveva vinto una borsa di studio all’università di Santa Barbara in California, io mi sono ricordata che a Los Angeles abitava uno dei miei primi fidanzati, che non vedevo da più di 20 anni, l’ho cercato in Internet, gli ho scritto e… Luciano, il mio attuale marito, mi ha chiamata, era il gennaio 2008 ed abbiamo ripreso i contatti. É venuto a trovarmi a Padova in aprile e ci siamo rivisti, poi a dicembre è arrivato con un anello e una proposta… ho lasciato tutto (il mio lavoro come impiegata in Comune a Padova, la mia casa, mio figlio che si doveva laureare prima di raggiungermi) e sono partita. Mi sono sposata e dopo poco è arrivato mio figlio e poi mia sorella con tutta la sua famiglia.»

Paola Da Re si è trasferita così a Los Angeles con le due figlie e sin da subito si è rimboccata le maniche, ha pensato a cosa sapesse fare ed avendo lavorato per diversi anni come maestra d’asilo, per un periodo ha fatto la babysitter. La sorella ci ha spiegato come poi ha deciso di investirsi in cucina: «Un giorno, in un bar, parlando ci siamo dette: perché non apriamo una rosticceria? Abbiamo pensato a vari nomi e ne é venuto fuori Pasta Sisters. Io l’ho aiutata all’apertura per alcuni mesi, preparando le mie crostate, ma dopo poco non aveva senz’altro piu’ bisogno di me!»

Ed è così che sono nate le Pasta Sisters, che ora vanta due locali: uno a Mid City e l’altro a Culver City (la città degli Studios cinematografici). «Francesco (CEO), Giorgia (Creative Director) e Francesca, la più piccola che si occupa del lavoro d’ufficio. Senza di loro non sarebbe stato possibile arrivare dove siamo. – ci confessa Paola – Ognuno di loro ha apportato e aggiunto grande valore all’attività.»
La ricetta del successo però, è un’altra. « L’ingrediente principale è la professionalità, poi in parti uguali, passione e responsabilità, una quantità adeguata di tenacia e buon senso. Non può mancare l’incoscienza ed un ottimo team work che cresce insieme.»

Entrambe le sorelle, come motto hanno quello di non mollare mai. «Io ne sono la prova vivente. Quando ho iniziato, il mio percorso è stato costellato di “no” e di “il tuo progetto non può funzionare”. Io malgrado tutto ci ho creduto.»
Luisa invece, ha raccontato: «Ho sempre studiato e scritto tantssimo. Ho mandato quindi il mio curriculum ad alcune scuole private ed immediatamente mi ha risposto la Beverly Hills Lingual Institute: cercavano un’insegnante di italiano. Da un giorno all’altro mi sono trovata a dover gestire 8 classi, di adulti, ogni mattina e sera della settimana. Ho lavorato in questo istituto per 5 anni. Poi la richiesta di studenti privati era troppo alta e quindi mi sono dedicata solo all’insegnamento privato, attività che svolgo tutt’ora con grande soddisfazione. Ho studenti che nella maggior parte fanno parte del mondo di Hollywood, produttori, attrici, registi e musicisti.»

Il lavoro e la famiglia rappresentano la vera forza di queste due donne. Per Paola il More è: «Il benessere delle persone. Siamo di fatto un ristorante, serviamo cibo e sorrisi e certamente c’è anche un valore aggiunto nella qualità di quel che prepariamo e serviamo, ma io mi riferisco proprio al benessere dei clienti: vederli soddisfatti e talvolta emozionati é il risultato che amo di più e poi ancora di chi collabora per far funzionare questa attività, e qui mi riallaccio all’importanza del team. Sentire di far parte di una famiglia, sapere che ognuno può contare sugli altri, qui c’è questo senso di appartenenza e condivisione che per me sono cose sacre nella vita come nel lavoro».

Alice Bianco

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Neuromarketing – Identificare, Codificare, Modificare. Quinta Lezione

 

Neuromarketing – Identificare, Codificare, Modificare. Quinta Lezione.

Sviluppare delle abitudini negli utenti richiede pazienza e perseveranza e, soprattutto, non esiste modo di sapere se un’idea possa funzionare senza prima testarla con dei clienti reali. Dovrete quindi analizzare continuamente i comportamenti e sperimentare per capire quale vostra azione è recepita in maniera migliore.

Per fare questo dovete:

 

IDENTIFICARE

Domandatevi: “chi sono le persone abituali del prodotto / servizio x?” “Quanto spesso un utente dovrebbe utilizzarlo?”

Le risposte a queste due semplici domande sono molto importanti e potrebbero cambiare radicalmente la vostra strategia iniziale. È quindi fondamentale definire le personas (gruppi di utenti tipo, ognuno con le proprie caratteristiche) e l’engagement del vostro target rispetto al prodotto o servizio.

Avete bisogno di analisi, supposizioni e proiezioni realistiche per capire, ad esempio, quanto spesso qualcuno interagisce con il vostro prodotto.

Scovate dunque nei numeri, fate ricerche di mercato, solo così potrete indirizzarvi bene e, nel caso, correggere il tiro.

 

CODIFICARE

Vi state domandando quanti utenti sono un buon numero di partenza? Secondo alcune stime il 5%. Dunque se almeno il 5% dei vostri utenti / clienti non trova il vostro prodotto / servizio interessante da usarlo tanto quanto sono state le vostre proiezioni prevedono, c’è sicuramente bisogno di correggere il tiro.

Diventa quindi importante codificare gli step che i vostri clienti compiono per usare il vostro prodotto, per comprendere cosa piace e cosa no. Il modo in cui un cliente / utente usa il vostro prodotto crea una sorta di mappa unica per ogni utente che è ben analizzare. Voi, infatti, state cercando un percorso abitudinario, una sorta di routine, una serie di azioni simili, condivise dai vostri clienti.

Questo serve per determinare quali step sono fondamentali per creare clienti fedeli, così da incoraggiare questi step per portare nuovi utenti ad amare il vostro marchio.

 

MODIFICARE

A questo punto è tempo di rivedere il vostro prodotto o servizio in base a quanto emerso dalle analisi precedenti.

Dovete diventare quello che viene chiamato facilitatore: creare cioè qualcosa che renda migliore in qualche modo la vita di qualcuno.

Domandarvi sempre non “quale problema dovrebbe risolvere”, ma “quale problema vorrei che qualcuno risolvesse per me?” Osservare il vostro stesso comportamento potrebbe ispirare la creazione di un prodotto o trovare la soluzione ad un problema già esistente.

Sara Prian

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Teopiki, personalizza la tua cornice: l’abbiamo provata per voi

 

Teopiki, personalizza la tua cornice: l’abbiamo provata per voi.

 

Una foto non si scatta, si crea. (Ansel Adams)

Teopiki è un’azienda di cornici veneta, precisamente di Santo Stino di Livenza, che crede fortemente nell’artigianato Made in Italy, stampando le tue foto più importanti per dare il giusto valore ai tuoi ricordi ed esaltarli nel miglior modo possibile.

Per chi abita in veneto già il loro brand name è qualcosa di assolutamente geniale e che attira subito l’attenzione: “Teo piki” in dialetto, infatti, signidica “lo appendi”; nome-omen.

L’azienda, attraverso il proprio sito web, permette di caricare la foto che si vuole stampare da qualsiasi device e cloud e di scegliere tra le cornici disponibili, personalizzando la propria creazione.

Teopiki ha deciso di affidarsi a noi per un test di prodotto ed ecco cosa ne pensiamo.

Avere la possibilità di incorniciare i momenti più importanti della nostra vita è un bisogno che difficilmente può passare di moda: può cambiare il modo di scattare una fotografia, ma vederla appesa sul muro di casa nostra o in ufficio non cambierà mai.

Ed ecco che basta entrare nel sito teopiki.com per sentirisi subito a casa, tra artigiani in grado di esaltare i nostri momenti attraverso una vasta scelta di cornici e passepartout. Tutto è molto semplice ed intuitivo; dal caricamento della foto scelta che possiamo decidere se stampare in formato Small, Large o XL, allo “sfogliare” le varie cornici che sono disponibili in 20x20cm o 30x30cm, alla scelta dei colori da mettere come sfondo (il passepartout, appunto), senza dimenticare la possibilità di aggiungere un effetto come quello Teca o Flottante, oppure di lasciare la foto in modalità normale, il tutto senza costi aggiuntivi.

Piuttosto la difficoltà è personale nel dover decidere quale tipologia di cornice scegliere: da quelle più moderne, a quelle più elaborate, passando per le minimal, c’è davvero l’imbarazzo della scelta! Quello che è certo è che ognuna è portatrice di una storia, ognuna è in grado di diventare il contesto perfetto in cui ambientare la nostra storia che viene esaltata e posta al centro di un racconto più grande, quello della nostra vita.

Ed è allora che comprendi che il tuo momento magico è stato affidato a mani capaci di artigiani-custodi del tempo passato, e che click dopo click aumenta la voglia di stringerla tra le mani, di stringere quell’attimo di vita che abbiamo deciso di incorniciare per fermare il tempo.

Quando arriva, in poco più di 48h, l’apriamo e ci sentiamo speciali e unici, perché la nostra storia è accompagnata non solo da un messaggio di ringraziamento ed un invito a condividere il momento nei social con l’hashtag #Teopiki, ma anche da caramelle e una spilla con il logo del brand: come non sentirsi coccolati?!

Veniamo ora al prodotto in sé. Io per raccontare il mio momento speciale ho scelto la cornice “Dozza”, cioè una cornice a cassetta ribassata, con particolare finitura striata argento-bianco e poi ho deciso di applicare l’effetto Flottante. Il risultato è proprio come mi immaginavo e come si vede in preview nel sito quando la si crea.

I dettagli sono ben definiti, così come l’intarsio che risulta particolareggiato, esaltando il pattern scelto, ed anche il materiale è resiste e molto bello da vedere.


Il passepartout è di un colore bellissimo, bello pieno e che riesce ad inglombare perfettamente i colori della fotografia. Qui sta anche a voi la capacità di scegliere, tra i colori presenti, quello che sta meglio in base al risultato che volete ottenere, poi basterà lasciarlo nelle mani degli artigiani di Teopiki, perché la magia avvenga.

La fotografia è una storia che non riesco a esprimere a parole. (Destin Sparks)

 

Sara Prian

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Yoox Net-A-Porter, Fondazione Golinelli ed Imperial College London: uniti per promuovere le competenze digitali

 

Yoox Net-A-Porter, Fondazione Golinelli ed Imperial College London: uniti per promuovere le competenze digitali

 

Promuovere l’educazione digitale e il coding fin dall’infanzia: è questo l’obiettivo di Yoox Net-A-Porter (Ynap), il più famoso luxury fashion e-commerce mondiale. Dal 2016, in Italia, insieme alla Fondazione Golinelli di Bologna e in Inghilterra, con la partnership dell’Imperial College London, si occupa di istruire bambini/ragazzi e in particolar modo bambine e ragazze, alla programmazione e ad essere creativi in ambito tecnologico.
In totale, sono più di 3400 gli studenti formati da YNAP nel 2018, di cui il 70%, sono ragazze.

YNAP, azienda dove due terzi dei dipendenti sono donne (il doppio della media delle aziende operanti nel settore tech a livello globale) si pone proprio l’obiettivo di incoraggiare maggiormente le ragazze a considerare una carriera nell’ambito della tecnologia e nello sviluppare skills digitali, applicabili nell’ambito della moda.
L’azienda, per promuovere il talento femminile nella tecnologia, ha istituito il progetto “Women in Tech”, per poter ispirare ed educare, attraverso community, social forum, eventi, mentorship e formazione su misura, i nuovi talenti tecnologici femminili.

A tal proposito, a luglio e settembre 2018 è stato organizzato un campo estivo a Bologna assieme alla Fondazione Golinelli (da 30 anni impegnata nell’educazione, formazione, ricerca, innovazione, impresa e cultura) e a giugno, a Londra, si è tenuto un hackathon con vari esperti tra programmatori e sviluppatori di software di YNAP.

_Ph. Jacopo EmilianiIl campo estivo in Italia, tenutosi all’Opificio Golinelli, ha visto ragazzi e ragazze tra i 14 e i 16 anni, partecipare a lezioni gratuite di coding ed affiancati da esperti di tecnologia di YNAP, hanno potuto creare dei gadget intelligenti, usando solamente una scheda elettronica dotata di sensori e LED incorporati che rispondeva al linguaggio di programmazione scritto precedentemente dagli studenti.

A Londra invece, i ragazzi hanno potuto sperimentare tra tecnologia e moda. Presso il Tech Hub di YNAP si è tenuto l’hackathon, a cui hanno partecipato una sessantina di adolescenti tra i 10 e i 15 anni (40 ragazze e 20 ragazzi). I giovani hanno potuto creare t-shirt online che, grazie al coding, sono state personalizzate nei disegni e nelle stampe.

Le iniziative di YNAP, assieme alla Fondazione Golinelli, sono proseguite anche durante l’autunno: ad ottobre 2018 hanno partecipato alla European Code Week, mettendo a disposizione attività gratuite rivolte alle scuole d’infanzia, primarie e secondarie alle scuole. Grazie al supporto di esperti di tecnologia di YNAP, circa 1500 studenti (di 25 scuole), da 3 a 18 anni, hanno potutuo programmare gadget intelligenti, droni volanti ed avvicinarsi alla robotica (progetto speciale per i bambini/e dai 3 ai 6 anni).

Per YNAP al primo posto c’è sempre la figura femminile e, proprio durante la Digital Week, il 9 ottobre scorso, si è celebrato con eventi e workshop rivolti ai più giovani, l’Ada Lovelace Day, per rendere omaggio alla prima programmatrice donna e per onorare l’eccellenza femminile nelle Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica (STEM).

La prima settimana di dicembre YOOX NET-A-PORTER GROUP (YNAP) ha partecipato anche all’iniziativa Hour of Code di Code.org, l’evento di apprendimento tecnologico per promuovere l’interesse all’informatica. Studentesse tra i 15 e 18 anni hanno preso parte all’hackathon con un focus sulla moda, presso il Tech Hub di YNAP a Londra.
Il team di YNAP, oltre ad insegnare alle future innovatrici, come programmare il design di una t-shirt (ispirata ai brand venduti su NET-A-PORTER e MR PORTER), ha tenuto dei talk per ispirare le ragazze e mostrare come si svolge una mattinata tipo in un dinamico dipartimento di tecnologia.

Siamo certe che continuando con iniziative come queste, YNAP, insieme alle sue preziose partnership, potrà ispirare sempre più i nuovi talenti tecnologici femminili, per contribuire a colmare il gender gap proprio in questo settore.

Alice Bianco

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